La mappa delle droghe. Dove, come, quando e perché si muore

Dicembre 29, 2008

Droga droga e ancora droga. E’ lei, ultimamente, la “nuova” responsabile di numerosi incidenti stradali (lo era anche prima, solo che non c’era tutta l’attenzione mediatica che si registra in questo periodo). E allora vi do un po’ di cifre in proposito, fresche fresche di Sole 24 Ore.
La dose minima – un grammo di cocaina – costa “appena” 50 euro. Negli anni i prezzi si sono notevolmente abbassati in modo da divenire accessibili sia ai giovanissimi che alle persone comuni. E’ il mercato. Bruciarsi il cervello e la vita ormai costa poco.
Secondo il rapporto 2008 dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze, in Europa la cannabis è la sostanza illecita più utilizzata. Ne hanno fatto uso almeno una volta nella vita oltre 71milioni di persone, mentre circa il 7% (pari a 23 milioni) l’ha consumata nell’ultimo anno. Dulcis in fundo: 4 milioni ne farebbero uso quotidianamente.
Ma andiamo al bruciacervello per eccellenza: la cocaina. Circa 3,5milioni di giovani europei (tra i 15 e i 34 anni) ne hanno fatto uso nell’ultimo anno e in Italia ogni 10mila persone, tre sono attualmente in cura per disintossicarsi. Negli ultimi dodici mesi, nel nostro Paese ne ha fatto uso il 3,3% dei giovani (15-24 anni) e il 2,2% degil adulti (il 6,6% l’ha provata almeno una volta nella vita).
E come dimenticare, infine, le droghe etniche di miscugli chimici?!? Il loro consumo è in aumento del 500 per cento. Al primo posto l’ecstasy, consumato da due milioni di giovani europei.
Numeri, direte voi. Percentuali che sterilizzano il dramma. Ma leggete bene: si parla di milioni. Non solo di euro ma di persone, di vittime, di potenziali morti. E il business è enorme. Basti pensare che gli stupefacenti viaggiano addirittura attraverso il deserto del Sahara, fino in Libia e poi in Europa, nascosti nei camion su cui vengono trasportati anche i clandestini e le sigarette di contrabbando. E le sigarette restano sempre lì, a coprire la droga che invece viene caricata e scaricata ad ogni tappa. Fino alla sua meta finale: l’Europa e il cervello dei ragazzi occidentali annoiati e borghesi. Fino allo schianto sul guardrail o alla carambola giù da un cavalcavia.
EF

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I migranti a Lampedusa, un brano per riflettere prima di giudicare.

Dicembre 28, 2008

Per Natale mi hanno regalato un buono da 100 euro da spendere in libri. E per non fare pubblicità non dirò in quale libreria.
Mi è capitato però tra le mani, alcuni giorni fa, un “documento” (perché di questo si tratta) di grande interesse e che consiglio a tutti quelli che sparerebbero sui barconi dei migranti che giungono a Lampedusa, al grido di “Tornate a casa”. Si tratta di un libro assai noto ma forse ancora troppo poco letto: di Fabrizio Gatti “Bilal“, ed. Bur.
Il giornalista de L’Espresso è andato in Africa per ripercorrere la via di quanti sognano l’Europa e attraversano il Sahara per raggiungere prima la Libia e poi – con l’aiuto di un qualche trafficante di esseri umani locale – l’Italia e l’isola di Lampedusa. All’arrivo, un Centro di Permanenza Temporanea (da poco ribattezzati di Identificazione ed Espulsione), simile per molti aspetti a un lager, anche se non si ha il coraggio di chiamarlo così.
Come a tutti è noto, a spingere queste persone a rischiare la vita con la speranza di toccare una costa è l’estrema povertà in cui versa l’Africa. Una povertà di cui è in gran parte responsabile l’Occidente. Noi. Anche noi.

A quanti continuano ad urlare con toni leghistoduristi “tornate a casa” (e ce ne sono, basta guardare i commenti a questa notizia di Repubblica), ricopio di seguito un brano del libro di Gatti. Leggetelo con attenzione e pensateci ogni volta che inveite contro lo straniero:

“Le donne si devono affidare al bouga, la guida. E il bouga le accompagna fino a Tripoli, due o tre per volta. Ma durante il viaggio sfrutta le ragazze. Un giorno a Dirkou ho visto una bambina di quattordici anni. A ogni tappa le ragazze vengono fermate anche due o tre mesi. Perché devono rendere tre o quattro volte il costo del viaggio. Dipende tutto dal bouga. E’ così a Zinder, ad Agadez, a Dirkou. E poi in Libia: a Sebha, nel quartiere nero di Combo, e a Tripoli. Ad Agadez si prostituiscono per mille franchi [...]. A Dirkou per cinquecento franchi. E mettere insieme ottantamila, centomila franchi è una fatica. Si prostituiscono anche all’autogare (piazzale di pullman, ndr). Al buio, sotto i camion [...]. Le donne pagano il loro viaggio con la salute”.

E una volta arrivate in Libia, quando finalmente vengono lasciate libere, può capitare che muoiano affogate in mare, in quella immensa tomba dei migranti che è ormai divenuta il Mediterraneo. La sorte migliore che può toccargli è un centro di permanenza temporanea.

Vi lascio con un invito: provate a contare quanti sono i giornalisti in Italia che, come Gatti, vanno sul posto a raccogliere di persona le storie di vita. Pochissimi. Ormai sono quasi tutti giornalisti telefonici, da call center. Che si fanno inviare i dati ‘ufficiali’ via mail…e ricchi pacchi-regalo per Natale. Ma questa è un’altra storia e magari più avanti la tratterò. 

EF

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Israele bombarda la Palestina

Dicembre 27, 2008

Oltre trecento morti. A sentire gli analisti internazionali, il via all’attacco non era cosa da festività natalizie. E invece Israele, alle prime luci dell’alba, ha sferrato un poderoso bombardamento aereo a tappeto sulla Striscia di Gaza, controllata dal gruppo terroristico di Hamas. Per ora i morti sarebbero più di trecento (quasi tutti civili), ma il condizionale è d’obbligo visto che fonti palestinesi parlano di oltre mille feriti, alcuni in fin di vita.

