Frode in pubbliche forniture, riciclaggio, favoreggiamento a Cosa Nostra e illecita concorrenza. Sono solo alcune delle accuse che la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Caltanissetta ha mosso ieri alla società Italcementi di Bergamo, nell’ambito dell’inchiesta su presunte irregolarità nella preparazione del calcestruzzo che vede coinvolta anche la ben nota società Calcestruzzi.
Nell’ambito dell’inchiesta, le forze dell’ordine hanno proceduto al sequestro di due lotti (9 e 14) dell’autostrada A31 Valdastico – nel vicentino -, del tribunale, del porto e della diga foranea di Gela e alla perquisizione di alcune sedi della Italcementi, iscritta nel registro degli indagati in base alla legge 146/2006. Ma si teme anche per la metropolitana di Genova. E non è tutto. Sono state sequestrate anche la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Brami, lo svincolo di Castelbuono-Pollina dell’autostrada A20 (Palermo-Messina) e sono state perquisite anche le cementerie di Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco D’Adda (Bergamo).
Per il procuratore nisseno, Sergio Lari, questa è un’indagine «fra le più complesse e articolate, che travalica la dimensione mafiosa siciliana». La magistratura vuole accertare se i presunti fondi neri derivanti da una minor quantità di cemento utilizzato nella preparazione del calcestruzzo, siano stati finalizzati a creare un bacino economico tale da permettere alla Italcementi di pagare il pizzo a Cosa Nostra o, eventualmente, di arricchire la società. Le analisi della documentazione avrebbero infatti permesso di rilevare gravi scostamenti tra la quantità di cemento utilizzato e quello certificato: «i carotaggi – ha spiegato Lari – venivano realizzati prima dei lavori».
La Camera ha approvato in via definitiva il decreto legge 151 riguardante la lotta alla criminalità e all’immigrazione clandestina con 281 voti favorevoli e 204 contrari. Secondo il dl da oggi è possibile inviare un massimo di 500 militari nelle aree ad alta densità criminale, a sostegno delle forze dell’ordine presenti sul territorio. Secondo il decreto, l’attuale missione in Campania terminerà il 31 dicembre 2008.
Novità anche sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina. Saranno infatti costruiti nuovi centri di identificazione ed espulsione in tutta Italia per cui sono state stanziate diverse decine di milioni di euro: 3 per il 2008, 37,5 (di cui 7,1 dai fondi del ministero della Giustizia e 30, 3 dal ministero dell’Interno) per il 2009, 40,4 (di cui 11,2 dai fondi del ministero della Giusitizia, 19,7 dal ministero dell’Interno, 9,4 dal ministero del Welfare) per il 2010 e, infine, 20 milioni di euro dal 2011 in poi.
È stato inoltre aumentato di 30 milioni di euro anche il fondo destinato ai parenti delle vittime di mafia. Risorse che possono essere attinte, chiarisce il decreto, anche da fondo di solidarietà per le vittime di usura. Tutto giusto tranne un errore formale che rischia di inficiare l’intero provvedimento e permettere di guadagnare sulla morte dei congiunti anche a chi non dovrebbe. Se dal provvedimento restano infatti esclusi «coniugi, affini o conviventi» di persone condannate o coinvolte in traffici mafiosi, per un vizio di forma non corretto, potranno beneficiarne i parenti. Come dire: se un mafioso viene ucciso, il cugino potrà chiederne il risarcimento allo Stato.
Novità anche sul fronte delle intercettazioni. I provider sono autorizzati a conservare fino al 31 marzo 2009 i dati sul traffico telematico, dopodichè i gestori di telefonia dovranno conservare per 30 giorni i dati dele chiamate senza risposta e i provider rendere disponibili i dati telematici dei loro utenti.
L’ultimo provvedimento riguarda, infine, i giudici onorari, a cui viene attribuita un’indennità di 98 euro per le udienze svolte nello stesso giorno, a cui si sommano altri 98 se l’impegno complessivo di lavoro supera le cinque ore quotidiane.
Ci sono zone del mondo che non fanno rumore, nemmeno quando un giornalista scompare, viene rapito o ucciso. È questione di distorsione mediatica. Nell’Occidente dove ormai solo le grandi stragi bucano il muro di gomma dell’indifferenza, le vicende africane vengono percepite non nelle loro dinamiche interne ma nella loro apparenza confusa.
Allo stesso modo il rapimento di quattro giornalisti, di cui due interpreti somali e due europei, è stato relegato dai giornali nostrani nelle ‘brevi’. Sono scomparsi ieri nella zona autonoma del Puntland, nel nord della Somalia e secondo le prime notizie si tratterebbe di uno spagnolo, un inglese e di due giornalisti locali. «Abbiamo saputo del rapimento che sarebbe avvenuto verso le 11 ore locali quando il gruppo stava lasciando l’albergo per andare in aeroporto», ha dichiarato Abdulkebir Musa, vicepresidente del Puntland. Il consigliere presidenziale, Mohamoud Qabowasde ha poi aggiunto che ad eseguire il sequestro potrebbe essere stato un gruppo armato di Bosaso. Fin ora però non è arrivata alcuna rivendicazione o richiesta di riscatto.
La Germania intanto ha annunciato nei giorni scorsi che invierà in Somalia 1400 uomini per far fronte all’emergenza pirati che, con cadenza quasi quotidiana, sequestrano navi e cargo commerciali in cambio di ricchi riscatti.
Il provvedimento è il numero 397/08, del 4 novembre 2008 e proviene direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: la Croce Rossa Italiana è commissariata. Il documento è chiarissimo. «Considerate le gravi carenze e irregolarità di gestione dell’Associazione, in particolare emerse dalla verifica amministrativo-contabile effettuata dall’ispettorato generale di Finanza della Ragioneria generale dello Stato presso il Comitato centrale della Associazione Croce Rossa Italiana – corpo militare – condotta dal 20 febbraio al 16 giugno 2008 i dottor Francesco Rocca è nominato commissario straordinario dell’Associazione Croce Rossa Italiana, con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione». Firmato: Maurizio Sacconi.
