Sacra Corona Unita, questa sconosciuta

Maggio 27, 2009

Nessuno ne parla più ma la piovra, in Puglia, ancora vive. Stiamo parlando della Sacra Corona Unita, per gli amici la SCU. Da Foggia a Lecce, la mafia pugliese gestisce i lavoratori nei campi, lo smaltimento illecito dei rifiuti, si infiltra negli appalti e lotta per il territorio.

A dar conto di questa situazione, è l’ultimo rapporto Eurispes sulla ‘Ndrangheta 2008 che fa notare come nell’hinterland leccese siano stati 2 i comuni sciolti per mafia. Mentre in base all’Indice di Penetrazione Mafiosa (IPM), Bari (IPM:32,2) si colloca attualmente al quinto posto in Italia, Lecce (27,9) al nono, Brindisi (26) al decimo, Taranto (24,9) al dodicesimo e Foggia (21,9) al quattordicesimo. Per quanto riguarda, invece, la percentuale di popolazione che risiede in comuni dove si è manifestato il fenomeno mafioso, la Puglia addirittura è terza, con il 72,5% – preceduta dalla Campania (81,3%) e dalla Sicilia (82%) – in tutto 610 comuni.

Snoccioliamo qualche caso pratico. Sul versante dello smaltimento illecito dei rifiuti, sono da registrare diversi sequestri di discariche illegali: nel febbraio di quest’anno a Peschici e Foggia e sabato scorso, in contrada Santa Lucia, nelle campagne di Castelvecchio di Puglia (Fg). Ma è nella zona del Tavoliere che si verifica la connessione tra criminalità locale e mafie internazionali. In estate prima e in autunno poi, con la raccolta dei pomodori e con la vendemmia, i campi si popolano di polacchi, rumeni e africani, schiavizzati e tenuti sotto scacco da caporali – spesso stranieri – che gestiscono la manodopera agricola. Pensare che tutto ciò accada senza il consenso dei boss locali, è quanto meno azzardato.

Sul versante degli appalti, inoltre, la Dda di Bari ha recentemente appurato il tentativo e il rischio di infiltrazioni nelle gare per la costruzione dei Parchi eolici. Su tutti svetta il progetto di Torre Santa Susanna dove alcuni boss avevano cercato di aggiudicarsi l’appalto. E poi ci sono le sparatorie a Taranto. Nell’ultima, il 3 aprile scorso in via Magna Grecia, una cassiera di una tabaccheria è rimasta ferita in un conflitto a fuoco tra clan rivali.

E’ di ieri, infine, la notizia di un maxisequestro di beni per due milioni e mezzo di euro in immobili nel comune di Casarano (Lecce), di proprietà di Franco Miggiano, 69 anni, per violezione della legge sugli stupefacenti. Nel sequestro è rientrata anche la vittla-bunker di Miggiano, fornita di piscina e stalla. Il provvedimento è stato disposto dalla corte di Assise di appello di Lecce, su richiesta della procura generale della Repubblica di Lecce, dopo accertamenti patrimoniali svolti dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) che hanno evidenziato – secondo gli investigatori – una netta sproporzione tra i redditi dichiarati da Miggiano e da sua moglie e i beni nella loro disponibilità.

EF

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La Spoon River degli operai

Maggio 26, 2009

Se fosse morto un operaio ieri, uno oggi e un altro tra quattro giorni, magari in tre fabbriche diverse, molto probabilmente l’Italia, la politica e i media non li avrebbero ricordati. Avrebbero continuato a ciarlare di Noemi Letizia, il vero gossip nostrano che diverte gli elettori. E invece no. L’ipocrisia di un’informazione che getta luce sugli eventi solo quando costituiscono una “strage sul momento”, ha colpito ancora: in Sardegna, presso le raffinerie Saras, tre operai sono morti. Insieme, in uno stesso punto, in una medesima occasione e in un identico modo. Questa è una notizia! Vi renderete conto che il sistema mediatico ormai è malato, fino al midollo, e l’indifferenza regna sovrana. Secondo i dati Istat, in due anni sono morti 18 operai: in media uno ogni mese e dieci giorni (e stiamo parlando solo di chi ha perso la vita in una cisterna), eppure tutti noi ce ne ricordiamo solo in presenza di una strage “unitaria”.