E ci sono anche le prime reazioni dai Paesi arabi. “L’Egitto, il suo presidente, il parlamento e il popolo – fanno intanto sapere dal Cairo – condannano la strage senza precedenti che sta avvenendo a Gaza”, a dichiararlo è Mustafa al Faqqi, presidente della commissione Esteri del parlamento egiziano, ai microfoni di Al Jazeera. “Il mondo – conclude al Faqqi – non può restare a guardare una simile strage”. Mentre lo stesso Abu Mazen ha definito l’attacco israeliano “un’aggressione”.

Da Israele, invece, è lo stesso presidente Shimon Peres ad assicurare, nel corso di un’intervista al giornale arabo londinese al-Sharq al-Awsat, che i militari non entreranno a Gaza: “Prenderemo tutte le misure necessarie per fermare il fuoco dei razzi” che il movimento Hamas spara verso lo Stato ebraico ma “non entreremo a Gaza, ci sono altri mezzi. Non ce ne siamo andati da Gaza per tornarci” ha concluso Peres.

Mentre la tv araba Al Jazeera ha diffuso un comunicato di Hamas in cui si chiede alle brigate Al Qassam – il cui capo, Ahmed Jaabari, sarebbe stato ucciso negli attachi – di rispondere “in tutti i modi” all’attacco israeliano. La tregua è ormai un ricordo del passato.

EF

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Lavoratori stranieri: quale futuro in tempo di crisi?

Dicembre 26, 2008

Contribuiscono per il 9% al prodotto interno lordo nazionale, sono quasi tre milioni e ci si chiede se saranno loro, i lavoratori immigrati regolari, i primi a pagare le conseguenze della crisi economica internazionale.
Secondo l’ultimo rapporto Caritas/Migrantes, in particolare, già nel primo trimestre 2008 la quota di popolazione straniera occupata in Italia è scesa dal 67% al 65,7%, con una forbice compresa tra i 2 e i 4 punti percentuali in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
«La crisi internazionale avrà pesanti effetti sull’occupazione, in tutto il mondo – spiega Carlo Bonomi, presidente del gruppo Terziario innovativo di Assolombarda –. E durante i cicli di depressione i primi a essere colpiti sono gli anelli deboli della catena, nel nostro Paese gli immigrati, in primis gli irregolari perché socialmente più deboli. A rischio sarà anche l’integrazione, per via dei prevedibili tagli alle spese sociali».
Mancano ancora stime precise delle conseguenze occupazionali della crisi sui lavoratori, in particolare stranieri, ma è opinione comune tra gli industriali che eventuali licenziamenti dipenderanno dalla specializzazione che i dipendenti potranno offrire alle imprese. «Gli stranieri giunti in Italia dieci anni fa, quando l’industria aveva bisogno di manodopera – sottolinea Nicola De Bartolomeo, presidente di Confindustria Puglia – hanno ormai sviluppato competenze specifiche in fasi lavorative delicate, lasciate scoperte dagli operai italiani. Se un’azienda dovrà licenziare non sceglierà certo di mandare a casa questo tipo di impiegati». Un dato sottolineato anche da Gianpaolo Pedron, vicedirettore di Confindustria Veneto: «L’incidenza dei lavoratori stranieri nell’industria della regione è del 10% sul totale degli occupati. In caso di licenziamenti verrebbero penalizzati i lavoratori generici, più facilmente reperibili sul mercato. Questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri». Si tratta quindi dell’ultima generazione di immigrati regolari, giunti in Italia da pochi anni e non ancora inseriti nel mercato del lavoro.
Secondo Maurizio Stirpe, presidente di Confindustria Lazio, inoltre, a resistere alla crisi sarà soprattutto il comparto dei servizi che richiede una minor specializzazione e assorbe la maggior parte della manodopera straniera: «Si tratta di un settore indispensabile per cui la domanda di lavoro difficilmente può ridursi. Nel Lazio i lavoratori immigrati sono il 5% degli occupati e quasi tutti impiegati nel terziario per cui, ad oggi, non si prevede un alto numero di licenziamenti».
Ma gli immigrati sono decisivi anche in un altro comparto, quello agricolo. «Senza i lavoratori stranieri l’intero sistema di produzione si fermerebbe» spiega Fabrizio Bellini, presidente di Confagricoltura Latina. «A fare da scudo alla crisi – continua – sarà il ciclo produttivo dei campi che assicura stabilità alle aziende». Mentre Antonio Ippolito, direttore di Confagricoltura Campania, aggiunge: «Il problema licenziamenti per ora non esiste, anzi, spesso c’è carenza di manodopera. Eventuali difficoltà potrebbero invece derivare dal mancato rinnovo della fiscalizzazione degli oneri sociali». E la situazione per i lavoratori immigrati sembra non essere drammatica anche nelle campagne padane. «Il 90% del nostro personale è straniero – spiega Francesco Bettoni, presidente di Confagricoltura Lombardia – molti di loro da anni si sono perfettamente integrati nel sistema produttivo, conquistandosi la fiducia degli imprenditori. Le aziende agricole non prevedono drastici licenziamenti poiché all’orizzonte non c’è una diminuzione dei consumi».
La situazione occupazionale non sembra particolarmente nera neanche nel settore artigiano dove invece manca la manodopera specializzata. «Le quote di lavoratori stranieri assegnate alle imprese sono state fino ad oggi insufficienti a coprire la domanda di posti di lavoro», spiega Riccardo Giovani, direttore delle relazioni sindacali di Confartigianato. Secondo uno studio della stessa Confartigianato, infatti, nel 2007 restavano scoperti oltre 71mila posti di lavoro. «Sul fronte dell’integrazione – aggiunge Giovani – le nostre associazioni provinciali organizzano corsi di specializzazione e di italiano rivolti proprio ai lavoratori immigrati che vogliono impegnarsi nel settore artigiano».
Non crede a una crisi generalizzata dell’occupazione straniera neanche Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland, secondo cui «negli anni gli stranieri si sono resi essenziali al sistema produttivo italiano».

EF

Pubblicato su Il Sole 24 Ore del 22.12.08

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Letter to Anna

Dicembre 24, 2008

Era nascosto dietro a un paio di riviste, appoggiato di sbiego su uno scaffale e sul momento non mi ero reso conto che da quella vetrina quel Dvd mi stava chiamando (ebbene sì). Pochi istanti dopo, forse sollecitato da un’immagine rimasta impressa sul fondo della retina, sono tornato indietro. Era proprio Letter to Anna, edito da Internazionale e sottotitolato in italiano. Il primo vero (e serio) film-documentario su Anna Politkovskaja, la giornalista russa trucidata a Mosca il 7 ottobre del 2006 per aver criticato il Cremlino e i poteri ceceni.