Dopo anni di scandali, inefficienze ma anche di numerosi interventi a favore dei meno fortunati e delle popolazioni in guerra, la Croce Rossa passa alla gestione d’emergenza, un po’ come è accaduto a Napoli per il problema rifiuti. Al governo la situazione è apparsa catastrofica.
L’ordinanza commissariale del 14 novembre 2008, prevede inoltre che «gli Organi Statuari dei Comitati Regionali, Provinciali e Locali della Croce Rossa Italiana sono sciolti» e i rispettivi presidenti «assumono l’incarico di Commissario». Stessa sorte anche per gli Ispettori delle componenti volontaristiche, a loro volta sciolte dal provvedimento.
Eppure la Croce Rossa resta in mani ‘note’. Francesco Rocca, infatti, è stato fino allo scorso settembre, per poco più di un anno, capo del dipartimento socioassistenziale della stessa Croce Rossa. «Sono onorato del nuovo incarico che mi è stato affidato e che considero un vero atto di fiducia nei miei confronti da parte del Governo – ha dichiarato Rocca – dopodiché sono consapevole che ci sarà molto da lavorare, a causa della situazione delicata in cui versa l’Ente, in merito soprattutto alla questione dei volontari ‘in periferia’ e alla condizione finanziaria. Tutto ciò richiederà un grosso impegno da parte mia e del comitato centrale». Mentre il l’ex-presidente Massimo Barra ha sottolineato «E’ indicativo che ci siano stati nella Croce Rossa per sette anni un presidente, e per 18 anni dei commissari di governo. Ciò significa che i vari governi, di qualsiasi colore fossero, non erano tanto interessati al fatto che l’Ente rappresentasse un organismo indipendente e sovrannazionale, ma quasi una loro proprietà, un ‘paraministero’». E sul fronte del debito ha aggiunto: «Il 28 dicembre 2005, data del mio insediamento ho ereditato un buco di cassa con la Bnl di 57.553.623,90 euro. Lascio al mio successore un buco di 18.888.705,57 euro. Questi numeri dimostrano ampiamente – conclude Barra- che sono stato artefice di un risanamento clamoroso». Ma la Croce Rossa, almeno per i prossimi 12 mesi, resta in emergenza. EF
E’ morto Sandro Curzi, una delle ultime e autorevoli voci della sinistra e del giornalismo italiani. Vi ripropongo un’intervista realizzata il 29 aprile del 2008, poco dopo le elezioni politiche. Curzi accettò di riceverci nel suo studio, al 7° piano di viale Mazzini. Fu un incontro di quelli che ti porti dentro per la vita.
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Abbiamo intervistato Sandro Curzi, consigliere d’amministrazione della Rai e giornalista prima de L’Unità e poi a lungo direttore del Tg3. Dalla situazione generale dell’Italia contemporanea ai decenni appena trascorsi, Sandro Curzi ha delineato una panoramica efficace del rapporto tra politica e media, ricordando anche figure emblematiche del giornalismo nostrano come Indro Montanelli ed Enzo Biagi.
Curzi, considera l’Italia un paese democratico dal punto di vista dell’informazione?
<No. Per me democrazia è efficienza e partecipazione delle persone. Noi stiamo invece vivendo una fase in cui l’informazione fa da spalla alla politica, quando dovrebbe accadere il contrario. Siamo un Paese che vota ma non decide. Non è democrazia.
Anche nei giornali non ci sono battaglie. Bossi tira fuori i fucili e i giornali sorridono, la violenza non sorprende più nessuno. Mancano poi le vere inchieste. Un settimanale come L’Espresso, che decenni fa pubblicò un articolo fortissimo sulla corruzione romana, adesso fa una copertina sul vino tagliato male aggiungendo solo un tassello a questo sfascio di Paese. La copertina era degna di un Paese concorrente. Non sono mai stato un nazionalista ma mi rendo conto che su nessuna cosa riusciamo a essere seri.
La stessa trattativa su Alitalia è stata condotta in modo poco serio e l’informazione non ha aiutato>.
Si può dire che l’entrata in scena della cordata di Berlusconi abbia compromesso la trattativa tra sindacati ed Air France?
<Sì, i sindacati si sono fatti forte del paventato sostegno di Berlusconi e per tre giorni c’è stata gente che si è arricchita sulle sorti questo carrozzone in disfacimento. Le azioni di Alitalia sono salite di venti, trenta punti e chi sapeva leggere i movimenti di Borsa comprava e rivendeva nel giro di ventiquattr’ore, con guadagni molto alti. Non c’è stato però un giornale che abbia fatto un’inchiesta per capire chi ha speculato su questa vicenda. I sindacati hanno poi alzato il prezzo delle richieste facendo leva su questa cordata, pur conoscendo lo stato delle carte riguardanti Alitalia>.
Ma lei crede alla cordata?
<Se esistesse una cordata italiana io stesso la benedirei, il fatto però strano è che sia nata durante la campagna elettorale, con il rischio di venire dimenticata poco dopo. Non so come andrà a finire, spero non con il commissariamento. Air France/Klm, di contro, è attualmente il gruppo più forte sul mercato. Anche in politica oggi è difficile capire chi è conservatore e chi populista>.
Quale altra società, a suo giudizio, rischia di fare la fine di Alitalia?
<La RAI. Sebbene sul piano finanziario ci sia ancora il canone che aiuta, la crisi sicuramente c’è. La stessa politica è stata superficiale nei confronti della RAI>.
Come è stata gestita la campagna elettorale dalla RAI?
<Diciamo che io l’avrei gestita in modo ben diverso. Visto il numero dei parlamentari avrei ripristinato le classiche tribune politiche degli anni Sessanta, dove tutti i leader dei partiti parlavano ma non tutti insieme, davanti a venti giornalisti. Quarant’anni fa però c’erano grandi leader e grandi giornalisti, c’era il confronto ed esisteva il diritto di replica alle risposte dei politici. Oggi, invece, quelli che sono i grandi giornalisti, fanno domande poco mordenti. La questione più importante sottoposta a Berlusconi, ad esempio, è stata quella sul Tibet, una domanda molto semplice su cui tutti avrebbero saputo rispondere. Nessuno ha mai nominato, invece, la parola mafia. Nessuno ha chiesto a Berlusconi se abbia o meno intenzione di portare avanti in modo serio la lotta alla mafia>.