Se volete rendervi conto della strage quotidiana e silenziosa che quasi ogni giorno si consuma in Italia, visitate il blog http://mortisullavoro.wordpress.com. Attenzione però, potrebbe sbattervi in faccia una realtà che televisioni e quotidiani non vi raccontano quasi mai. E’ una sorta di Spoon River degli operai, solo che ogni epitaffio racconta gli ultimi istanti di ogni manovale.

«Nicola Abruzzese, operaio edile di 56 anni, è morto in ospedale dove era ricoverato per una profonda ferita ad una coscia: l’operaio era stato colpito e poi trascinato per alcuni metri da un nastro trasportatore meccanico mentre eseguiva lavori di scavo in un cantiere edile» (22.05.09) oppure «Giuseppe Sciacca, di 53 anni, titolare di una piccola impresa specializzata in lavori idrici, è morto dopo essere precipitato in un pozzo artesiano profondo 30 metri nelle campagne di Marsala, in contrada Fiumara Sant’Onofrio: stava lavorando alla manutenzione di una pompa di sollevamento dell’acqua quando il parapetto del pozzo, realizzato con conci di tufo, ha ceduto all’improvviso» (18.05.09) oppure ancora «Giovanni Iritano, 45enne,  è morto lacerato dal frangizolle del proprio trattore» (17.05.09) e ancora «Cristoforo Negri, di 63 anni,  titolare di un’impresa artigiana, è morto in Valtellina in un incidente sul lavoro avvenuto all’interno di un cantiere davanti alla chiesa di Aprica: l’uomo è precipitato dal ponteggio mentre stava effettuando alcuni interventi di manutenzione all’esterno del santuario» (16.05.09). E potrei continuare. E’ una tragedia quotidiana a telecamere spente. Bisognerebbe ricordarsene sempre.

EF


«Un passo avanti e tre indietro, questa è l’andatura della lotta alla mafia». In ricordo di Giovanni Falcone

Maggio 23, 2009

«Qui lavorare è impossibile: un passo avanti e tre indietro, questa è l’andatura della lotta alla mafia». A definire in modo così netto e chiaro l’attività della magistratura palermitana era Giovanni Falcone, in un incontro con il giornalista de La Stampa, Francesco La Licata. E aggiungeva, poco prima della sua partenza per Roma: «E’ penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che tutti sono contenti per il fatto che me ne sto andando».

Le battaglie che hanno dovuto sostenere e portare avanti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono state due: una interna alla magistratura, per non affondare e restare invischiati nelle gelosie e nelle invidie altrui, un’altra contro la mafia e i mafiosi. Ma forse, a giudicare da quanto accadeva nei palazzi del potere ai danni dei magistrati del pool, l’ultima – quella contro la mafia – era la battaglia più facile, o forse quella che gli riusciva meglio. Resistenze da parte di chi deve assicurare la legalità, infatti, non te le aspetti. I cosidetti “corvi” sembrano un racconto mitico, inverosimile, indegno di un Paese civile. E invece il “corvo” scriveva a tutti, magsitrati e politici, lettere anonime e messaggi per screditare l’operato di Giovanni Falcone, definendolo un opportunista e un venduto. Ma gli attacchi venivano da diversi ambiti della società italiana, da quelli che provavano invidia e quelli che invece erano toccati dalle inchieste del pool antimafia. Calunnie vigliacche, nel perfetto modus operandi dei mafiosi, che ammazzano a distanza o attaccano a sorpresa perché forse un conflitto a fuoco nemmeno saprebbero sostenerlo.

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Storia di ordinaria indifferenza

Maggio 11, 2009

Metropolitana di Roma, linea B, fermata Eur Magliana. Si aprono le porte e sale Caterina, una donna keniota 42 anni. E’ incinta, barcolla. Dalla borsa finto-Vuitton spunta un cartone di vino Tavernello, il vino dei poveri. La metropolitana fischia, si chiudono le porte e Caterina si aggrappa incerta al palo rosso dei sostegni. Si guarda attorno con occhi quasi assenti poi va a sedersi. E’ un attimo. Accanto a lei un signore in giacca e camicia si alza, mi guarda e sussurra «è ubriaca!», e va a mettersi in disparte. Piuttosto sta in piedi.