Il regista del documentario è lo svizzero Eric Bergkraut che, prima dell’omicidio di Anna, aveva realizzato con lei alcune interviste e girato numerose immagini in vista di un film. Ed è un’Anna Politkovskaja a tutto campo quella che si racconta nel video. Insieme a lei sono stati ascoltati anche l’oligarca Boris Berezovskj, la figlia di Anna, Vera Politkovskaja, il direttore della Novaja Gazeta, Dimitrij Muratov e tanti altri. Il documentario non dà un verdetto decisivo sulla vicenda ma suggerisce ipotesi. Chi vi scrive ha sempre propeso – e fin ora non ho cambiato idea – per la pista cecena. I mandanti potrebbero essere , infatti, persone vicine all’attuale presidente, Ramzan Kadyrov, contro cui la Politkovskaja aveva scritto numerosi articoli al vetriolo, anche prima di essere uccisa. Per Putin, invece, Anna era meno pericolosa da viva che da morta. Ovviamente questa è solo un’ipotesi e nulla più, ma è la mia opinione.
Nell’ultimo pezzo che stava preparando, in particolare, Anna raccontava di un video di cui era entrata in possesso, dove venivano mostrate torture perpetrate dai miliziani di Kadyrov ai danni di alcuni soldati federali.

Chiudo qui con l’invito a chi mi legge a procurarsi il video (magari lo trovate ancora in edicola!) e farvi una vostra opinione.

EF

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L’Italia al primo posto nel mondo per le autoblu. Ecco quante sono e quanto costano

Dicembre 22, 2008

L’Italia ha conquistato un nuovo record: siamo il Paese che fa registrare il più alto numero di autoblu. E le paga. Ce ne sono ben 607.918, aumentate in soli due anni del 6% (prima erano 574.215 (fonte elaborazione Sole24Ore-Contribuenti.it). Tutte automobili di lusso, che ingombrano e consumano non poco.

E se si va a vedere il secondo Paese classificato, la differenza è abissale: gli Stati Uniti, con 50 Stati e oltre 300milioni di abitanti, hanno appena 75mila autoblu. Seguono la Francia con 64mila, il Regno Unito con 55mila, la Germania con 53mila, la Turchia con 52mila, la Spagna con 42mila, il Giappone con 31mila, la Grecia con 30mila e chiude la classifica il Portogallo con 23mila. Dopo la legge del 1991 che limitava l’uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre succedute regolamentazioni e tagli, mai effettuati, che hanno al contrario fatto proliferare questo privilegio su quattro ruote.

Ma andiamo ai costi. La gestione e la manutenzione di questo sconfinato parco-macchine, costa allo Stato italiano (e quindi ai contribuenti), 18,2 miliardi di euro ogni anno. In media 30mila euro a vettura, considerati gli stipendi degli autisti, i pedaggi, la riparazione e il carburante. E se dovessimo parcheggiarle tutte insieme, servirebbe un’aera pari a 1.065 campi di calcio. Altro che un box-auto.

EF


Demoliamo l’Italia, per il bene dei cittadini: presidenzialismo, riforma della giustizia e limiti alle intercettazioni

Dicembre 21, 2008

Insomma. Silvio vuole il presidenzialismo. Ma si sapeva. Lui mira al Colle. Questione sia di prestigio ma soprattutto di Lodo Alfano: diventerebbe praticamente improcessabile vitanaturaldurante. Eppure, non è tanto questa prospettiva a preoccupare perché se Silvio andasse al Colle per lo meno forse farebbe meno danni di quanti ne sta facendo come Presidente del Consiglio. Il problema è che di qui a poco tempo ci ritroveremo nelle stesse identiche condizioni della Russia: presidenzialisti e federali. Il che non è di per sé un male ma pensate davvero che non avremmo anche noi il nostro Putin? Pensate che questo Paese che delega il pensiero critico ai governanti, che divora Gomorra ma poi si adegua a votare i collusi con la mafia, non abbia piacere se un qualche Putin di turno conquista lo scranno del Quirinale? Accadrà anche questo. Per ora ce ne fanno gustare il sapore da lontano, la fragranza dell’ipotesi, ma di qui a qualche anno ci ritroveremo Silvio Berlusconi con pieni poteri. Un ex-pidduista - orgogliosamente rivendicato anche dal fondatore, Licio Gelli - presidente della Repubblica.

Veniamo all’altro tasto dolente: la riforma della giustizia e le intercettazioni. Sarebbe tutto già pronto, con un leggero foglietto in allegato: la lista dei reati ‘intercettabili’. Drasticamente ridotti nel numero e nella specie: solo quelli considerati “gravi”, punibili con pene superiori ai dieci anni. Si dice che resteranno immuni da eventuali restrizioni quelli a carattere mafioso…ma con una mafia imprenditrice, quali reati possono davvero definirsi ormai prettamente mafiosi? La mafia non corrompe? Non intimidisce? Non trucca le gare pubbliche? Insomma: la mafia commette tutta una serie di reati che non sarebbero più intercettabili perché considerati non ad esclusivo appannaggio della mafia, per rendersene conto basta “intuire” cosa Massimo Ciancimino starebbe riveando ai procuratori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo sui rapporti tra Cosa Nostra e politica ai tempi delle stragi di Falcone e Borsellino. Se un pm intercetterà un boss che corrompe, mi chiedo, quell’intercettazione potrà ancora avere un valore legale? Sembra quasi che il Governo sia rimasto indietro alla “maffia” ottocentesca, quella che ancora sparava. Ma c’è altro. Berlusconi ha detto che i cittadini non devono essere intercettati. Mi domando allora: esiste una categoria definibile “Cittadini” e una “impostori”? La prima tutelata e la seconda “intercettabile” (con i dovuti limiti)? Oppure tutti, anche chi commette reato, sono in pratica cittadini? Propenderei per la seconda delle ipotesi. Dichiarare che i cittadini non devono subire intercettazioni significa far gioco sulla coscienza. Chi ascolta sarà portato a sentirsi in primis “il cittadino”, dimenticando che anche i politici corrotti e i mafiosi sono cittadini allo stesso modo, “solo” disonesti. Si tornerà ad investigare come faceva Sherlock Holmes. A me un Paese simile fa seriamente paura. E non sono un comunista.