Qual era il rapporto tra i leader della prima Repubblica e la televisione?
<Ricordo che Longo mi chiese di aiutarlo a prepararsi proprio in vista di uno scontro televisivo, Togliatti invece sembrava quasi nato per la televisione. Erano altri tempi anche per il giornalismo. La forza del giornalista deve essere nelle sue domande e nel suo pensiero, chi è senza idee non può dirsi giornalista. È anche vero che i redattori di adesso sono pagati pochissimo, non esiste più neanche l’apprendistato. Gran parte dei giornalisti oggi vivono con un contratto di tre mesi ed essere liberi in queste condizioni è eroico. La professione è stata svilita a causa anche dell’abbassamento del livello culturale della società italiana>.
Cosa ne pensa del proposito di far finanziare i giornali di partito dai partiti stessi?
<La legge sui finanziamenti è fatta male, si ottengono sovvenzionamenti collegandosi a un deputato e si vendono magari appena quattromila o cinquemila copie. Non capisco poi perché bisogna dare tanti miliardi a testate come il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, l’Avvenire, che hanno un bilancio in attivo. Bisognerebbe quindi fare una legge molto rigorosa che sostenga seriamente le vere cooperative dei giornalisti>.
I primi passi della RAI…Cosa può raccontarci in merito?
<Inizialmente c’era la Rete1 di Fabiano Fabiani, ma anche i congressi del Sindacato dei giornalisti. Congressi di notevole livello, di scontro ideale e culturale. Sono geloso del mio periodo. Quando io ero al Tg3, Vespa al Tg1 e Alberto La Volpe al Tg2, abbiamo contribuito alla forza della Rai. Ricordo ancora quando mi chiamarono Manca e Agnes per propormi di diventare direttore. All’epoca ero condirettore dal ‘75 e non potevo ricoprire una carica più alta perché avevo origini nell’Unità. Loro mi proposero invece l’incarico, contrariamente a quello che voleva il Pci. I tre telegiornali allora erano differenti. Il Tg1, il Tg2 e il Tg3 conquistarono una fascia di pubblico che, tra il 1986 e il 1988, bloccò la nascita della Fininvest. C’era un pubblico che era affezionato al telegiornale e alla Rai. Basti pensare che ricevetti un premio dai giovani della Destra, dell’MSI (avevano fatto un concorso per stabilire quale telegiornale guardavano) perché il TG3 aveva una linea editoriale diversa, riuscivamo a far parlare tutti. Rivendico, ad esempio, la responsabilità di aver fatto parlare Bossi per primo. Avevo visto i risultati delle elezioni a Sondrio e Varese, nelle quali la Lega aveva ottenuto il 15 per cento dei voti e decisi di fare un’inchiesta, da cui risultò che uno degli esponenti del nuovo partito era un ex segretario della Camera del Lavoro. Ero interessato, in particolare, a scoprire quale era stato il nucleo di operai leghisti della Dalmine di Bergamo. Alcuni ci accusarono di aver dato voce ai leghisti e al Movimento Sociale Italiano>.
Tornando ad oggi: cosa ne pensa del fenomeno Beppe Grillo?
<Beppe Grillo non mi ha impressionato molto. Ricordo L’Uomo Qualunque, che ebbe grandi consensi all’inizio ma si dissolse non appena entrò in politica. Erano bellissime le denunce di Giannini. A quell’epoca l’Italia aveva una sua rilevanza perché era la frontiera della Guerra Fredda, ora tutta questa attenzione è scemata>.
Era questo il Paese che si aspettava dopo la ricostruzione post-bellica?
<Sono molto arrabbiato ed amareggiato in questo senso. Noi “vecchi” pensavamo avevamo altre prospettive. L’Italia della Liberazione cercava di trovare un’unità e noi giovani pensavamo che con la Resistenza si sarebbe potuta realizzare una rivoluzione culturale e intellettuale. Ricordo che andai a Parigi quando De Gasperi fece il discorso sul Trattato di Pace, all’epoca si era già consumata la rottura tra Democristiani e Comunisti. La sera prima De Gasperi e Togliatti avevano avuto un lungo colloquio. L’impressione era insomma che l’Italia, nelle sue diversità, fosse avviata verso un miglioramento delle condizioni economiche e che l’intellettualità avrebbe avuto a lungo una sua rilevanza. Berlinguer, ad esempio, era un misto di politica e semplicità. Era mio grande amico ed anche un grande giocatore di poker. Nel suo ultimo intervento pose in risalto la questione morale e il rapporto con la cultura: aveva intuito che il Paese si stava sfaldando. In una riunione del PC a Roma, poi divenuta pubblica, disse: ” Voi dite che abbiamo le mani pulite, ma stiamo attenti, guardiamo anche all’interno del nostro partito”. Berlinguer è morto troppo presto, altrimenti avrebbe potuto cambiare il PC, così come ebbe a dire lo stesso Craxi>.
In politica esistono personaggi come Pio La Torre, capaci di fare antimafia in modo concreto e non solo a parole?
<Non mi pare, non ne conosco. Pio La Torre era un personaggio molto importante, ma allo stesso tempo semplice ed affabile come persona>.