Nulla cambia fino al capolinea. Caterina guarda in basso, si tiene la fronte con una mano dove due macchie biancastre sembrano bruciature di sigaretta. A Laurentina tutti scendono dal vagone, con me e Caterina rimangono solo due signore: «Fate cenno al conducente di bloccare la metro», chiedo. La ragazza non si muove, non vuole saperne di alzarsi. Trascorrono così almeno due minuti. Arriva la guardia privata della stazione, lo segue un funzionario in camicia a maniche corte e gilet, in servizio al gabiotto vicino ai tornelli. La ragazza intanto si è alzata, la tengo sotto braccio, lei barcolla, si appoggia con una mano sul marmo bianco della parete. «Chiami un’ambulanza per favore», mi rivolgo all’addetto di stazione. «Non chiamo proprio nessuno – mi risponde – se non me lo chiede la signora». Caterina cammina a fatica, inciampa, quasi cade, probabilmente non ha nemmeno coscienza di dove si trovi. «Guardi che lei ha il dovere di soccorrere chi sta male», ribatto. Ma è inutile: «Se vuole chiami lei l’ambulanza, se la signora non me lo chiede io non chiamo proprio nessuno», risponde il funzionario. A quel punto mi restano solo i carabinieri fuori dalla stazione, con la speranza che non spediscano Caterina in un Centro di Identificazione ed Espulsione. L’agente sta già venendo verso di me insieme a tre militari. Sostengo Caterina per un braccio, lei tace, ha gli occhi socchiusi. Accanto a me una signora si è fermata e cerca di capire con lo sguardo cosa sia successo. «Salve» saluto «la ragazza è ubriaca e incinta». E prima che il carabiniere possa rispondermi, mi qualifico: «Sono un volontario della Croce Rossa, questa persona ha bisogno di assistenza». Il carabiniere la squadra, mi chiede di farla sedere su un vicino muretto e le chiede i documenti. Il permesso di soggiorno è poco leggibile ma sembra valido, la pattuglia si allontana, vengono registrati i dati di Caterina e vengo a sapere il suo nome e la provenienza. E’ arrivata in Italia verso la fine degli anni Novanta. «Guardale le mani», dico al Carabiniere «Secondo te non sono bruciature?». L’agente, con un vago accento napoletano, chiede a Caterina chi le abbia lasciato quei segni sul corpo. Lei accenna una risposta ma resta in silenzio. «Chiamiamo un’ambulanza subito», commenta il carabiniere e prende la radio. Caterina tace, con gesti lenti armeggia nella borsa tira fuori una sigaretta. Tenta di accenderla ma non ci riesce. Riprova. Tutto inutile, il vento spegne la fiamma. La signora la aiuta, la punta della sigaretta finalmente si imporpora. «Ma che fai fumi?», il carabiniere si avvicina a Caterina, le rende il permesso di soggiorno: «Perché non getti quella sigaretta?». Lei lo guarda, sembra rendersi conto solo adesso di cosa le stia accadendo intorno. Poco dopo la cicca finisce per terra. In lontananza una sirena si avvicina. «La gente fa sempre più finta di non vedere chi sta peggio», mi dice il carabiniere «ricordi lo stupro a Bologna? Beh, nella vicina strada passeggiavano persone, passavano i motorini e le automobili ma nessuno si è fermato. Tutti hanno fatto finta di niente…stiamo andando sempre peggio».

Finalmente arriva l’ambulanza. Scendono un soccorritore e una dottoressa. «Mettetele in borsa questo numero di telefono – eslcama una signora – sono i riferimenti di una suora che accoglie ragazze incinta e senza fissa dimora». «Lo farò presente anche in ospedale», assicura la dottoressa. Il portellone si chiude. L’ambulanza riparte.

EF


Esplosione in una palazzina, tragedia a Roma – Galleria di immagini

Maggio 10, 2009

 

 

La palazzina interessata dall'esplosione, in via C. Maestrini a Roma (foto: E.F.Torsello)

La palazzina interessata dall'esplosione, in via C. Maestrini a Roma (foto: E.F.Torsello)

 

Il primo piano del condominio di via Carmelo Maestrini, al civico 373, nel quartiere romano di Mostacciano, non esiste più. Alle 6,40 di questa mattina un’esplosione ne ha polverizzato le mura, coinvolgendo almeno altri 14 appartamenti e diversi negozi circostanti. Per ora il bilancio è di due morti e tre feriti. Le vittime sono due donne, una ragazza di 27 anni e una signora di 59.