E poi c’è il resto della riforma della giustizia. Nella scorsa puntata di Annozero – sul finale - Massimo Giannini, ha chiesto all’avvocato Ghedini (ministro ombra della Giustizia) se davvero il Governo voglia separare la polizia giudiziaria dai pubblici ministeri. Ghedini ha glissato abilmente e Santoro – senza accorgersi – ha passato la parola a Sandro Ruotolo.
Separare la polizia giudiziaria (pg) dal pubblico ministero (pm) però non è un particolare di poco contro: rallenta le indagini, spezza la catena investigativa e fa dipendere l’uno, il pm, dal Ministero della Giustizia e l’altra, la pg, dal Viminale. L’anomalia è evidente. Si parla di snellire i processi ma si complicano le indagini, si limitano le intercettazioni, si dividono gli organi inquirenti. Il tutto per il bene supposto dei cittadini.

EF


Roma: autobus investe e uccide un passante. L’autista aveva assunto stupefacenti. Alcune considerazioni.

Dicembre 21, 2008

“Non vogliamo e non possiamo accettare che chi conduce un mezzo pubblico manchi del più elementare senso di responsabilità nei confronti di se stesso, ma soprattutto dei cittadini”. Queste le parole dell’ad di Trambus, Adalberto Bertucci. Eppure, gentile Adalberto, l’autista  che ieri sera ha ammazzato un uomo di 68 anni in via Isacco Newton a Roma, stando a quanto hanno dichiarato i vigili era drogato. Ed era drogato prima dell’incidente e non dopo. Ma gliene racconto un’altra capitata a me quest’estate, mentre tornavo a casa. Agosto, capolinea di piazza san Silvestro (sempre a Roma). Il mezzo in questione è l’autobus 85. Salgo a bordo e dopo circa 20 minuti di attesa finalmente vedo arrivare il conducente. Cincischia ancora qualche istante davanti alla porta del bus con un collega e poi finalmente prende posto in cabina di guida. Accende il motore? No. Estrae dal taschino l’I-pod, srotola il cordino degli auricolari, se li infila nei padiglioni auricolari (entrambi), accende il lettore mp3 e parte. Tutti abbiamo capito che la musica suonava nelle orecchie del conducente per il semplice fatto che il volume era talmente alto che si sentiva anche “fuori” dalle cuffie. E poi via lungo via del Corso, la trafficatissima piazza Venezia e la caotica via dei Fori Imperiali. Sempre al volante con la musica nelle orecchie. E meno male che c’era il limitatore di velocità perché i 70km orari li ha fatti tutti… Tolleranza zero dice? Ma chi controlla gli autisti prima degli incidenti? A me sembra nessuno. Tolleranza zero, impegno zero e parole molte. Il solito ritornello del dopostrage.

EF


La squadra di Barack Obama

Dicembre 20, 2008
E' al completo l'organigramma
della futura amministrazione di Barack Obama. Ecco tutti gli
incarichi che dovranno essere ratificati dal Senato:

- Vice presidente - Joe Biden
- Segretario di Stato - Hillary Clinton
- Ministro del Tesoro - Timothy Geithner
- Ministro della Difesa - Robert Gates
- Ministro della Giustizia - Eric Holder
- Ministro del Commercio - Bill Richardson
- Ministro Energia - Steven Chu
- Ministro Ambiente - Lisa Jackson
- Ministro Educazione - Arne Duncan
- Ministro Territorio - Ken Salazar
- Ministro Trasporti - Ray LaHood
- Ministro Agricoltura - Tom Vilsack
- Ministro della Sanita' - Tom Daschle
- Ministro del Lavoro - Hilda Solis
- Ministro Politiche Abitative e Sviluppo Urbano - Shaun
Donovan
- Ministro Affari dei Veterani - gen. Eric Ken Shinseki
- Ministro per la Sicurezza Nazionale - Janet Napolitano
- Direttore del Bilancio della Casa Bianca - Peter Orszag
- Consigliere per la Sicurezza Nazionale - gen. James Jones
- Ambasciatore alle Nazioni Unite - Susan Rice
- Capo del Consiglio per la Ripresa Economica - Paul Volcker
- Capo dei Consiglieri Economici Casa Bianca - Christina Romer
- Capo del Consiglio Economico Nazionale - Lawrence Summers
- Capo del Consiglio per la Politica Nazionale - Melody Barnes
- Capo di Gabinetto della Casa Bianca - Rahm Emanuel
- Consigliere Presidente  - David Axelrod
- Consigliere legale - Gregory Craig
- Consigliere Politica Interna - Melody Barnes
- Consigliere rapporti Stati, Enti Locali - Valerie Jarrett
- Direttore Comunicazione Casa Bianca - Ellen Moran
- Rappresentante per il Commercio Usa - Ron Kirk
- Zar per il Clima - Carol Browner
- Ufficio Bilancio - Peter Orszag
- Capo Ufficio Politico Casa Bianca - Patrick Gaspard
- Portavoce della Casa Bianca - Robert Gibbs
Fonte: AGI

Dal Piddì al naufragio della sinistra italiana

Dicembre 19, 2008

Pd, questione morale, corruzioni varie. D’accordo, nella frittata politica di questi giorni sembra esserci proprio di tutto e solo da una parte: il centrosinistra. La percezione deviata di questa rediviva “questione (im)morale” però rischia di travolgere il partito di Veltroni non solo a livello legale ma soprattutto a livello mediatico. Se le mele marce si possono isolare e mandare sbrigativamente al macero (ammesso che una cosa del genere davvero accada), la percezione di illegalità che ormai ricopre come una cappa il Piddì potrebbe stritolare Veltroni, D’Alema e tutta la combriccola “riformista” del neonato Partito democratico.