Lei ha conosciuto Indro Montanelli ed Enzo Biagi…
<Sì, di Montanelli ero amico. Biagi invece l’ho conosciuto meno ma lo stimavo per le cose che scriveva, mi è dispiaciuto molto quando dovette subire l’editto bulgaro. Con Montanelli ci incontrammo nel 1956 quando, per conto del giornale dei giovani comunisti “Nuova Generazione”, stavo tentando di entrare in Ungheria. Lì “ci sfiorammo”, a Budapest ci aiutammo e a Vienna ci rivedemmo. Mi offrì anche un pranzo in un albergo di lusso, forse per farsi raccontare come, io comunista, avessi vissuto la tragedia dell’invasione sovietica in Ungheria. Ricordo che trascorremmo tutta la notte a parlare e da allora diventammo amici, sebbene avessimo idee diverse. Era un gran solista, brillante. E’ stato uno dei pochi, quando nel 1992 fui costretto a lasciare la Rai, a chiamarmi mentre ero al programma Uno contro tutti, definendomi come il nemico che aveva sempre sognato e dicendo che tra noi c’era una forte stima reciproca. Montanelli aveva inoltre capito Berlusconi prima di tutti>. Alessandro Proietti
Emilio F. Torsello
La Regione Puglia è stata premiata oggi, nella categoria ‘employment’, agli European Regional Champions Awards, il concorso organizzato dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea per le migliori pratiche amministrative dei 27 Paesi. Il progetto risultato vincitore è quello legato al bando regionale di finanziamento mirato a interventi nel settore agricolo per l’emersione dal lavoro nero e irregolare, la cosiddetta ‘Legge Barbieri’ del 2007.
I dati del sommerso in Italia restano però drammatici, basti pensare che il cosiddetto “lavoro nero” rappresenta il 17% del prodotto interno lordo (Pil), sebbene alcune stime arrivino ad ipotizzare una percentuale prossima al 25%. Secondo i dati Ires – Istat, inoltre, sarebbero 3,5 milioni i lavoratori che nel nostro Paese operano in condizioni di irregolarità e, pur volendo considerare la soglia più bassa del Pil prodotto dal ‘sommerso’, il 17%, il fatturato prodotto dai lavoratori ‘in nero’ superiore agli 85 miliardi di euro. Una cifra enorme a cui corrispondono altrettanti mancati introiti da parte dello Stato ma che mette in evidenza come una larga parte dell’economia nazionale si regga proprio sul lavoro sommerso.
Se si guarda all’Europa, il dato è ancora più allarmante. Secondo una relazione della Commissione Occupazione e Affari Sociali del Parlamento europeo, infatti, il “sommerso comunitario” rappresenta circa il 20% del prodotto interno lordo dell’Ue. Inevitabile – e questo vale anche per l’Italia – una distorsione nella concorrenza sul mercato interno. A questi dati bisogna aggiungere la crisi economica mondiale che, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea, avrebbe influenzato i livelli occupazionali, cresciuti nei 27 Paesi dell’Ue appena dello 0,2%. La percentuale dei senza-lavoro, invece, è rimasta invariata al 6,8%.
A ritirare il premio – una scultura in argento e acciaio con inciso il nome del progetto e la Regione promotrice – è stato il presidente della Puglia, Nichi Vendola, alla presenza dell’assessore Regionale al Lavoro e alla Formazione, Marco Barbieri.
Insieme alla Puglia erano entrate in finale anche la comunità di Valencia (Spagna) e la cittadina svedese di Sodertaljie. Il voto è stato espresso per via elettronica ed ha visto protagonista una commissione composta tendenzialmente da deputati del Ppe, un partito di centro destra. Per il presidente Vendola questo premio «è un prestigioso riconoscimento internazionale che fa della Puglia una Regione all’avanguardia in tema di politiche di integrazione e di contrasto allo sfruttamento dei lavoratori immigrati». Soddisfatto del risultato anche l’assessore Barbieri, il quale ha sottolineato come la legge sia stata «premiata per la sua attività applicativa e rappresenta un incoraggiamento a proseguire lungo la strada intrapresa».
I freelance sono una razza in via d’estinzione. Ce ne sono sempre meno, vittime forse di un’economia giornalistica che gli preferisce le agenzie: si scorrono le notizie da dietro uno schermo e gli inviati si contano sulle dita di una mano. , rispondono i giornali.
Sarà anche vero ma all’estero la situazione è diversa, ci sono corrispondenti in quasi tutti i Paesi più importanti del mondo, nelle zone “calde” e qualcuno anche in quelle fredde, perché non si sa mai. In Italia questo non accade, basti pensare che alcuni giornali nostrani hanno seguito l’indipendenza del Kossovo attraverso i lanci di agenzia.
Barbara Schiavulli, in questo senso, è una mosca bianca. Per anni ha fatto la spola tra l’Italia, l’Iraq e l’Afghanistan, prima per conto dell’Avvenire poi per la Stampa e per numerose altre testate giornalistiche e radiofoniche. «Sono arrivata a scrivere anche cinque pezzi al giorno e a fare anche venti collegamenti radiofonici in poche ore – ha raccontato la Schiavulli – prima di ogni partenza calcolavo le diverse spese che avrei dovuto affrontare e le entrate dovute alle diverse collaborazioni, se non valeva la pena non partivo». E i costi di un viaggio sono altissimi, basti pensare che per farsi portare dall’aeroporto fino a Baghdad, in Iraq si poteva arrivare a costare anche 600 dollari (ne costava appena 15 prima della guerra).
Ma essere freelance significa anche farsi portatori delle storie, dei racconti e delle sfumature che sfuggono ai fatti, che ne costituiscono il contorno silenzioso e spesso ignorato dai grandi media. Pochi sanno, ad esempio, che gli abitanti di un villaggio afghano hanno sparato contro i militari italiani credendo fossero soldati di quell’armata Rossa che invase l’Afghanistan in piena guerra fredda. Sono storie locali che mettono però in evidenza come il governo centrale sia incapace di giungere nelle zone più lontane del Paese: «A Kabul la situazione è ancora relativamente tranquilla – ha raccontato la Schiavulli – ma per uscire dalla Capitale bisogna mettersi d’accordo con i talebani. Per ricostruire la strada che porta dalla capitale a Kandahar – ha continuato – sono stati spesi 250 milioni di dollari e adesso è un colabrodo per i segni delle bombe piazzate dai talebani al passaggio dei convogli americani». Ma l’Afghanistan è anche il Paese della droga. «Soldi ne girano moltissimi – ha raccontato la Schiavulli – e per tre quarti provengono dal commercio della droga. Finché il Governo centrale non riuscirà ad assicurare la sicurezza non arriveranno mai gli investimenti stranieri, unico volano per una modernizzazione e per la crescita del Paese». Poche le prospettive per ora, e tutte di guerra. «Se Obama sposterà le truppe dall’Iraq all’Afghanistan e riuscirà ad addestrare la polizia e le forze militari afghane, allora è possibile che la situazione migliori. Se si andrà in Afghanistan solo per combattere – ha concluso – allora si risolverà poco. Credo chiunque alla Nato abbia capito che la seconda opzione può essere solo che fallimentare».