Fuga di gas o tentato suicidio, sono queste le due ipotesi al vaglio degli inquirenti e dei Vigili del Fuoco. «Le mura di quattro appartamenti non esistono più – spiega al Periscopio Gioacchino Giomi, Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma – ma per capire l’origine dell’esplosione, sarà necessario studiare il tubo della macchina del gas al microscopio». Poco distante l’involucro bianco di un mobile da cucina viene assicurato con diverse cinghie su un carro attrezzi e portato in laboratorio. «Per ora comunque non siamo in grado di affermare con certezza cosa sia successo, di sicuro si è trattato di una fuga di gas. L’importante – conclude – in questo momento è mettere in sicurezza l’intera struttura e i nostri tecnici sono già a lavoro».

Eppure le prime ipotesi già circolano tra gli inquilini dei palazzi circostanti. «Una delle persone che abitavano nel palazzo era vedova e aveva da poco perso un figlio», racconta una donna che abita in uno dei palazzi adiacenti. E la stessa versione viene ripetuta poco distante, al bar: «Qui ci si conosce tutti, se si fosse trattato di un tentato suicidio sarebbe pazzesco». E la donna in questione si trova attualmente ricoverata in gravissime condizioni all’ospedale Sant’Eugenio.

E lo sgomento richiama immagini già viste: «Sembra di stare all’Aquila», racconta Stefano, impiegato del negozio di elettrodomestici di fronte alla palazzina da dove è partita l’esplosione. «Pochi giorni fa sono andato nel capoluogo abruzzese per rimontare un’antenna – continua – ma la scena qui è la stessa. Ogni giorno, insieme ai miei colleghi, trascorrevamo la pausa pranzo proprio all’ombra di quel palazzo. Se fosse accaduto di mattina – conclude – sarebbe stata una strage con molte più vittime». E alzando lo sguardo oltre le transenne, lo scenario è agghiacciante: il mobilio dell’appartamento al primo piano è ridotto a poltiglia. In bilico, oltre la trave del pavimento, un divano giallo e una vasca da bagno, mentre poco più in là un termosifone pende pericolosamente nel vuoto. Sulla strada un tappeto di macerie, infissi e mobili accartocciati.

L’assessore alle politiche abitative del Comune di Roma, Sveva Belviso, ex-consigliere municipale proprio al XII Municipio, giunta sul posto ha fatto sapere che i 28 sfollati del condominio interessato dall’esplosione sono già stati sistemati in una struttura alberghiera messa a disposizione dalla Protezione Civile.

GALLERIA DI IMMAGINI

EF


Istantanee dal terremoto

Maggio 9, 2009

Nella pagina «Photogallery dall’Aquila» ho pubblicato alcune fotografie dei soccorsi e della vita nel capoluogo abruzzese, scattate dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Si tratta in particolare dell’ultimo soccorso prima della sospensione delle ricerche, per salvare un presunto superstite in via D’Annunzio. Si credeva che sotto le macerie ci potesse ancora essere una donna, una badante filippina, poi individuata in una delle tendopoli. I Vigili del Fuoco hanno scavato per quasi un giorno interno, pur di fugare ogni sospetto. Altre immagini, invece, rappresentano la vita nei campi allestiti per gli sfollati (stazione ferroviaria, Collemaggio e piazza d’Armi).

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Terremoto in Abruzzo: La vita in tendopoli a un mese dal sisma

Maggio 8, 2009

Un bambino africano pedala veloce lungo le corsie della pista di atletica, s’incurva leggermente e zigzaga tra due signore ferme a parlare. Pochi istanti e scompare tra le tende con la sua maglietta rossa, numero 18, di «Cassano». Siamo in via Toscana, al centro dell’ex campo sportivo dell’Aquila, dove adesso sorge la tendopoli di Piazza d’Armi. Qui hanno trovato rifugio oltre quattromila sfollati.

A differenza di un mese fa, la macchina dei soccorsi è stata avviata e ha iniziato a curare anche i particolari, a partire dall’accoglienza all’ingresso del campo: se prima si poteva accedere senza bisogno di mostrare i documenti, adesso si viene accompagnati da un carabiniere a un banchetto. A chiedere nome e cognome è Monja, una scout di 27 anni che lavora come maestra di sostegno in una scuola materna di Modena. «Per ora siamo in dieci – spiega –: quattro scout del gruppo di Modena e altri sei dalla Calabria. Ci occupiamo di logistica e segreteria, siamo coordinati dall’Agesci che riceve indicazioni dalla Protezione civile. L’importante – conclude – è esserci e dare una mano».