A ben guardare i media, infatti, la cosidetta casalinga di Voghera ha oggi l’impressione che a destra ci siano persone linde e pinte e che l’intera corruzione italiana si sia trasferita a sinistra: tutti vecchi democristiani o – peggio ancora – eredi di Craxi! Sicuramente in parte è vero ma è necessario sottolineare e ricordare che anche a destra ci sono persone – il presidente del Consiglio in primis – che hanno subito o stanno subendo numerosi processi giudiziari per ipotesi di reato più o meno gravi. E se il Piddì crollasse sotto il peso di questa cappa mediatica, la democrazia sarebbe davvero in pericolo. Il pluralismo, a quel punto, verrebbe seriamente messo in crisi dall’incapacità di ri-formarsi di un partito che forse non è mai giunto al suo livello massimo di maturazione. Nato, cresciuto e fondato in tutta fretta, mentre Prodi agonizzava politicamente. E adesso? Dove potrà trovare le energie per ripulirsi dall’interno? L’espressione più emblematica dell’attuale congerie di interessi che covano – in tempo di crisi – nelle viscere del Partito democratico è, ad oggi, la Campania di Bassolino. Un dalemiano di ferro che si ostina a non lasciare la poltrona nonostante abbia ben presente il suicidio politico cui va incontro. Veltroni, di contro, non ha la forza per smuoverlo dal suo tronuccio. E’ questo un particolare che dà la tara della situazione generale del partito e dell’impossibilità di un veloce ricambio dall’interno della classe dirigente del Pd.

Ad oggi, dunque, il Partito democratico viene dipinto come un covo di affaristi e collusi mentre – mi riferisco sempre alla casalinga di Voghera – sembra che nel Pdl tutto scorra come un torrente puro di montagna. Attenzione, non è così. E la vicenda Bocchino – di cui si parla sempre meno – lo dimostra.

Un’ultimo particolare che chiarifica ulteriormente (in parte) la situazione attuale: Veltroni e la sinistra non hanno l’abitudine di remare contro i magistrati e di far apparire l’indagato di turno come una vittima predestinata e premeditata dei  giudici. Il Pdl sì. Alla lunga però, quello dell’attuale maggioranza è un discorso che premia e le persone per strada ti dicono che Berlusconi – poverino – è un perseguitato.  Per il Pd il discorso, invece, cambia. Molti pensano che visto che nessuno protesta, qualche fondo di verità nelle accuse deve esserci (come sicuramente c’è). Ma il confine è labile e fangoso. A destra si rifiuta qualsiasi inchiesta davanti agli elettori, a sinistra invece si dice: “questo non è il mio partito, chi deve pagare qualcosa paghi”, ma si ottiene l’effetto opposto. Forse gli italiani hanno delegato al Governo anche la personale capacità critica? Forse. Ma siamo alla retorica…

EF


C’era una volta il Piddì

Dicembre 18, 2008

Che fine ha fatto il Partito democratico? Se lo staranno chiedendo in molti in queste ore, soprattutto dopo i recenti scandali. Una collana di indagati che sta facendo apparire il Pd come il locus corrutionis della politica Italiana. Nell’ordine: Firenze, Pescara, la Basilicata e, dulcis in fundo, Napoli. Ma l’ultima vicenda (Napoli) era quantomeno intuibile.

Mentre i magistrati indagano, nel Pd ci si lava la bocca e si tenta di salvare il salvabile, inquadrando gli scandali nella formula ormai nota della “questione morale”. C’è questione morale nella sinistra italiana? No, semmai c’è corruzione, e se le indagini venissero confermate sarebbe una “questione immorale”. Mele marce.
Ci sono quindi due brevi considerazioni da fare:
1- è necessario non abbandonarsi alla dietrologia postberlusconiana del vittimismo giudiziario.
2- bisogna capire per quale motivo proprio adesso tutti i nodi sono (fortunatamente) venuti al pettine. Considerando che con le passate bravate Bevilacquesche di Vladimiro Crisafulli, il sentore che qualcosa non funzionasse a dovere c’era.
E Veltroni? Mi fa quasi tenerezza, con i suoi “sogni barackiani” insozzati del fango del denaro passato sottobanco. Ma è così. La creatura voluta e da Prodi e Veltroni è ormai logora, divorata dall’interno da una classe dirigente vecchia e stantìa, incapace di abbandonare il faccendierismo democristiano della Cosa politica. Un virus che ha contagiato ormai anche gli ex-comunisti, eredi morali di Pio La Torre. E per democristiano intendo l’accordo coatto, taciuto, rivelato semmai solo a cose fatte. Vagamente pidduista. Lo stesso accordo – per capirci – che condusse Moro alla morte. E questo è un modus corrutionis trasversale (dice bene Saviano!) che inevitabilmente trascinerà il nostro Paese nel gorgo.
Dulcis in fundo: chissà cosa ci riserverà l’ultima e più pericolosa bordata che prossimamente dovrà subire la nostra democrazia…la riforma della Giustizia.

EF


Maxi-blitz in Sicilia e in Toscana, alla sbarra 99 presunti mafiosi

Dicembre 16, 2008

È scattata all’alba di oggi la maxi-operazione “Perseo”, condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, che ha portato all’arresto di 99 presunti affiliati a Cosa Nostra in Sicilia e in diverse città della Toscana. Secondo gli inquirenti, il blitz avrebbe stroncato sul nascere un tentativo di ricreare la “Commissione provinciale” di Cosa Nostra, sul modello verticistico di Totò Riina, organismo che negli anni Novanta decideva le azioni da compiere e le strategie criminali da adottare.

Basandosi su un alto numero di intercettazioni, la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha contestato agli arrestati le accuse di associazione mafiosa, estorsione, traffico di armi e di stupefacenti.

Dopo gli arresti di Bernardo Provengano e dei Lo Piccolo, Cosa Nostra stava forse tentando di evitare possibili lotte intestine tra clan per la leadership e aveva deciso di riunirsi per concordare un nome da eleggere. Ma il pensiero torna anche alle stragi del 1992 -1993, quando a tavolino la mafia progettò gli attentati contro magistrati e opere pubbliche nazionali.

“L’operazione, ha dichiarato il ministro della giustizia, Angelino Alfano, ha rilevanza storica.. Il fallimento della riproposizione di antiche strategie criminose – ha continuato il guardasigilli – dimostra che l’organizzazione mafiosa è debole davanti a un’unica grande squadra, lo Stato”. Mentre il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha aggiunto: “con questa operazione sono state recise tutte le teste strategicamente pensanti di Cosa Nostra”. Soddisfazione per l’operazione è stata espressa anche dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il quale ha sottolineato come “la lotta alla mafia sia una priorità di questo governo, che non intende abbassare la guardia per infliggere ancora durissimi colpi contro tutte le forme di criminalità organizzata”. Mentre l’ex ministro Giuseppe Pisanu, attuale presidente della Commissione Bicamerale antimafia, ha dichiarato che “lungo questa via bisogna continuare. La commissione antimafia é orientata in questo senso, al fianco dei magistrati, delle forze dell’ordine e delle istituzioni spontanee della società civile che, specialmente in sicilia, stanno ottenendo risultati sempre più rilevanti nella battaglia contro il crimine organizzato”.