Download –> Ascolta l’intervista a Barbara Schiavulli realizzata da me (Emilio, il primo che si sente parlare), da Gianluca Galotta, Sirio Valent, Federica Venezia e con il contributo tecnico di Paolo Ribichini. Pubblicata sul Periscopio.
Guardate Capezzone. Io non ho parole. Ripete ossessivamente la parola establishment come se fosse chissà quale status symbol. E poi se ne esce con “stai lingua in bocca con Grillo”… Travaglio lo incalza e Capezzone, che non sa cosa rispondere, non lo fa parlare e infine gli dà del coglione. Bel portavoce. Per lo meno a Capezzone qualcuno gliele ha cantate. “Questo ronzio”…quando ha ragione Travaglio.
Si chiamavano Domenico Cella, Ciro Guazzo e Ciro Lollo e furono trucidati dalla Camorra il 24 settembre del 1983 a Napoli. Fin ora della loro morte si sapeva poco ma è di oggi la notizia secondo cui il pentito Giuseppe Misso, avrebbe accusato l’ex senatore Michele Fiorino, ex-militante di Alleanza Nazionale e attualmente nelle fila de La Destra, di essere il mandante della strage.
Secondo le parole di Misso, l’esecuzione sarebbe stata decisa in un incontro tra Fiorino e l’allora capoclan, Alfonso Galeota (assassinato agli inizi degli anni Novanta), per impredire al clan Giuliano di chiudere la sezione locale del Movimento Sociale Italiano (Msi).
Immediata è giunta la smentita dell’ex-senatore: «Le pesanti accuse dell’ex-boss Giuseppe Misso nei miei confronti – ha commentato Fiorino – rappresentano esclusivamente falsità finalizzate a screditare la mia figura di uomo onesto, che crede nelle istituzioni e che nel corso della lunga e laboriosa attività parlamentare e in qualità di componente della Commissione Parlamentare Antimafia, si è sempre contraddistinto nel denunciare ogni forma di ingiustizia e illegalità». Il comunicato nega anche ogni eventuale conoscenza con lo stesso Misso e con le tre vittime. «Giuseppe Misso – conclude l’ex senatore – ce l’ha con me per il filo da torcere che ho dato al suo clan quand’ero componente della Commissione Antimafia».
Ieri sera me ne stavo seduto proprio dietro Antonio Di Pietro, infagotatto come al solito tra il pubblico di AnnoZero. C’erano il buon Travaglio, Rizzo e Stella. C’era anche Castelli e Porro (de il Giornale). Insomma, una tribuna variegata e la discussione non è mancata. Ma a sorprendermi è stata la cecità della politica verso un sistema “di base” di cittadini che rispolvera le cosidette riunioni di fabbrica, fa volantinaggio fuori dalle acciaierie e parla di “compagni”. Fuori dalle fabbriche, invece, il sindacato – dopo una cena berlusconiana – si spacca, proprio come voleva il Progetto di Rinascita democratica della P2. E non si è spaccato adesso, hanno iniziato a lavorarlo ai fianchi già ai tempi della trattativa Air France/Klm-Alitalia, quando si sapeva che prima o poi Silvio sarebbe tornato. Insomma, gli intervistati lamentavano la cassa integrazione e Castelli si rivolgeva a Rizzo e Stella criticandone lo stipendio (guadagnato, a differenza dell’ex ministro, con soldi in gran parte privati). Mentre Santoro si limitava a riportare i fatti, quasi fossero una nota di colore ma senza chiedere troppe delucidazioni ai politici presenti. Non mi è capitato di ascoltare infatti nessuna soluzione o quantomeno richiesta di chiarimenti agli esponenti della maggioranza in sala, in merito alla disfatta lavorativa presentata nel collegamento con Torino. E’ stata solo paragonata agli stipendi d’oro ma senza prenderla concretamente in considerazione.
Sarà banale ma ho davvero impressione che dal basso qualcosa si stia iniziando a muovere e temo…alcuni dicono che parlare di ritorno degli anni Settanta è esagerato, ma a volte sarebbe meglio aguzzare occhi e orecchi per non perdersi neanche un particolare. Forse sarebbe necessario interrogare i politici proprio su quale percezione abbiano della realtà che ribolle intorno. Superfluo forse, ma sempre meglio che non ignorare.
Centrotrenta miliardi di euro. A tanto ammonta il fatturato annuo delle quattro maggiori organizzazioni criminali presenti in Italia: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Camorra. Con utili netti che si aggirano attorno 70 miliardi.
A dare le cifre è lo studio Sos imprese, di Confesercenti, secondo cui il solo ramo commerciale della criminalità – mafiosa e non – ha superato i 92 miliardi di euro di fatturato, una cifra che messa in relazione al prodotto interno lordo nazionale, ne costituirebbe il 6%. Se si considera poi che secondo le ultime stime dell’Istat-Ires (rapporto 2006, “Emersione dal lavoro nero, diritti e sviluppo”) il lavoro sommerso – spesso inserito nelle economie mafiose – costituisce un altro 17% del Pil, la produzione “legale” italiana viene relegata in una percentuale assai limitata.
Secondo Confesercenti, inoltre, ogni giorno sarebbero circa 250 i milioni di euro che dalle tasche dei commercianti passano nelle casse mafiose. L’equivalente di 10 milioni l’ora e di 160 mila euro al minuto. E gli interessi riguardano i settori agroalimentare, turistico, ittico, i servizi alle imprese e alla persona, gli appalti, le forniture pubbliche, per finire con il settore immobiliare e finanziario. Un vero e proprio impero economico capace di infiltrarsi lì dove ci si aspetterebbe di trovare invece lo Stato.
