Processo per l’omicidio Politkovskaja: ecco chi erano i quattro imputati

Febbraio 19, 2009

Dopo tre ore di camera di consiglio, i 12 giurati del processo per l’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja hanno dichiarato innocenti i fratelli Dzhabrail e Ibrahim Makhmudov, Pavel Ryaguzov e Sergei Khadzhikurbanov. Tutti assolti per insufficienza di prove.

Si tratta dell’ex dirigente della polizia moscovita, Serghei Khadzhikurbanov, accusato di essere l’organizzatore del delitto per conto di un mandante che le indagini non sono riuscite a identificare. Dei fratelli ceceni Makhmudov, considerati i pedinatori della giornalista. Mentre il quarto imputato, l’ex colonnello dei servizi segreti Riaguzov, era accusato di abuso d’ufficio ed estorsione. Riaguzov, in particolare, avrebbe fornito l’indirizzo della Politkovskaia ai sicari ceceni.

Per l’accusa la sentenza è suonata come una pesante sconfitta e già si annunciano ricorsi. Appena un mese fa, nel pieno centro di Mosca, un asicario aveva ucciso l’avvocato Stanislav Markelov e la giornalista praticante Anastasia Baburova. Anche la Baburova lavorava per la Novaja Gazeta, lo stesso giornale per cui aveva scritto Anna Politkovskaja.

EF


==Assolti i quattro imputati per l’omicidio di Anna Politkovskaja==

Febbraio 19, 2009

I QUATTRO IMPUTATI PER L’OMICIDIO DI ANNA POLITKOVSKAJA SONO APPENA STATI DICHIARATI INNOCENTI.

Seguiranno aggiornamenti.

EF


Israele: la partita delle alleanze. Intervista a Lucia Goracci

Febbraio 19, 2009

Il leader ultranazionalista del partito Israel Beitenu, Avigdor Lieberman, vera rivelazione delle ultime elezioni, ha confermato le indiscrezioni sulle possibili alleanze di Governo: il candidato premier dovrebbe essere Benjamin Neathanyahu, leader del Likud e non Tzipi Livni. “Noi”, ha comunicato Lieberman al presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, “raccomandiamo il nominativo di Benjamin Netanyahu, ma solo nell’ambito di un governo ampio che”, ha puntualizzato, “vogliamo sia costituito dai tre partiti maggiori, vale a dire il Likud, Kadima e Israel Beitenu”.

E le sue sono parole che giungono come un macigno per il già fragile Kadima guidato dalla Livni, che ha la maggioranza rispetto al Likud per un solo seggio. Scavalcati i laburisti, è Lieberman l’ago della bilancia di qualsiasi alleanza e maggioranza di Governo. A questo si aggiunge la tela di possibili alleanze: a conti fatti il Likud di Neathanyahu dovrebbe raggiungere la maggioranza con 65 seggi alla Knesset, il parlamento monocameratico dello Stato di Israele.

La partita è complicata e la scelta, affidata al presidente Shimon Peres, rischia di decidere anche il futuro della tregua con Hamas. Ne ho parlato (11 febbraio 2009) con Lucia Goracci, inviata di guerra del Tg3, che ha spiegato anche le prospettive dei rapporti tra America e Stati Uniti e come stia evolvendo la situazione in Georgia, a pochi mesi dall’invasione russa. «Nella campagna elettorale israeliana – ha spiegato la Goracci – non si è parlato del processo di pace con i Palestinesi ma dell’Iran e delle sue quinte colonne: Hamas e Hezbollah. La questione palestinese, invece, è centrale nel panorama mediorientale. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, – ha continuato – sembra esserne perfettamente cosciente. D’altronde l’opzione militare sull’Iran è molto più distante adesso che non durante l’amministrazione Bush». E sull’Iran la Goracci sottolinea che «nel voto di giugno si dovrà capire quanta gente sarà disposta a rimettersi in gioco dopo le delusioni degli ultimi anni (elezioni invalidate, ndr) e quanto il consiglio dei guardiani peserà sui risultati elettorali».
Della Georgia, infine, di cui la maggior parte dei media sembrano ormai essersi dimenticati, la Goracci commenta: «la situazione è congelata. L’opposizione è repressa ma sta iniziando ad alzare la propria voce contro il presidente che ha portato il Paese in guerra. Si tratta per lo più di comprimari di Saakasvili che adesso sono usciti dal Governo e stanno iniziando ad elencare gli errori di questa amministrazione».
 EF

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Un magistrato in terra di Camorra. Intervista a Raffaele Cantone

Febbraio 16, 2009

“Solo per giustizia”. E’ questo il titolo, volutamente ambiguo, che Raffaele Cantone (nella foto) – ex pm presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, adesso al Massimario della Cassazione – ha dato al libro in cui racconta la sua esperienza di magistrato in terra di Camorra. Prima alla cosidetta “procurina”, poi alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, a restare impressi nella mente del lettore sono i particolari dell’operato dei magistrati: la difficoltà nel relazionarsi con i pentiti, lo stretto rapporto umano che si instaura con le forze dell’ordine e con i testimoni.