EF


Alex Bellini dice basta, dopo 18mila km si ferma a 65 miglia nautiche dal traguardo

Dicembre 13, 2008

“Aggiornamento molto rapido. E´ l´una e 38. Finito ora di remare. Quest´avventura non e´ mai stata una gara contro il tempo, l´abbiamo sempre detto, ma da due giorni lo e´ diventata. Le previsioni meteo di manubrio, ultimamente, davano la ricomparsa di forte vento da W a partire dal 14 in poi e nonostante avessi sempre sperato in un improvviso cambiamento, il cambiamento ancora non si e´ verificato e ogni bollettino conferma quello precedente. Il resto lo avete saputo da Francesca. Ora la gara si fa sul tempo per non dover arrivare a terra di notte o, peggio ancora, beccarmi il vento proprio sul finire.”

E’ questo l’ultimo diario di Bordo scritto l’11.12.08 da Alex Bellini e inviato al suo sito internet. L’ultimo aggiornamento prima della resa. Alla fine la tempra di Alex non ha retto. L’umanità ha prevalso sulla volontà e sul coraggio, il mare ha fatto il resto. Doveva attraversare il Pacifico sulla sua canoa “Rosa AtacamaII” ma a sole 65 miglia (circa 120 km) nautiche dalla costa australiana, stremato dalla fatica, ha chiamato i soccorsi. Fino a quel momento, dopo essere partito dal Perù, aveva percorso oltre 18mila chilometri. Una distanza enorme per due braccia e una canoa.

Pochi commenti e un grande rispetto. Nella nostra società ormai, dove tutti siamo addormentati dalla quotidianità e dalla routine, forse uno come Alex può apparire ”strano” o peggio ancora ”folle”. In realtà è forse uno dei pochi che, confrontandosi con se stesso e con la natura, riesce ancora ad avvertirsi come uomo.

EF

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Cacciato da Facebook, l’on.Salvini (Lega) minaccia di trascinare la questione in Parlamento

Dicembre 10, 2008

Da qualche parte i leghisti li hanno cacciati. Se non dal Parlamento per lo meno da Fecebook, regno indiscusso dei fancaxxeggio libero che, a quanto si apprende dal Corriere della Sera, sta molto a cuore all’ “onorevole” Matteo Salvini. Cacciato da Facebook, Salvini minaccia addirittura di portare in Parlamento quella che a suo giudizio sarebbe forse una nuova emergenza nazionale: i rinnegati del social network più famoso del mondo. “I casi simili al mio sono centinaia” esclama il Salvininazionale e poi minaccia di adire le vie legali per risolvere il suo personalissimo vezzo e quello di altrettanti pseudoutenti (per Brunetta sono tutti fannulloni, tanto che in diverse amministrazioni il servizio è stato disattivato o centellinato): “non riesco a capirci molto io – ha concluso – vediamo se ci riuscirà qualcuno a livello ministeriale”.  E poi ha aggiunto: “La sinistra ha fatto ostruzionismo alla Camera dei Deputati, e ha parlato per cinque ore filate. Le alternative erano il suicidio o il computer. E quindi io sono stato lì, ad ammazzare il tempo, smanettando con la mail e con Facebook. Sono stato collegato un sacco di tempo, e magari avrò fatto troppe robe. Però cavolo, che almeno ti avvisassero”. Poverino. Insomma, fuori le scartoffie, la burocrazia e, chissà, comparirà anche un Commissario per l’emergenza Espulsioni da Facebook. Tra Villari e Facebook, speriamo si accorgano anche delle vere emergenze del Paese.

Aggiornamento: a quanto pare Salvini è stato riammesso…adesso avrà finalmente qualcosa da fare mentre l’opposizione, in modo democratico, discute.

EF


Caso De Magistris. Il Csm trasferisce Apicella e Jannelli

Dicembre 7, 2008

L’inchiesta sulle presunte pressioni subite dall’ex pm Luigi De Magistris in merito all’inchiesta Why Not ha mietuto le prime vittime: i procuratori della Repubblica di Salerno e Catanzaro, Luigi Apicella ed Enzo Jannelli. Dopo la battaglia combattuta a colpi di avvisi di garanzia, infatti, la prima commissione del Csm ha deciso all’unanimità di trasferirli d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale.

Nel pomeriggio di ieri sono stati ascoltati dal Consiglio i singoli protagonisti della vicenda e sarebbero emersi particolari inquietanti su presunte irregolarità commesse durante le perquisizioni degli uomini della procura di Salerno. In particolare, Jannelli avrebbe rivelato che Salvatore Curcio, sostituto procuratore del capoluogo calabro, sarebbe stato costretto a denudarsi durante un controllo nella sua abitazione e che le forze dell’ordine avrebbero frugato anche gli zaini dei figli alla ricerca di materiale occultato.

Il presidente della Commissone, Ugo Bergamo, ha poi sottolineato come non sia “utile trascinare tali vicende per mesi. Abbiamo la volontà e la determinazione – ha aggiunto – di portare a termine i lavori con serenità e con tempestività. Ne va dell’autorevolezza e dell’indipendenza della magistratura”.

Sempre nel pomeriggio, inoltre, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, oggetto nei giorni scorsi di dure polemiche per aver criticato i toni usati dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in merito alla vicenda De Magistris, ha ribadito le sue posizioni. “Vorrei ricordare – ha dichiarato l’ex pm – che il Presidente della Repubblica ha fatto un primo intervento chiedendo gli atti alla procura di Salerno e lo ha fatto con toni già scontati, di criminalizzazione della procura che noi non abbiamo condiviso”. Secondo il leader dell’Idv, infine, sarebbe giusto lasciar lavorare i magistrati salernitani “per sapere perché e chi voleva fermare quell’indagine”.

Secondo il calendario della Commissione, martedì il Csm darà il via all’istruttoria e renderà nota la motivazione del trasferimento ai due magistrati. Nove, invece, saranno le toghe convocate a Palazzo dei Marescialli per l’audizione. La mattina verranno ascoltati i magistrati di Catanzaro Salvatore Curcio, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, mentre nel pomeriggio sarà la volta dei colleghi salernitani Dionigio Verasani, Gabriella Nuzzi, Antonio Centore, Patrizia Gambardella, Roberto Penna e Vincenzo Senatore. Del provvedimento sarebbe già stato informato sia il Capo dello Stato, Giorgio Naolitano, sia il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, chiamato in causa dallo stesso De Magistris per alcuni presunti contatti avuti con il principale indiziato dell’inchiesta Why Not, Antonio Saladino.