Tra i canali privilegiati di sovvenzionamento, l’usura colpisce circa 180mila commercianti ed ha un giro d’affari pari a 15 miliardi di euro. Quanto una finanziaria. E un terzo dei proventi si ricavano in Campania, Lazio e Sicilia. In crescita anche i ricavi relativi alla contraffazione, al gioco clandestino, alle scommesse e all’abusivismo, ma resta il racket la linea di credito favorita alle mafie.
Un ambito in cui mai ci si aspetterebbe di trovare la mafia è, invece, il mercato ittico: vale 2miliardi di euro, e coinvolge circa 8.500 esercizi al dettaglio. In questo caso la frode è particolarmente difficile da scovare poiché una volta immesso nella catena di distribuzione, il pescato illegale diviene legale. I recenti dati della Fao hanno dimostrato che ben il 75% del pesce presente sul mercato è stato pescato di frodo.
La differenza Nord – Sud, infine, c’è anche nell’ambito delle mafie. Basandosi su riscontri processuali ed investigativi, infatti, il rapporto ha messo in evidenza la “doppia morale” di alcuni imprenditori: ligi alle regole dello Stato quando operano nel Centro-Nord, pronti a scendere a patti con le mafie quando ricevono commesse al Sud Italia.
L’annuncio è da brividi: un giornalista mette all’asta se stesso su E-bay, il noto portale d’asta telematico dove si acquista ogni tipo di oggetto a prezzi ribassati. Da oggi ci si può trovare anche un giornalista praticante 28enne in carne e ossa, si chiama Luca Francescangeli e si è messo all’asta.
Il curriculum è di tutto rispetto: ha collaborato con importanti quotidiani come Il Tempo, la Nazione, il Corriere dell’Umbria, diverse televisioni ed uffici stampa, ma nessuno gli ha infine dato la possibilità di un posto fisso, di un futuro. La sua colpa? Non usa mezze misure nel denunciarla: «non ho le spalle ‘coperte’», si legge nell’annuncio. La lettera è un unico, forte, aggressivo pamphlet contro le raccomandazioni che, come in quasi tutti i settori, anche nel mondo del giornalismo dilagano. Una concorrenza caleidoscopica e subdola, affollata dagli “amici di”, dai figli d’arte, dai parenti, dai conoscenti, da minigonne e ammiccamenti, a loro volta frutto di segnalazioni, suggerimenti e favori. Di nomi giusti e nomi sbagliati insomma. Gente che va avanti solo per il cognome o per la dinastia. Poche volte per valore personale.
«Dopo essermi iscritto a decine di siti web, uffici del lavoro e agenzie interinali – ha scritto Francescangeli sull’annuncio – alla peggio non porterà a nulla neppure questo tentativo. Sono precario e disoccupato: direi che non mi può andare peggio». E poi specifica: «Non sono un ‘amico degli amici’ – dice – ma ho lavorato in giornali di livello, televisioni e uffici stampa, e vorrei avere un’opportunità, quella che ti può far tornare la speranza e il sorriso».
La lettera prosegue, l’animo si apre e la penna mette nero su bianco i pensieri: «Mi piace il settore editoriale e ci vorrei rimanere. Sapevo che fare il giornalista senza avere le spalle ‘coperte’ era difficile, che è una professione con ingressi stretti, tortuosi e affollati. Ma a un certo punto devi fare qualcosa o rischi che la salita ti spezzi».
Poche parole chiudono la missiva: «State tranquilli, non sarò esoso sullo stipendio – si legge – sono abituato a tirare la cinghia».
Si fece tanto urlare a braccia tese, con Vaffa finale, ma alla fine il referendum non s’ha da fare. Sembra concludersi amaramente per Beppe Grillo la crociata contro l’Ordine dei Giornalisti, i finanziamenti pubblici ai giornali e la legge Gasparri. La Cassazione ha infatti giudicato insufficienti le firme raccolte dal comico genovese e ha lasciato grillo e grillini a mani vuote. Secondo i giudici dell’Ufficio Centrale per i referendum (diretto da Corrado Carnevale), in particolare, non sarebbero formalmente corrette le procedure seguite per la raccolta di diverse centinaia di migliaia di firme. Cose che capitano, diranno alcuni. Un evidente calo di consensi secondo altri.
A confermarlo, i numeri e le firme raccolte contro il Lodo Alfano da Antonio Di Pietro: oltre un milione. Sono numeri, quelli del leader dell’Italia dei Valori, che mettono al sicuro i quesiti referendari proprio da eventuali vizi di forma che potrebbero far annullare una parte delle firme. A Grillo questa corsia d’emergenza è evidentemente mancata.
Due le probabili motivazioni che hanno indotto gli italiani a non firmare o, per lo meno, a non firmare in massa: l’ordine dei giornalisti non viene avvertito come un pericolo da smantellare oppure ci si è resi conto che eliminando i finanziamenti pubblici ai giornali, molti di questi avrebbero chiuso o sarebbero rimasti in vita sotto il ricatto della pubblicità. Elementi che Grillo o non aveva spiegato al suo pubblico o non aveva considerato. Se venisse meno il sistema di finanziamenti che permette la pubblicazione di quotidiani come Il Manifesto, Liberazione, Il Secolo XIX, L’Avvenire, infatti, sopravvivrebbero solo i grandi gruppi editoriali come Rcs-Corriere della Sera o Sole 24 Ore, tra i pochi a far registrare bilanci in attivo. Quasi tutti “i piccoli”, invece, chiuderebbero i battenti oppure, ipotesi forse peggiore, sarebbero ridotti ad avere una linea editoriale pubblicitaria e quindi sensazionalistica. Ma sono ipotesi. Sulla carta Beppe Grillo potrà andare a spiegare le sue ragioni e “salvare il salvabile”, il 25 novembre prossimo, data in cui è stato convocato dai giudici della Cassazione.
La security aziendale apre le porte ai neolaureati. Nata negli anni Settanta per far fronte ad attentati di matrice terroristica contro strutture o manager delle aziende, questa corporate è stata da sempre appannaggio di un’élite ristretta, proveniente prevalentemente dalle forze dell’ordine.