“Solo per giustizia” però è anche un documento che racconta come negli anni sia cambiata la lotta alla criminalità. Anche in Campania, infatti, è stato applicato lo schema visto in Sicilia e, grazie ai pentiti, si è riusciti ad assestare duri colpi ai clan del napoletano e della “Terra di lavoro”.
Essere magistrato antimafia in terra di Camorra, però, è un impegno che coinvolge non solo l’ambito professionale ma anche e soprattutto quello familiare. E Cantone in diversi punti del suo libro racconta quanto pesanti siano stati i condizionamenti dovuti alla presenza della scorta, un rapporto, quello con gli agenti che con il tempo è divenuto di confidenza, improntato sulla massima discrezione possibile e sulla lealtà.
“Solo per giustizia” rappresenta quindi una testimonianza del duro lavoro di alcuni magistrati, che non si definiscono “eroi”, ma forniscono un contributo essenziale per la comprensione del fenomeno mafioso e delle connivenze tra criminalità, società civile e mondo politico.

Raffaele Cantone, in “Solo per giustizia” lei racconta come grazie alle intercettazioni (telefoniche ed ambientali) e ad uno stretto rapporto con le forze dell’ordine, sia stato possibile individuare , tra gli altri, personaggi vicini al latitante Michele Zagaria. Quali sono le prospettive di lavoro per i pm se dovesse passare l’attuale Ddl sulla giustizia?

Bisognerà capire quale parte della proposta di legge verrà approvata. Le proposte sono inquietanti perché l’operato del pubblico ministero e la possibilità di svolgere indagini potrebbero essere fortemente limitati. Si andranno infatti a creare una serie di formalismi inutili che incideranno paradossalmente proprio sui tempi dei processi, in un momento in cui la politica sottolinea come l’obiettivo della riforma sia il raggiungimento dell’efficienza del sistema giudiziario. Anche nel libro risulta evidente – ed è stato dimostrato – che l’accertamento di una serie di reati è possibile solo attraverso le intercettazioni. E anche l’eventualità che la polizia giudiziaria presenti l’annotazione entro sei mesi, non tiene conto del fatto che in una prima fase delle indagini il controllo da parte del pubblico ministero è fondamentale per cogestire le attività in una direzione o in un’altra. Questo sistema quindi, se approvato, taglierà pesantemente le unghie ai pubblici ministeri.

Giovanni FalconeCome racconta nel libro, il dibattito in seno alla Magistratura, in occasione della nomina di Falcone a Procuratore Nazionale Antimafia, fu lacerante. Crede che la presenza di correnti politiche interne alla Magistratura sia ancora un problema attuale?

Il problema della gestione correntizia della magistratura c’è. Bisogna però trovare una soluzione che, come si dice a Napoli, non butti via “il bambino con l’acqua sporca”. Quanto si è preventivato fin ora, infatti, non rende la magistratura più meritocratica ma rischia di subordinarla sempre di più al potere politico che non mi pare abbia dimostrato in passato una particolare attenzione alle logiche meritocratiche. Se si aumentano i politici all’interno del Csm, ad esempio, il potere dei magistrati verrà limitato ma non per questo la magistratura sarà più libera. E’ sicuramente necessario trovare una soluzione, senza però utilizzare questioni vere per raggiungere altri scopi. In altre parole: nella vicenda intercettazioni c’è il problema concreto di tutelare la privacy dei cittadini ma per risolverlo si vuole depotenziare del tutto questo strumento investigativo.

Nel libro racconta di aver condiviso l’ufficio con Luigi De Magistris, che idea si è fatto del suo modo di indagare?

Ho lavorato molto con De Magistris. Prima che entrassi a far parte della Direzione distrettuale antimafia (Dda) abbiamo seguito insieme numerosi processi. Ho sempre avuto la chiara impressione di trovarmi davanti ad un professionista che volesse approfondire quella che oggi si sta rivelando la nuova frontiera delle indagini: l’aspetto economico dei reati.