Il testo delle audizioni, infine, “è stato secretato – ha fatto sapere Bergamo – per la delicatezza della questione e per il riferimento al procedimento in corso ‘Why not’, coperto da segreto istruttorio”. Sebbene non ci siano conferme ufficiali, appaiono evidenti le responsabilità dei diversi attori di questa battaglia. Al procuratore capo di Salerno potrebbero essere state contestate le modalità di attuazione delle perquisizioni, mentre al collega di Catanzaro la mancata risposta alle numerose richieste di accesso agli atti avanzate in questi mesi dai colleghi salernitani.

EF


Caso De Magistris: Napolitano chiede gli atti, indagati i magistrati di Salerno

Dicembre 4, 2008

E’ guerra aperta tra la procura di Catanzaro e quella di Salerno, nell’ambito dell’inchiesta su presunte pressioni subite dall’ex pm, Luigi De Magistris, durante lo svolgimento delle inchieste Why Not e Poseidon. Nel primo pomeriggio di oggi, inoltre, è stato lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per tramite del suo segretario generale, Donato Marra, a chiedere gli atti riguardanti le azioni giudiziarie intraprese dai magistrati di Salerno e Catanzaro.
“Tali atti d’indagine – si legge nella lettera inviata dal Quirinale a Lucio Di Pietro, procuratore generale presso la Corte d’appello di Salerno – per le forme e le modalità di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi d’informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera al capo dello Stato – prosegue – il procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del cosidetto procedimento Why Not pendente dinanzi a quell’ufficio”. Marra ha chiesto quindi la trasmissione di atti e notizie utili “a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che [...] presenta aspetti di eccezionalità, con rilevanti implicazioni istituzionali”.

Poco dopo la procura di Catanzaro faceva recapitare sette avvisi di garanzia ad altrettanti colleghi salernitani, ricevendo a sua volta il richiamo del Quirinale. Le ipotesi di reato per i magistrati di Salerno sono abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio. Secondo quanto riferito dal procuratore generale del capoluogo calabrese, infatti, le inchieste sarebbero ancora in corso e la sottrazione degli atti a Catanzaro comporterebbe un inevitabile blocco delle attività investigative. Secondo quanto riferito dagli stessi magistrati del capoluogo calabrese, comunque, i faldoni dell’inchiesta non si troverebbero ancora procura.

Immediate le reazioni dal mondo politico. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha dichiarato: “credo che il Csm si appresti ad intervenire. Sono cose che non dovrebbero succedere”, mentre il senatore della Lega Nord, Roberto Castelli, si augura che “il presidente Napolitano fermi immedietamente quella che rischia di diventare una guerra tra bande. A prescindere da chi abbia ragione – ha continuato Castelli – è evidente che l’unica considerazione da fare è che la magistratura calabrese va profondamente riformata”. Mentre il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, esprime riserve sul gesto del Quirinale, sottolineando che “con tale decisione si rischia la criminalizzazione preventiva e preconcetta dell’attività d’indagine che sta svolgendo la procura di Salerno nei confronti dei colleghi magistrati calabresi e di atti d’indagine coperti dal segreto istruttorio”. Per il deputato Pdl Gaetano Pecorella, invece, “sta accadendo quello che non doveva accadere, e cioè che una volta entrata la politica nella magistratura questa finisce per intaccare e tagliare le radici della stessa magistratura”.

Enzo Iannelli, intanto, da Catanzaro fa sapere che “Se qualcuno entra nella mia Procura e commette dei reati, noi siamo competenti ad intervenire”. Una controdenuncia e una controinchiesta dunque che chiamerebbe in causa la procura di Napoli, competente per indagini che riguardino i colleghi di Salerno.
EF


Operazione contro la pedofilia, arresti in tutta Italia

Dicembre 4, 2008

È una solo questione di anime. Da una parte ci sono quelle degradate, dall’altra quelle che della vita hanno ancora una coscienza imperfetta, ingenua, sincera. Da una parte i pedofili, dall’altra i bambini. A dispetto dell’etimologia greca che vede nel pedofilo colui che dovrebbe prendersi cura dei più piccoli, oggi il vocabolo ‘pedofilia’ inquadra persone vuote, senza un minimo di sensibilità e contatto umano con il mondo, esseri che si abbrutiscono dietro ad uno schermo dove scorrono video di bambini che, come li definisce telefono Arcobaleno, «sono privati di ogni diritto umano e della dignità».

E quella delle forze dell’ordine contro la diffusione della pedopornografia è una lotta che sembra non avere mai una fine. Quasi che si svuotasse il mare con un secchiello. È di oggi, infatti, la notizia dell’ultima operazione portata a termine dalla polizia postale, dai carabinieri e dagli uomini della Guardia di Finanza e coordinata dal procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, contro una rete internazionale di pedofili. Gli arrestati, per ora, sono cinque ma sono 41 le persone indagate per l’ipotesi di divulgazione di materiale pedopornografico in associazione a delinquere. Si tratta di operai, fotografi, liberi professionisti, impiegati e pensionati. In una parola: insospettabili. Si va da un tecnico informatico della procura della Repubblica di Catania, indagato per aver diffuso oltre 800 video pedofili, ad un commerciante di 33 anni e un operaio di 46, entrambi arrestati a Reggio Emilia. Gli altri fermi sono stati eseguiti a L’Aquila – si tratta di un impiegato di 59 anni – e a Roma, dove un pensionato di 60 è stato colto in flagranza di reato.

L’operazione, denominata non a caso “Anime bianche” ha impiegato 150 uomini delle forze dell’ordine ed è stata possibile a seguito di alcune denunce di Telefono Arcobaleno. Nei prossimi giorni si terrà a Siracusa un vertice con le forze dell’ordine di Paesi del centro e dell’est Europa per fare il punto sulla situazione e decidere in merito al prosieguo delle indagini.

EF


La strage dei migranti: a ottobre 108 morti nel Mediterraneo

Dicembre 3, 2008

Si chiama Fortress Europe il sito internet dedicato ai migranti e alle vittime dell’emigrazione. Clandestini che dalle zone di guerra o dall’estrema povertà fuggono e muoiono nel loro viaggio verso l’Europa, verso la Fortezza Europa, ben protetta dal mare, dalle motovedette e dalle leggi che limitano gli accessi ai Paesi.