La vita all’interno del campo scorre lenta, quasi ovattata. Le persone attendono che alle promesse sulla ricostruzione seguano i fatti. Nella tenda numero 2 incontro un gruppo di francescani, giunto dal noviziato interprovinciale di Spoleto. «Siamo arrivati nella tendopoli 15 giorni fa – racconta fra Giannicola Paladino – e fin da subito abbiamo portato avanti un censimento pastorale, perché anche il rito della prima Comunione o della Cresima può essere un segno di ritorno alla normalità. Per ora non siamo in grado di iniziare nuovi corsi di catechismo – conclude – ma stiamo cercando di terminare i cicli che i bambini, una trentina in tutto, avevano intrapreso prima del terremoto».

Poco distante, appena fuori dal perimetro della pista d’atletica, ci sono Giordano e Silvia, due ragazzi vestiti da clown-dottori. Il primo indossa un naso rosso e un cappello a forma di gallina, la seconda un camice colorato e una parrucca bionda: «I bambini – spiega Giordano – percepiscono il disagio di questa situazione ma, a differenza degli adulti, riescono ancora a incuriosirsi e a sorprendersi di quanto gli accade attorno». «Il nostro servizio – aggiunge Silvia – è quello di trasformare questa loro sofferenza, a cui spesso non sanno dare neanche un nome, in gioco».

Nell’altra grande tendopoli, quella di Collemaggio, da quindici giorni è stata inaugurata una scuola. «Dieci bambini frequentano la materna, 20 le elementari e 25 le medie», informa suor Luciana Fagnano, dell’ordine francescano e preside dell’istituto Barbara Micarelli. Il registro delle assenze e delle presenze è un semplice block notes. «Per ora le lezioni si svolgono nella stessa tenda dove ci si ritrova poi per il pranzo e per la cena – racconta –, speriamo che in un prossimo futuro ci forniscano una struttura più consona ai bisogni dei bambini».

Nel centro storico dell’Aquila, invece, ormai regna il silenzio. Sono sparite le telecamere, i fotografi, i corrispondenti e i taccuini. L’unico rumore è quello dei propri passi. Ai margini delle palazzine crollate sono ammassati mobili, vestiti, libri, cartelle, album di fotografie e quaderni con appunti di lavoro. Tracce di una vita che si è fermata alle 3,32 di un mese fa. A raccontare le prime ore dopo il sisma è il generale della Guardia di Finanza, Fabrizio Lisi, comandante della caserma di Coppito, futura sede del G8. «Fin da subito circa 200 dei nostri allievi marescialli hanno scavato a mani nude insieme ai Vigili del Fuoco, in attesa dei rinforzi. Alcuni di loro – spiega – con appena venti giorni di servizio militare alle spalle, si sono ritrovati a prestare servizio presso l’obitorio: componevano e vestivano le vittime. Il terremoto – conclude – ha coinvolto tutti, nessuno sarebbe potuto restare con le mani in mano».

APPROFONDIMENTO: L’arcivescovo Molinari: «Aquilani, siete chiamati alla speranza e alla concretezza»

EF

Pubblicato su Roma Sette (Avvenire), 08.05.09


Lampedusa, porta d’Europa. I dati di Frontex sull’immigrazione clandestina

Maggio 7, 2009

Si chiama Nautilus IV ed è la nuova missione europea per contrastare l’immigrazione clandestina nel Canale di Sicilia. Pattugliatori dell’agenzia europea Frontex che quotidianamente incrociano nel Mediterraneo per bloccare i barchini carichi di migranti, in partenza dalla Libia e dalla Tunisia. Piccole formiche nel mare che quasi sfuggono ai binocoli delle marine europee. «Quando approdano a Lampedusa ti chiedono subito “Train? Station?” Sono convinti di essere arrivati in Sicilia», mi ha raccontato un pescatore durante il mio ultimo viaggio a Lampedusa. «Arrivati a metà del tragitto che divide Lampedusa dalla Libia, lo scafista dà il timone in mano ad uno dei passeggeri e gli dice “vedi quel faro? Quella è la Sicilia, dirigiti lì”, ma non sanno che in realtà questa è solo un’isola». Un inganno nell’inganno che costa ad ogni “passeggero” dai 1.500 ai tremila euro. E se anche un’imbarcazione costa al trafficante di esseri umani 15mila euro, bastano appena sei o sette migranti in partenza per rientrare dei costi e iniziare a guadagnare. Se si calcola che su ogni imbarcazione salgono anche un centinaio di persone, i conti sono presto fatti. Non a tutti però va così bene.