Restando in tema di reati finanziari, come viene analizzato, secondo lei, dalla stampa italiana l’aspetto economico della criminalità organizzata?

Se ne occupa in modo molto superficiale e solo quando ci sono i provvedimenti giudiziari o quando vengono diffusi i dati dei sequestri. E in qualche caso non sono neanche coincidenti alla realtà, anzi, spesso vengono addirittura gonfiati. Il rapporto tra le mafie e la stampa è complesso anche perché la criminalità ha la capacità di incidere fortemente sul mondo economico. E di riflesso anche sull’informazione.

Nel libro lei ha fatto una distinzione tra le diverse tipologia di Camorra, napoletana e casertana. Cosa intende quando scrive che “per struttura e organizzazione, i clan sono molto diversi fra loro”?

L’idea secondo cui la Camorra si riduce ai Casalesi è sbagliata. La definizione “Camorra” è soltanto geografica e ha una valenza unitaria ma di per sé inquadra un fenomeno complesso. I clan di Secondigliano, ad esempio, non devono essere confusi con quelli di Casal di Principe e quelli del nolano non sono la Camorra del Vomero. E’ un fenomeno complesso che si svolge in modo diverso a seconda che si consideri la città, e intendo Napoli, o la provincia. La stampa dovrebbe anche contestualizzare maggiormente questi aspetti.

Allargando il discorso, nel libro parla della connivenza tra i “colletti bianchi” e la criminalità organizzata…

Le mafie, per essere forti, devono avere il controllo del territorio ed è impensabile che questo possa essere ottenuto esclusivamente attraverso metodi violenti. E’ necessario il consenso e una forte capacità di penetrazione in ambiti diversi dai propri, nel mondo delle imprese, della politica e delle istituzioni. E’ complesso anche il rapporto delle organizzazioni criminali con i cittadini. E’ difficile pensare, ad esempio, che in una zona dove comanda un clan forte, la gente si faccia vessare da un clan più debole, eppure è successo a Mondragone, dove la Dda aveva pesantemente colpito i La Torre. C’è poi la questione culturale: la criminalità gestisce spazi e ambiti dove i cittadini si sono ormai abituati a trovare la mafia. Il ruolo della malavita è di cerniera, si inserisce dove lo Stato è assente o poco presente, fino a divenire una sorta di ammortizzatore sociale, di intermediario a cui le persone si rivolgono.

Nel suo libro racconta gli arresti di Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, pensa che l’arresto di Giuseppe Setola abbia inferto un duro colpo alla struttura del clan dei casalesi?

Assolutamente no. Fino a dieci mesi fa Setola era un personaggio sconosciuto anche a gran parte degli addetti ai lavori. Ha creato una strategia violenta ma anche mediaticamente forte, sfruttando a proprio vantaggio la visibilità che gli derivava dai Casalesi. La struttura interna del clan, quella che sostiene i latitanti e le famiglie, non credo comunque sia stata messa in crisi dall’arresto di Setola. Il problema è che dei veri capi, Antonio Iovine e Michele Zagaria, per lungo tempo non si è parlato e alcuni eventi criminali possono essere anche stati creati “ad arte” per distogliere l’attenzione dei media dai latitanti “storici” dei Casalesi. Le forze dell’ordine, di conseguenza, hanno dovuto impiegare le loro già limitate risorse per arrestare un personaggio pericolosissimo che sparava nel mucchio come Giuseppe Setola.

Roberto SavianoLei racconta di aver conosciuto Roberto Saviano. Pensa che il romanzo/documentario Gomorra, abbia cambiato l’atteggiamento dei cittadini nei confronti della Camorra?