Oggi la situazione è ben diversa. A spiegare come si sia evoluta la professione è Giuseppe Femìa, presidente dell’Associazione italiana professionisti della Security aziendale (Aipsa) e manager della Corporate security di Vodafone… Continua a leggere ne I Miei Articoli.
Bisogna aspettare tempi peggiori. Attendere che si verifichino incidenti gravi in modo da suscitare l’odio della gente nei confronti dei manifestanti e giustificare la repressione poliziesca. È questa la ricetta che il senatore a vita, Francesco Cossiga, ha proposto oggi in una lettera al capo della Polizia, Antonio Manganelli, per far fronte alle manifestazioni degli studenti di questi giorni.
«L’ideale – scrive Cossiga – sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio una donna o un bambino». Mentre il morto dovrebbe essere un agente delle forze dell’ordine. Tutto questo dovrebbe, nel disegno di Cossiga, permettere di «intervenire massicciamente e pesantemente» e «senza arrestare nessuno». L’ex presidente della Repubblica spera poi che i manifestanti devastino sedi importanti e degne di una certa visibilità, come l’arcivescovado di Milano o eventuali sedi Caritas, in modo da suscitare l’indignazione anche delle componenti cattoliche.
Come era atteso, la lettera di Cossiga ha suscitando numerose perplessità nel mondo politico italiano. La domanda che circola nei corridoi della Camera e del Senato è se queste strategie siano state messe in atto in modo cosciente e voluto da Cossiga anche durante i disordini degli anni Settanta, quando ricopriva la carica di ministro degli Interni.
Ecco il testo della lettera:
«Caro Capo [Antonio Manganelli, ndr] per alcune dichiarazioni paradossali e provocatorie da me rese sul come gestire l’ordine pubblico in questa ripresa di massicce manifestazioni e come, spengendo tempestivamente i focarelli, si possa evitare che divampino poi gli incendi, mi sono beccato denunzie da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese, e sembra che me sia in arrivo una da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc». «Osando contro l’osabile – continua -, caro Capo, vorrei darLe un consiglio. Gli studenti più grandi, anche se in qualche caso facendosi scudo con i bambini, hanno cominciato a sfidare le forze di polizia, a lanciare bombe carta e bottiglie contro di esse e a tentare occupazioni di infrastrutture pubbliche, e ovviamente, ma non saggiamente, hanno reagito con cariche d’alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante. È stato, mi creda! un grande errore strategico». «Aspetterei ancora un po’ – prosegue nella lettera – adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenticon militanti dei centri sociali, al canto di ‘Bella ciao’, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinariae non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordinecontro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno». E non solo. «Il comunicato del Viminale – conclude – dovrebbe dire che si è intervenuto contro manifestazioni violente del Blocco Studentesco, di Casa Pound e di altri manifestanti di estrema destra, compresi gruppi di naziskin che manifestavano al grido di ‘Hitler! Hitler!’. Questo il mio consiglio».
La notizia è di quelle da far gelare il sangue nelle vene: 50 chili di tritolo sarebbero nelle disponibilità della Camorra, nascosti chissà dove e pronti ad uccidere. L’informativa proviene direttamente dal Viminale e sarebbe stata confermata anche dalle questure di Napoli e Caserta. Il condizionale è d’obbligo ma l’allarme è altissimo.
E si stringono le maglie di protezione intorno a Roberto Saviano, lo scrittore che con Gomorra ha svelato all’opinione pubblica il fenomeno camorristico, e al pubblico ministero Raffaele Cantone, minacciato insieme a Saviano e alla giornalista de Il Mattino, Rosaria Capacchione, dai latitanti Antonio Iovine e Michele Zagara, attraverso una lettera letta dai loro legali durante una delle ultime udienze del processo Spartuacus.
Su fronte dell’antimafia, intanto, ieri sono stati catturati due dei presunti sicari della strage del 18 settembre a Castelvolturno. Si tratta di Antonio Alluce e Davide Granato, arrestati a Villaricca, nel napoletano. Resta latitante, invece, quello che è ritenuto il capo del commando,Giuseppe Setola. Mentre Oreste Spagnuolo, anche’egli appartenente al gruppo di fuoco entrato in azione a Castelvolturno, pentitosi appena 72 ore dopo l’arresto, ha raccontato ai magistrati: «Setola mi ha parlato del fatto che cercava di procurarsi un detonatore con telecomando. Non mi ha spiegato cosa voleva farci ma diceva che era un modo facile per uccidere». E le parole di Spagnuolo ricordano la strage di Capaci dove, il 23 maggio del 1992, cinque quintali di tritolo piazzati da Cosa Nostra sotto un cavalcavia dell’autostrada A29, massacrarono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e magistrato Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Un legame, quello con Cosa Nostra, che la Camorra coltiva fin dagli anni Settanta, quando il clan dei Nuvoletta, tramite Antonio Bardellino, controllava per conto della mafia siciliana gli sbarchi di sigarette sul litorale domizio, nei pressi del villaggio Coppola a Pianetamare, proprio nel comune di Castelvolturno.
La notizia del presunto piano dei Casalesi è giunta al termine di una giornata di manifestazioni contro la Camorra, organizzata da Sinistra democratica a Casal di Principe. In pochi però hanno dato risalto all’allarme lanciato dal Viminale, l’Italia guardava ad Obama e alle battute infelici del premier Silvio Berlusconi.
Insomma, ho due lauree. La prima in lettere moderne, un bel 110 e lode con tanto di tesi voluminosa. Ed una, fresca fresca di voto, ottenuta senza muovere un dito e conferitami direttamente dal nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: di “coglione”. Per quale merito? Per non aver compreso una sua “battuta” sul neoeletto presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, definito dal premier italiano “abbronzato”, in riferimento alla sua carnagione. Al che Silvio: “C’è qualcuno che ha obiettato? Uno può sempre prendere la laurea del coglione quando vuole. Se uno vuole prendersi una laurea pubblica, ogni occasione è buona“. Insomma, non capita mica tutti i giorni di vedersi riconosciuta una laurea honoris causa. Domani le aziende faranno la corsa per assumermi da qualche parte.
O forse no.