Non sempre uno scafista assiste i migranti che anzi spesso partono da soli, con indicazioni sommarie del punto verso cui far rotta. «E’ capitato che diverse imbarcazioni abbiano finito il carburante a metà strada e siano rimaste in balìa delle onde – racconta Simona Mascarelli, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) – Per risparmiare, i trafficanti non forniscono la benzina sufficiente ad arrivare sull’isola e confidano nel fatto che una qualche nave dell’Unione Europea prima o poi soccorrerà i mgiranti».

Allargando lo sguardo all’Unione Europea, secondo i dati presentati nei giorni scorsi dall’agenzia Frontex, sono stati 129.500 i cittadini non comunitari respinti negli aeroporti e alle frontiere terrestri, a cui si aggiungono i 92.200 intercettati nelle acque del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico e gli 82.600 intercettati – ma non respinti – alle frontiere terrestri. A fornire i dati alla Commissione Libe del Parlamento europeo, è stato lo stesso direttore dell’agenzia, Ilkka Laitinen. Nello specifico, il 46% dei circa 300mila cittadini non comunitari intercettati o respinti nel 2008 è stato trovato lungo le frontiere terrestri, il 32% in mare, e il 22% negli aeroporti. Le forze coordinate da Frontex hanno intercettato 82.600 persone in ingresso via terra in Grecia (da Albania, Macedonia e Turchia), Bulgaria (dalla Turchia) e a Cipro (dalla parte turca dell’isola). E ne hanno respinte 56.300, sempre via terra, alla frontiera svizzera, al confine tra Slovenia e Croazia, al confine tra Ucraina e Polonia, Slovacchia e Ungheria, e alla frontiera tra Moldova e Romania. Negli aeroporti sono stati respinte 66.500 persone. Sotto controllo gli scali di Lisbona, Madrid, Londra, Dublino, Parigi, Roma e Berlino, con una particolare attenzione – sottolineano le raccomandazioni di Frontex – ai cittadini di nazionalità del Brasile, Marocco, Bolivia, India e Algeria. Contrastanti i dati sull’immigrazione via mare. Secondo i numeri forniti al Parlamento europeo da Frontex, infatti, l’agenzia avrebbe intercettato 92.200 persone nelle acque del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico. E ne avrebbe respinte 6.700. Ma Spagna, Italia, Malta e Grecia, hanno dichiarato che nel 2008 sono entrate in Europa, via mare, 67.000 persone. Aumenta anche il budget per il pattugliamento dei mari e delle frontiere, passato dai 70 milioni di euro per il 2008 agli 83,5 per il 2009, che potrebbero raggiungere la cifra di 102 milioni di euro per il 2013. Attualmente, infine, a disposizione dell’agenzia comunitaria ci sono 25 elicotteri, 22 aerei, 24 navi e 89 motovedette.

EF

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Seconda accoglienza per 6.600 migranti

Maggio 5, 2009

Non c’è solo Lampedusa. Sono 6.589 i migranti accolti nei centri di accoglienza (CdA) e per richiedenti asilo (Cara) del nostro Paese. In tutto, secondo i dati del Ministero dell’Interno aggiornati al 30 aprile, 41 strutture. Una rete di ex-Cpt, alberghi e comunità, gestita in convenzione con lo Stato da almeno 24 enti, tra comuni, Croce Rossa, Misericordie, cooperative e Onlus. «In media, per ogni ospite delle nostre strutture spendiamo 42 euro al giorno», spiega Orazio Micalizzi, vicepresidente del consorzio Conneting People che riunisce diverse cooperative e  gestisce un Cda a Brindisi (temporaneamente adibito in parte a Cie, con 173 ospiti)  e un Cara a Gorizia (138 ospiti). Si tratta di fornire vestiario, assicurare il vitto e l’assistenza medica a quanti sono in attesa di ottenere le garanzie previste per chi proviene da zone di guerra o ha subìto persecuzioni nel Paese d’origine. «Nei limiti del possibile – continua Micalizzi – cerchiamo di assistere i migranti anche nel percorso del riconoscimento. Il vero problema – conclude – sono però i pagamenti. Soprattutto in questo periodo, probabilmente per far fronte alle spese di apertura di nuovi centri di accoglienza, i rimborsi hanno subìto un rallentamento».