In parte. C’è una consapevolezza diversa e una più forte volontà di capire, soprattutto negli ambienti che da sempre erano distanti dal tema della criminalità organizzata. La borghesia napoletana più ricca, ad esempio, ha sempre ritenuto la Camorra un problema secondario, adesso questa percezione sta cambiando. E una maggiore attenzione c’è anche da parte dei cittadini. Il problema è capire se questo interesse si tramuterà in qualcosa di positivo o se si ridurrà ad una moda del momento.
La strategia mediatica, quindi, va bene ma non è l’unico campo su cui far leva. La Camorra è un problema complesso e non si può pensare di risolverlo con logiche emergenziali, inviando i militari per pochi mesi. La questione è strutturale, bisogna intervenire sulla radice del consenso che la camorra crea sul territorio attraverso le connivenze con il mondo dell’economia e delle istituzioni. Cosa accadrebbe in Campania se all’improvviso, con la bacchetta magica, venisse eliminata la Camorra? Mi spiego meglio: quali sarebbero le ricadute clamorose sul versante economico? Se non eliminiamo le cause non abbattiamo il fenomeno, rischiamo di confinarlo in una condizione di quiescenza. Tornando al caso Saviano. E’ passato ormai un anno e mezzo dal successo di Gomorra. Ebbene, che cosa rappresenta un anno e mezzo nella lotta alla criminalità organizzata? Saviano ha comunque il merito di aver reso interessante un tema che prima non lo era.

Emilio F. Torsello
Alessandro Proietti

Pubblicato su Periscopio e ripresa dall’agenzia stampa AGI


Intervista a Gioacchino Genchi: «Su di me un “caso” che non esiste». Il Copasir: «Si faccia chiarezza»

Febbraio 14, 2009

Pubblico di seguito un articolo/intervista a Gioacchino Genchi, realizzato per il giornale della Scuola di Giornalismo dell’università di Tor Vergata di Roma. A troncare qualsiasi ulteriore dichiarazione è purtroppo giunta la relazione del Copasir sul presunto “dossier Genchi”.

Il cosìdetto “Caso Genchi” non esiste. Almeno secondo quanto dichiarato al Periscopio dallo stesso Gioacchino Genchi, vicequestore della Polizia di Stato ed ex consulente di Luigi De Magistris: «quello ai miei danni è un equivoco e fa parte delle mistificazioni che hanno accompagnato la montatura di un “caso” che non esiste ma risponde al preciso interesse, in primo luogo, di nascondere e spostare l’attenzione dal vero problema».

E per capire quale sia il “vero problema”, Genchi pone alcune domande che, sottolinea, dovrebbero tornare a trovare spazio e risposte sui giornali e sulle tv: «Cosa c’era nelle indagini di Catanzaro che in molti hanno cercato di bloccare? Su cosa stavano lavorando i magistrati di Salerno prima che li trasferissero? Chi e perché aveva paura di quelle indagini?». «Molte di queste domande – conclude Genchi – erano parte del lavoro che io stavo portando avanti e che mi è stato impedito di continuare». Un presunto insabbiamento, quello suggerito da Genchi, che non lo avrebbe visto unica vittima. «Quando i magistrati di Salerno mi stavano ascoltando per avere lumi sul mio lavoro – conclude l’ex consulente – li hanno bloccati». E il riferimento è ai provvedimenti presi dal Consiglio Superiore della Magistratura a seguito della cosidetta “guerra tra procure“.

Sulla relazione emessa ieri dal Comitato per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) e per la quale il sottosegretario Letta avrebbe chiesto anche il Segreto di Stato, Genchi preferisce però non pronunciarsi. Lo fa invece Francesco Rutelli, presidente del Copasir, che in una nota scrive: «il Comitato considera suo preciso dovere istituzionale esprimere grande preoccupazione per le ripercussioni che l’eco di questa vicenda può avere (…) per i rischi che si possono determinare per la credibilità delle nostre agenzie nei loro rapporti con omologhi organismi di intelligence degli altri Paesi». «Tra le utenze individuate – continua la nota – quelle riferite al Procuratore nazionale antimafia e ad altri magistrati della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale di Reggio Calabria, a 13 parlamentari, tra cui il Presidente del Consiglio, il ministro e il viceministro dell’Interno e il ministro della Giustizia appartenenti a diverse compagini governative, a cinque partiti o gruppi politici, alla Camera dei deputati, al Senato della Repubblica (segreteria del Presidente), alla Presidenza del Consiglio, ai principali ministeri, ai vertici della Guardia di finanza, al capo degli ispettori del Ministero della giustizia e all’ambasciata degli Stati Uniti in Italia. In tutti questi casi sono stati richiesti e acquisiti i dati di traffico telefonico». Tra le 392.000 intestazioni anagrafiche e i 1.402 tabulati di traffico storico richiesti, inoltre, vi sono i dati «di 52 utenze telefoniche fisse e mobili riconducibili al Consiglio superiore della magistratura e di 14 utenze fisse del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica». Una lunga serie di nomi tra cui Romano Prodi, Giuliano Amato, Marco Minniti, Clemente Mastella. Ma anche Silvio Berlusconi, Giuseppe Pisanu, forse Roberto Castelli, e gli ex manager della Sicurezza di Telecom e Pirelli, Giuliano Tavaroli, Adamo Bove e Fabio Ghioni. Genchi, conclude il Copasir, avrebbe «trattenuto copia integrale del materiale informatico acquisito nel corso delle indagini da lui svolte per la Procura di Catanzaro».