E se non si può raggiungere la meta legalmente, allora ogni stratagemma si rivela utile: si viaggia avvinghiati e malamente legati sotto i tir, nascosti nei cassoni, ammassati su fatiscenti carrette del mare. È questa l’atroce realtà dei viaggi della speranza, spesso sbrigativamente liquidati dai media nostrani come ‘immigrazione clandestina’. Il blog Fortress Europe, invece, ha deciso di tener conto in modo puntuale del numero delle vittime – accertate o presunte – che sono scomparse nel mar Mediterraneo, divenuto ormai una tomba della speranza.

Se si guarda alla contabilità di ottobre, ad esempio, sono state almeno 108 le vittime lungo le frontiere europee. Ed è uno stillicidio quasi quotidiano. In Marocco, un’imbarcazione con 50 migranti a bordo ha naufragato, lasciando un solo superstite, mentre i corpi di cinque persone sono stati ritrovati senza vita sui cayucos giunti alle isole Canarie e altri due cadaveri sono stati ripescati a largo di Malaga. Nel mar Egeo, invece, le vittime contate nel mese scorso sono state almeno 20. A queste vanno aggiunti i 18 migranti morti in un incidente stradale al confine tra Turchia e Grecia che ha coinvolto il camion su cui viaggiavano nascosti. Stessa sorte per altre due persone in Spagna. A Calais un uomo è morto mentre cercava di imbarcarsi su una nave per l’Inghilterra e con lui ha perso la vita anche un soccorritore tuffatosi in acqua per salvarlo. Ma la conta non finisce qui. L’Egitto continua a proteggere il suo confine israeliano con le armi e sono stati tre i morti in un mese. Chiudono la lista cinque annegati in un lago alla frontiera tra Albania e Grecia e i due corpi ripescati a largo di Malta, nel Canale di Sicilia, segno dell’ennesimo naufragio fantasma, in tutto e per tutto identico alla strage di Portopalo, per anni sconosciuta e svelata dal giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu.

EF


Servizi Segreti: il governo vara un articolo salva Pollari

Dicembre 3, 2008

Francesco Rutelli non si è ancora pronunciato ma il regolamento (Dpcm) che permette agli 007 di chiamare in causa il Segreto di Stato in caso di interrogatori giudiziari è già legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di ieri. A firmarla è stato lo stesso Silvio Berlusconi il primo agosto scorso, si tratta di 134 articoli, la maggior parte dei quali coperti da omissis.

L’unico ad essere stato pubblicato è il comma 2 dell’articolo 144 che recita: «Prima dell’esame previsto dall’articolo 350 cpp, ovvero prima di rendere un interrogatorio ai sensi del codice di procedura penale ovvero nei casi previsti dagli articoli 194 e seguenti del codice di procedura penale, i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di pubblico servizio sono tenuti a dare immediata comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri se ritengono che il loro esame o il loro interrogatorio abbia ad oggetto fatti o oggetto del segreto di Stato, o suscettibili di essere oggetto del segreto di Stato, a norma del regolamento emanato ai sensi dell’articolo 39, comma 5, della legge 124/07. Il Presidente del Consiglio provvede ai sensi dell’articolo 41 della legge 124/07». Dove l’articolo 41 della legge 124/07 riguarda il divieto di riferire riguardo a fatti coperti dal Segreto di Stato. Secondo il Dpcm, Berlusconi ha ritenuto di «non aderire alla condizione posta dal Copasir circa la riformulazione delle lettere a) e b) dell’articolo 45, comma 1» del regolamento «in considerazione dell’esigenza di assicurare al personale operante in un peculiare contesto istituzionale deputato alla sicurezza dello Stato, autonomia ed indipendenza di giudizio e di comportamento». La Gazzetta Ufficiale non ha però svelato i contenuti dell’articolo 45 del regolamento.

Il Dpcm appena varato, infine, è la fotocopia di dell’articolo 39 della legge di riforma dei Servizi Segreti, ritirato nel 2007 perché considerato ad personam, in quanto toglieva dai guai il generale Nicolò Pollari e gli imputati del processo per il sequestro dell’imam Abu Omar. Ma il pm Armando Spataro che segue le indagini assicura: «Nello Stato di diritto esiste una gerarchia delle fonti». E un regolamento non ha la stessa forza di una legge.

EF


«Bisogna essere pessimisti attivi», il giornalismo secondo Goffredo Fofi

Dicembre 3, 2008

Giornalisti, non passacarte. Potrebbe sintetizzarsi con queste due parole l’intervento di Goffredo Fofi durante la tre giorni organizzata a Capodarco da Redattore Sociale. Chi scrive sui giornali, ha sottolineato, deve darsi un limite e «sapere dove fermarsi nel rapporto con il potere», soprattutto quando la politica dimostra di aver perso sia il contatto con i cittadini sia il valore di bene comune che dovrebbe educare l’intera società.

Davanti ad una crisi della sfera etica così accentuata – ha continuato Fofi – il giornalismo di denuncia rischia di divenire «un meccanismo che gira a vuoto. La mafia, la corruzione e le connivenze persistono nonostante i titoli e le apertura che i quotidiani e i periodici dedicano agli scandali ed è quindi necessario mettere da parte il sensazionalismo e ripartire dall’educazione dei giovani a livello locale». Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti e nella memoria collettiva, hanno i nomi e il volto di Don Peppino Diana e Pino Puglisi, trucidati il primo dalla camorra e il secondo da Cosa Nostra. Entrambi si erano opposti al dilagare dell’omertà e al suicidio guidato del senso civico, ucciso dalle connivenze politiche che rafforzavano quotidianamente la rete mafiosa che affocava le loro terre.

Oggi la situazione è migliorata ma non risolta e la necessità di incidere a livello locale sulla consapevolezza di quanti, per timore o noncuranza, preferiscono chiudere gli occhi davanti al marcio italiano, è imprescindibile. Quanto ai giornalisti, invece, il pericolo è che oltre alla penna vendano anche l’anima ai diversi padroni sotto cui si trovano a scrivere. «Bisogna essere pessimisti attivi», ha concluso Fofi, come dire che se la libertà di stampa oggi è oggettivamente un ideale forse utopico, è importante conservare una coscienza giornalistica etica ogni qualvolta si prende la penna in mano.
EF