E i numeri danno conto dello sforzo sostenuto dagli enti gestori: alcune strutture ospitano poche decine di persone mentre altre, più complesse, ne accolgono oltre 1300. Ed è il caso di Bari, dove coesistono entrambe le realtà del Cda e del Cara. Si tratta, in molti casi, di strutture riconvertite sull’onda dell’emergenza. Si va da poli logistici della protezione Civile, come il Cara di Castelnuovo di Porto in Provincia di Roma, ad ex-campi di aviazione militari, ed è il caso del Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Ma ci sono anche alberghi e comunità. A queste strutture si aggiungono i Centri di Identificazione ed Espulsione – attualmente 13 – dove, secondo i dati del Viminale, si trovano oltre 1567 migranti.

EF

Pubblicato sul Sole 24 Ore del 04.05.09


Insegnanti di sostegno. A Roma mancano 500 «specializzati»

Maggio 1, 2009

ROMA – Sono 8.826 in tutta la regione, oltre 6mila nella capitale, e non subiranno le conseguenze dei tagli alla scuola: è l’esercito degli insegnanti di sostegno del Lazio che saranno chiamati nel prossimo anno scolastico 2009/2010 ad accompagnare il percorso formativo degli alunni disabili nei diversi vari gradi di istruzione. Secondo i numeri di Uil Scuola Lazio, su dati dell’Ufficio scolastico regionale, il ridimensionamento dell’organico che nella regione coinvolgerà 2.276 insegnanti non influirà sul “sostegno”. «Il problema più immediato per la categoria- spiega Giovanni Febroni, segretario regionale Uil scuola – riguarda la formazione. Dopo la sospensione delle scuole universitarie di specializzazione, unico canale riconosciuto, non è più possibile specializzarsi per seguire i ragazzi portatori di handicap». E nel Lazio, continua Febroni «almeno il 20% dei docenti di sostegno è senza qualifica». Un dato, quello dei non-qualificati, sottolineato anche da Domenico Rossi, segretario generale di Flc-Cgil Roma e Lazio, secondo cui nella capitale mancherebbero all’appello «tra i 500 e i 600 docenti specializzati. E quando il personale formato per assistere i diversamente abili andrà in pensione- continua Rossi- la situazione diventerà insostenibile». Alla mancanza di personale si fa fronte chiamando docenti senza formazione specifica, tramite graduatoria. Ognuno di loro può seguire uno o massimo due ragazzi, a seconda della gravità della patologie e del percorso educativo di ciascun alunno. Per asili nido e scuole dell’infanzia, di competenza comunale, il discorso è diverso. Il dipartimento Politiche educative del Campidoglio, infatti, prevede per i 1.227 educatori alcune ore obbligatorie relative all’assistenza ai bambini disabili che nella capitale sono 1.104. «Il nostro impegno – spiega l’assessore alla Scuola del Comune di Roma, Laura Marsilio – è di continuare a puntare sulla formazione, per dare agli operatori gli strumenti necessari per svolgere un buon lavoro didattico ». Se si osservano i numeri relativi all’occupazione a livello regionale, inoltre, risulta evidente come il sostegno possa essere un bacino di posti di lavoro, a fronte di un’adeguata formazione. «Gli alunni con disabilità racconta Anna Natali, insegnante di sostegno dal 1997 non rallentano la vita della classe. Un alunno con un ritardo mentale grave non è più difficile da gestire di uno con problemi di droga». E da questo punto di vista, secondo Uil-Scuola, le zone più critiche sono Tor Bella Monaca, l’Infernetto e alcune zone di Ostia, dove oltre alla disabilità, ci si trova davanti a drammatiche situazioni di svantaggio sociale. Marilena Nese, del Coordinamento italiano insegnanti di sostegno, da quattro anni insegnante in una scuola media di Torre Angela, sottolinea «la necessità di fornire alle scuole strutture adeguate che, accanto alla formazione specifica dei docenti, possano aiutare a sviluppare un progetto educativo di vita per ogni alunno. Spesso, purtroppo, mancano». E si tratta di software per l’apprendimento, video-ingranditori, sintetizzatori vocali.

EF

Pubblicato su Il Sole 24 Ore Lazio del 29.04.09