EF


Caso De Magistris. Le motivazioni del Riesame: “Legittimo l’operato dei pm di Salerno”

Febbraio 12, 2009

“Il Tribunale di Salerno ritiene perfettamente legittimo l’impugnato decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla Procura di Salerno”. È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici del Riesame hanno respinto i ricorsi di alcuni degli indagati coinvolti nella perquisizione effettuata il 2 dicembre scorso nella procura di Catanzaro. Dopo averli più volte richiesti ai colleghi calabresi senza ricevere da questi alcuna risposta, infatti, i pm di Salerno avevano disposto il sequestro degli atti relativi all’inchiesta Why Not, facendo perquisire abitazioni e uffici dei colleghi di Catanzaro che a oro volta avevano risposto con provvedimento di contro sequestro.
Una vera e propria “guerra tra procure”, come è stata ribattezzata da media e politici. Scopo della perquisizione era verificare attraverso gli atti originali alcune dichiarazioni rese dall’ex pm Luigi De Magistris su presunte irregolarità legate all’avocazione delle inchieste Why Not e Poseidon.
Il Tribunale ha quindi ritenuto “che le concrete fattispecie analiticamente descritte [...] siano perfettamente sussumibili nello schema legale della corruzione giudiziaria ipotizzata” (gli altri reati ipotizzati nell’inchiesta sono concorso in omissione di atti d’ufficio, concorso in abuso d’ufficio, favoreggiamento, falso ideologico, oltre ad alcune ipotesi di calunnia e diffamazione a danno di De Magistris) specificando che “non può affermarsi che il decreto impugnato affondi le sue radici in meri sospetti ed illazioni”. “Invero – scrivono i giudici del Riesame – dalla lettura del complesso provvedimento, può rilevarsi come l’inquirente non si sia limitato a recepire passivamente le denunce del dr. De Magistris ma, al contrario, abbia sottoposto le stesse ad un’intensa attività di verifica, mediante acquisizione di atti e documentazione, la diretta audizione di s.i.t. di persone informate, colleghi dell’avvocato Greco, colleghi del dr. De Magistris, consulenti tecnici, atti acquisiti da altri procedimenti”. Un comportamento, quello descritto dal Riesame, che considera quindi doverosa anche la perquisizione presso la Procura di Catanzaro. Atto dovuto e funzionale all’accertamento di eventuali illeciti subiti da Luigi De Magistris.
Il Collegio, presieduto dal giudice Anita Mele, ha quindi rigettato i ricorsi presentati da Antonio Saladino, ex leader della Compagnia delle opere in Calabria e principale indagato di “Why not”, dall’ex procuratore della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, che revocò a De Magistris la delega di “Poseidone” (ad avocare Why Not fu invece Dolcino Favi, avvocato generale presso la Corte d’appello di Catanzaro, nella sua veste di procuratore generale facente funzioni), da Maria Grazia Muzzi, moglie di Lombardi e Pierpaolo Greco, figlio della Muzzi ed avvocato dello studio legale del senatore Giancarlo Pittelli, coordinatore regionale di Forza Italia che, indagato sia in Why Not che in Poseidon, è uscito dalle inchieste quando queste sono state tolte al titolare.

EF


Caso De Magistris: a breve pubblicherò le motivazioni del riesame di Salerno

Febbraio 11, 2009

A quanti mi hanno chiesto di pubblicare le motivazioni del Riesame di Salerno, in merito al decreto di perquisizione della Procura di Salerno nei confronti di quella di Catanzaro, anticipo che le ho recuperate e a breve le pubblicherò sul blog.