Forse invece vivo in un Paese – come ha dichiarato oggi Fabio Evangelisti (IdV) – “il cui presidente del Consiglio inconsapevole del proprio ruolo, parla del presidente degli Stati Uniti come fosse un ragazzino venuto a giocare nel Milan”. Un Paese a cui tutti ridono dietro – basta guardare come i giornali esteri hanno ripreso la battuta del nostro premier – e dove quando parli con i giornalisti stranieri ti chiedono: “i nostri lettori non capiscono come fate in Italia a votare Berlusconi. Non si comprende come un tycoon delle televisioni possa essere capo del Governo”. Già, inconcepibile, ma in Italia accade. E succede anche che dopo esternazioni come quella fatta oggi la cittadinanza italiana avverta al massimo un sottile fremito di divertimento o poco più. Ma in fondo, se gli italiani l’hanno votato forse è perché la maggioranza è un po’ come Silvio Berlusconi. Ha poco da scherzare Walter Veltroni quando per infiammare le piazze esclama che “gli italiani sono migliori di chi li governa”. Non ne sarei così sicuro. O meglio, forse è una “pulizia etica e interiore” che i cittadini ormai rifiutano e avvertono come un moralismo inutile, meglio quindi votare chi fa poche chiacchiere – a differenza delle sinistre – e molti fatti. Magari sacrificando anche un pizzico di democrazia, ma è sempre meglio che pensare. Ecco spiegato a quanti mi chiedono “ma come fate a votare Berlusconi” il perché invece è al Governo. Colpa di un pensiero assopito e anche un po’divertito dalle berlusconate del momento. E il nostro Silvionazionale, di contro, sfrutta queste sue goliardate ad uso e consumo del suo elettorato, lui che sostiene che c’è bisogno di ottimismo in televisione. Meglio spararle grosse davanti a tutto il mondo. E una risata ci sommergerà.
EF
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Nel bel mezzo dei festeggiamenti per l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti d’America, il Parlamento italiano ha reso legge il cosidetto «Lodo Carnevale». Inserito nel decreto legge sulle sedi disagiate, permette ai magistrati con più di 75 anni di età, tornati in ruolo dopo una sentenza di proscioglimento e che hanno maturato l’età della pensione, di aspirare ai vertici della magistratura. E sebbene l’onorevole Giuseppe Consolo del Pdl minimizzi il fatto che questa legge possa favorire un personaggio come Corrado Carnevale, detto «l’ammazza sentenze», il provvedimento appare come una legge ad personam. Il lodo è passato con 253 sì, 226 no e 8 astenuti.
Ma chi è Corrado Carnevale? Un magistrato della Suprema Corte accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, poi riammesso nei ruoli della magistratura e reintegrato alla Corte di Cassazione. Al momento del voto il Partito democratico ha abbandonato l’aula. Per Felice Cavallaro (Pd), «questo lodo sta per beneficiare uno che ha annullato alcune centinaia di sentenze mandando liberi i mafiosi, con quali conseguenze per la sicurezza dei cittadini è facile immaginare». E i processi spesso erano frutto di indagini di magistrati di altissimo livello, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al primo dei due Carnevale diede anche del «cretino», aggiungendo «io certi morti non li rispetto». Contro il Lodo Carnevale si è espresso anche il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), secondo cui il provvedimento «lascia perplessi in relazione alla necessità di assicurare sempre il miglior andamento della pubblica amministrazione: in particolare – prosegue il Csm – l’astratta possibilità di conferire incarichi direttivi a magistrati che abbiano superato il 75esimo anno di età appare difficilmente conciliabile con l’interesse pubblico di garantire la maggiore efficacia possibile dell’amministrazione giustizia». Tale «interesse pubblico – proseguono i magistrati – deve prevalere su esigenze private anche di natura risarcitoria, che evidentemente non possono mai essere soddisfatte con soluzioni con esso confliggenti».
Il tentativo di riabilitare Corrado Carnevale non è nuovo. Già nel 2003 con una legge ad hoc, la destra riuscì a ripescarlo dalla pensione dov’era finito quale imputato in un processo per mafia (fu assolto nel 2002). L’anno successivo, invece, un cavillo della Finanziaria restituì onore e carriera ai dipendenti pubblici, toghe comprese, finite nel mare magnum della giustizia e poi assolti. Non solo possono tornare in servizio, ma recuperare pure gli anni persi. Nel 2004, infine, un decreto legge si spinge ancora oltre e consente ai reintegrati di ottenere un posto anche in sovrannumero.
Ma eccola la norma che riabilita l’ammazzasentenze: «L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato». Vuol dire: la disposizione dell’ordinamento giudiziario dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella (2007) per cui, chi fu graziato nel 2004 e ottenne la ricostruzione della carriera non può ottenere posti di vertice oltre i 75 anni, «è abrogata». La Mastella cancellava la Castelli che invece non poneva limiti d’età. Ora si torna indietro. E si dà via libera a Carnevale. E l’attuale presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, andrà in pensione nel 2010, quando Carnevale avrà 80 e potrà far valere la sua anzianità.
Si è più volte detto delle anomalie degli scontri di Piazza Navona. Come abbiano fatto, ad esempio, degli estremisti di destra ad entrare indisturbati in piazza (con un camioncino) armati senza neanche essere perquisiti. Eccovi un video che, unito a quello che documenta l’irruzione negli studi Rai di via Teulada, fa la tara a quanto è successo a piazza Navona.
Per essere giornalista: "un solo consiglio: non essere pigri. Non pensare di aver capito il mondo, e un luogo, prima di andarci. Studiare, ma essere pronti a mettere in forse le proprie nozioni e le proprie convinzioni, quello che sorprenderà e sconvolgerà te sorprenderà anche il lettore. Non essere inviati di guerra, né di pace, ma essere cronisti e basta, non essere superbi nelle proprie Verità, e onesti nel raccontare piccole verità. Non considerare inutile alcuna notizia, o storia, e avere un po' di umiltà davanti a ciascuna di esse. Essere individualisti, ostinati, diffidenti e generosi. Provare pietà e rispetto, apprezzare il giornalismo militante, e starsene lontani, per conto proprio". -
Tony Capuozzo
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