EF


La morte dimenticata di un carabiniere in Algeria

Febbraio 11, 2009

Sulla morte di Cristiano Brigotti in internet c’è poco. Nelle agenzie stampa ancora meno (appena la notizia della morte nello “storico” dell’Ansa). Carabiniere, 30 anni, sopravvissuto all’attentato di Nassirya, Brigotti è morto in circostanze poco chiare in un appartamento ad Algeri, il 12 dicembre del 2006. E nel resoconto di polizia e ambasciata, non mancano le stranezze. La prima? Nel nostro Paese nessuno ha mai portato la vicenda agli onori delle cronache.
Ma andiamo con ordine e torniamo indietro al 2006, al 12 dicembre. Poco prima di Natale.
Stando a quanto scrive la Polizia algerina in un rapporto, il corpo di Cristiano viene ritrovato nella vasca da bagno del suo appartamento ad Algeri, in un ambiente saturo di gas. Ma – secondo quanto scrive anche Massimo Lugli nell’articolo comparso oggi su Repubblica di Roma – il referto della prima autopsia parla di avvelenamento da monossido di carbonio, un gas perfettamente inodore. Una lettera dell’ambasciatore Verderame, inoltre, di cui diversi anni dopo è entrato in possesso Francesco Bianchi, legale della famiglia Brigotti, cita una misteriosa ragazza con cui si sarebbe incontrato Cristiano e che si sarebbe presentata all’appartamento poco dopo il ritrovamento del corpo. Un particolare, quello della ragazza, che non torna né ai genitori né agli inquirenti: perché il carabiniere avrebbe dovuto partire per l’Algeria (Paese ritenuto ad alto rischio per gli occidentali) per una fuga d’amore, senza dir nulla né alla famiglia né lasciare la fidanzata in Italia? C’è poi un’ultima discordanza che potrebbe però non essersi verificata grazie ad una serie fortunata di circostanze: se l’appartamento fosse stato effettivamente saturo di gas, con buona probabilità ci sarebbe stata un’esplosione.
Infine c’è la questione del computer del carabiniere: poco tempo dopo la morte di Cristiano, con una banale scusa, un suo commilitone l’ha ottenuto dalla famiglia e ad un’analisi successiva diverse cartelle sono risultate cancellate. Cosa cercavano i carabinieri nel computer del loro collega?
Il dubbio dei genitori è che Cristiano Brigotti sia stato arruolato dai Servizi Segreti per una qualche missione in Algeria e per circostanze ancora da chiarire vi abbia trovato la morte. La versione ufficiale lo vuole in congedo e in vacanza all’estero per studiare l’arabo.
Inquietante anche un passaggio del comunicato emesso il 13 dicembre 2006 dall’ambasciata italiana e riportato dall’Ansa: “Al momento non ci sono motivi che facciano pensare ad altre cause di morte”. Quasi si volesse mettere le mani avanti, ancor prima dell’autopsia sul corpo del ragazzo.
Nei prossimi mesi, infine, saranno resi noti i risultati dell’esame autoptico effettuato nei giorni scorsi sul corpo di Cristiano, a tre anni dalla morte. A dare mandato al medico legale è stato il pm Palamara, a cui il legale della famiglia Brigotti si è rivolto per riaprire le indagini.
E chi sa qualcosa, parli.

EF

Fonti: Repubblica – Archivio storico Ansa

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APPROFONDIMENTO: INCHIESTA DI RAINEWS24


Su Eluana. E non è per fare il cattolico…

Febbraio 9, 2009

E chi è il mio prossimo?“. Gesù riprese:
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall`altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n`ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all`albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. 37 Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fà lo stesso”

Vangelo secondo Luca, cap. 10.

Ho una fede con più dubbi che non altro. Ma una cosa mi è ben chiara: io non posso io decidere della vita altrui perché non sono stato io ad avergliela data. E se l’uomo ha un senso su questa terra – un senso diverso dall’egoismo – questo risiede proprio nell’attenzione verso il prossimo.

Da quando faccio turno in ambulanza, mi è capitato spesso di riflettere sul senso della morte all’interno della vita. Ebbene, non ho mai pensato che una persona debba essere lasciata morire di fame e di sete solo perché l’evidenza dice che è spacciata. Sarebbe una follia. Vi racconto un fatto: il mio primo servizio (all’epoca al 118 di Milano). Autostrada Milano-Torino, incidente auto/moto. Arriviamo e un ragazzo a terra guarda il Sole con gli occhi aperti, sbarrati. Era stato probabilmente toccato in sorpasso da una macchina e lui era in moto. Sangue ovunque e segni di un possibile trauma cranico. Senza scendere in particolari, la rianimazione va avanti per 40 lunghi minuti. Inutilmente. Aveva 33 anni compiuti da tre giorni. Se ci si fosse dovuti attenere alle speranze di recuperarlo, dopo 6-10 minuti il cervello subisce danni irreversibili e quindi lo si sarebbe dovuto coprire subito con un lenzuolo. 6-10 minuti: nemmeno il tempo di far partire la chiamata di soccorso e far arrivare un’ambulanza. Ma stando a quanti sostengono che una vita come quella di Eluana non ha dignità e quindi non ha senso, scesi dall’ambulanza avremmo dovuto allargare le braccia e dire “signori ci disipiace, arrivederci”. Sarebbe stato folle. Folle. E se quel ragazzo si fosse ripreso, probabilmente sarebbe stato come Eluana…ma non era un buon motivo per non provare a salvarlo. E a chi vi scrive è capitato di rompere una cassa toracica durante una rianimazione ma di recuperare alla vita una persona, non un vegetale, una PERSONA. E’ accaduto una sola volta ed è rarissimo. Ma in quel momento sotto le mie mani una donna è tornata a vivere. No. Non si può lasciar morire di fame e di sete nessuno. Lavarsi le mani con la legge e con le teorie ascoltate e ripetute mille e mille volte in questi giorni è comodo ma la verità è ben altra. Chi ha abbandonato Eluana si è voltato dall’altra parte, è passato dall’altro lato della strada. Confortato dai molti che con lui affastellavano scuse e dicevano: ma sì, per amore lasciala morire. Di fame, di sete e di stenti.

EF


Caso De Magistris: le motivazioni del Csm. Nel generale silenzio dei media

Febbraio 8, 2009

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha reso note ieri le motivazioni con cui è stata decisa la sospensione dalle funzioni del procuratore di Salerno, Luigi Apicella, il trasferimento dei sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, e l’allontanamento dalle loro funzioni e dalla loro sede del Pg di Catanzaro Enzo Jannelli e del suo sostituto Alfredo Garbati. I giudici togati hanno sottolineato come il decreto di perquisizione degli atti dell’inchiesta Why Not contenesse “un affastellamento di una serie infinita di dati, fatti, intercettazioni, dichiarazioni e valutazioni di soggetti vari (il solo De Magistris è stato sentito circa 65 volte) molto spesso non pertinenti rispetto all’oggetto dell’indagine e comunque prive di alcun vaglio critico ed argomentativo da parte degli estensori”. Sarebbe quindi venuto meno “da parte degli autori del provvedimento, l’elementare dovere di garantire, al di là di ogni sospetto del contrario, che la decisione sia stata assunta in piena autonomia di giudizio e di assicurare che il proprio comportamento sia stato improntato ai canoni di correttezza nei confronti di tutte le parti processuali”.

Dall’esame del Csm, risulta che la posizione più grave è quella del procuratore di Salerno, Luigi Apicella: “non solo nessuna generica vigilanza – scrivono i togati – ha posto in essere il dottor Apicella nei suoi sostituti, ma ha omesso del tutto di esercitare un controllo idoneo ad assicurare lo svolgimento corretto dell’indagine ed il rispetto delle norme da parte del suo ufficio, tale da impedire i comportamenti scorretti e gravemente negligenti, dei quali è stato invece lui stesso protagonista”. Il provvedimento di perquisizione, inoltre, pubblicato su internet avrebbe “il taglio dell’inchiesta giornalistica e conterrebbe ”notizie allarmistiche e impertinenti” su ”personaggi estranei” al procedimento penale: ”alte cariche istituzionali, magistrati, politici e personaggi pubblici’.

Il Csm ha poi a considerato l’eventuale pentimento dei magistrati: “Nessuno degli incolpati salernitani e catanzaresi ha dimostrato minimamente di essersi reso conto della eccezionale gravità del proprio comportamento deontologico che, violando fondamentali regole procedurali, ha determinato il concreto rischio di una vera e propria implosione della giurisdizione”. Nessun riferimento, invece, al provvedimento con cui il Tribunale del Riesame di Salerno aveva giudicato lecita la richiesta di perquisizione avanzata dalla procura campana nei confronti di quella di Catanzaro.

Continua, infine, l’esame del Copasir sui tabulati telefonici analizzati dal consulente informatico di Luigi De Magistris, Gioacchino Genchi. Secondo l’esperto, infatti, i numeri intercettati sarebbero solo 752 e non 7 milioni come emerso dalla riunione del Copasir. Il Comitato tornerà a riunirsi martedì prossimo alle ore 10, per presentare la relazione finale da trasmettere al Parlamento e le comunicazioni in merito da inviare ai presidenti di Camera e Senato.

EF

© Periscopio


Approvato il decreto su Eluana, ma che senso ha?

Febbraio 6, 2009

Che senso ha adesso? Insomma, dopo una sentenza della Cassazione il Governo, pur di non fare la figura di Pilato, vara un decreto d’emergenza. Adesso anche Eluana è divenuta un’emergenza nazionale. Chi frequenta questo blog lo sa: non sono a favore della decisione presa da Beppino Englaro. Ma riconosco anche l’assurdità di un decreto che con poche battute vuole andare a mettere una pezza su un pesantissimo vuoto normativo italiano: la dichiarazione di fine-vita. Che senso ha, mi chiedo, legalizzare l’esistenza di una persona in questo modo cialtronesco, senza un minimo di coerenza istituzionale? La verità è che, come ho sentito dire da esponenti del Pdl ieri sera a Radio24, “le pressioni sono fortissime”. Ma bisognava esercitarle prima, adesso sono fuori luogo…e anche un po’ crudeli.

Seconda parte – aggiornamento

Napolitano ha appena respinto il decreto…e Berlusconi cosa ha pensato bene di fare? Minacciare: “O firma o faremo una legge”. Come se il Capo dello Stato fosse il suo maggiordomo disobbediente.

In realtà si spera che almeno adesso Napolitano difenda i giudici. Perché questa non è altro che l’ennesima occasione – voluta da Silvio e sostenuta per motivi diversi dal Vaticano – per delegittimare la magistratura.

EF


Eluana: ecco il testo del decreto che potrebbe evitarne la morte

Febbraio 5, 2009

Ecco il testo del decreto legge che potrebbe bloccare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione ad Eluana Englaro:

«Disposizioni urgenti in materia di alimentazione ed idratazione».

«In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».

EF


Reclusa in casa, picchiano una prostituta: ecco la realtà che non si vede sulle strade

Febbraio 5, 2009

Senza commento: sono animali. Clicca qui per vedere il video.

Ecco cosa si rischia a chiudere le prostitute in casa…sempre che il dl Carfagna passi.

EF


Il Governo dice “no” all’introduzione del reato di tortura

Febbraio 4, 2009
Dopo le violenze consumatesi nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz, durante il G8 del 2001, numerosi politici avevano denunciato la necessità di introdurre nell’ordinamento giudiziario italiano il reato di tortura. Ma non c’è stato niente da fare. Oggi il Senato ha infatti bocciato per un pugno di voti – 129 sì, 123 no e 15 astenuti – la proposta dei senatori Radicali Marco Perduca e Donatella Poretti di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura che puniva, tra gli altri, i pestaggi a danno dei detenuti.

L’emendamento era stato presentato all’art. 34 del ddl sicurezza e sottoscritto da 72 senatori in gran parte del Pd e da Rita Levi Montalcini.

Più volte i magistrati, nel corso delle udienze per le violenze compiute durante il G8 di Genova, avevano sottolineato la necessità di introdurre uno specifico reato che punisse episodi di tortura, ma dal mondo politico avevano fatto orecchie da mercante. Oggi la sonora bocciatura: non s’ha da fare. In caso di una nuova Diaz o di una nuova Bolzaneto, quindi, eventuali atti di violenza saranno punibili solo come “lesioni personali” e non come atti di “tortura” in senso stretto.

EF


Omicidio volontario

Febbraio 4, 2009

Omicidio volontario. E’ quello che si sta per consumare ai danni di Eluana Englaro, una ragazza viva ma in coma che verrà volontariamente fatta morire di fame e di sete nel suo letto. E se lei soffrirà atrocemente, la imbottiranno di sedativi, tanto non avrà le forze per lamentarsi e chiedere a suo padre “cosa mi stai facendo?”. A tanto arriva l’egoismo umano che alcuni follemente definiscono “amore”.

Tempo fa mi è capitato di parlare con una donna gravemente malata di tumore che mi ha detto “quando stavo bene ero tra quelle che approvavano l’eutanasia e sarei stata a favore di Beppino Englaro. Adesso che sono malata, non vorrei mai e poi mai che altri decidessero quando e come farmi morire”. Che per Eluana significa “di stenti”. Di fame e di sete.

EF


Il vero volto di Roberto Maroni

Febbraio 2, 2009

“Per contrastare l’immigrazione clandestina e tutto il male che porta non bisogna essere buonisti ma cattivi, bisogna essere determinati ad affermare il rigore della legge”. Questa la soluzione spiegata oggi dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, intervenuto all’incontro Governincontra.
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