Ecco dove portano politiche sull’immigrazione fondate sulla paura e sulla diffidenza dello straniero: sette vigili urbani di Parma oggi hanno ridotto per terra un ragazzo ghanese, accusato di essere uno spacciatore. E sui documenti che accompagnavano i suoi effetti personali avrebbero scritto: Emmanuel “Negro”. Il comando è lo stesso in cui venne scattata la foto alla prostituta gettata per terra.
Il comandante dei Vigli di Parma, Emma Monoguidi, ha ipotizzato che la scritta l’abbia fatta Emmanuel stesso e che il volto tumefatto sia la conseguenza di una violenta caduta, non di un pestaggio. Insomma, una riedizione del razzismo: lui è un “negro”, quindi si è inventato tutto.
E pensare che Emmanuel stava per iniziare a lavorare come volontario in una comunità di recupero per tossicodipendenti.
All’alba di oggi un’operazione delle forze dell’ordine contro il clan dei casertano dei casalesi, ha portato all’arresto di una trentina di latitanti e a 77 notifiche in carcere. Tra i fermati anche tre boss ritenuti tra gli esecutori della strage di Castelvolturno e la moglie del capo dei casalesi, Francesco Schiavone, detto Sandokan. Contestualmente agli arresti, la Guardia finanza ha sequestrato beni mobili, immobili e società commerciali per un valore di circa 100 milioni di euro.
Sono stati impegati oltre 500 agenti tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, provenienti dalle squadre mobili delle cinque province campane, da Latina, Frosinone, Isernia, Campobasso e dai reparti di prevenzione di 13 regioni italiane. Le operazioni – in tutto due – sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli.
Veniamo agli arrestati. Quattro i nomi di spicco: Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia e Giuseppina Nappa. I primi tre sono ritenuti mandanti ed esecutori della strage di Castelvolturno, dove vennero trucidati sei immigrati, e di Baia Verde, in cui fu ucciso un italiano, gestore di una sala giochi. La quarta è la moglie del boss Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, attualmente detenuto. E’ accusata di ricettazione, per aver percepito lo stipendio che l’organizzazione assicurava mensilmente ai familiari degli arrestati.
Cirillo, Spagnuolo e Letizia erano in tre diverse villette, tra Monteruscello e Giuliano in Campania, ed erano armati. Sequestrate durante la perquisizione anche diverse pettorine delle forze dell’ordine, un lampeggiante per auto, palette da segnalazione, due kalashnikov e 5 pistole – due 9×21, dello stesso modello di quelle usate nella strage di Castelvolturno e in altri diversi omicidi commessi sempre dall’ala bidognettiana dei casalesi -, diverse moto e un fucile a pompa.
Al momento dell’arresto, Giuseppina Nappa ha esclamato:”non avete salvato l’Italia”. Ma era più l’ultimo rantolo di un animale ferito che non un’affermazione vera e propria.
L’ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti di oggi è legata a reati commessi fino al 2004. Il gip ha ricostruito numerosi episodi di estorsione, che permettevano al clan di incassare i soldi per gli stipendi da pagare ai familiari degli arrestati e agli affiliati: dai 1.500 ai 4.000 euro al mese. Tra le società vittime delle estorsioni, le ditte impegnate nell’ammodernamento della Alifana, un sistema di trasporto su binari regionale. Alle società veniva chiesto dal 3 al 5% dell’importo complessivo dei lavori, tra i 25mila e i 50mila euro mensili. Metre i fratelli Orsi, impegnati fino al 2004 nella raccolta dei rifiuti nei comuni di Castel Volturno, Mondragone, Grazzanise e Santa Maria la Fossa, sono stati costretti a versare al clan dei Casalesi la somma di 125mila euro. La ricostruzione è stata possibile grazie a una serie di documenti ritrovati a casa di Vincenzo Schiavone – detto «’O Copertone» – nel dicembre 2004, dove era riportata la contabilità completa del clan e la mappa degli affiliati: 146 nomi divisi in 11 gruppi.
Dai magistrati che hanno condotto le indagini un’importante conferma: «La cattura dei tre latitanti non è caduta dall’alto – ha dichiarato il pm Giandomenico Lepore – ma frutto di indagini basate su intercettazioni. Le intercettazioni sono essenziali per qualsiasi indagine, piccola o grande che sia. Non possono essere eliminate così di botto, altrimenti è meglio che chiudiamo bottega».
Soddisfazione è stata espressa dal Capo dello Stato e dal ministro dell’Interno RobertoMaroni: “E’ stato inferto un colpo durissimo ai casalesi. Si tratta di “un giorno da mettere negli annali, perchè lo Stato ha dato il segnale che interviene in tempi rapidi, in modo efficace e vuole riprendere il controllo del territorio”.
Capezzone. Un tempo ti ammiravo. In un’Italia cattolica e spesso un po’ antiquata, avevi il coraggio e la grinta di lottare per le idee in cui credevi, battaglie spesso gridate più che vinte ma comunque sia combattute. Eri un radicale. Ad Eluana avresti staccato la spina in nome degli stessi convincimenti che ti spinsero a sostenere la morte di Welby. Eri coerente, eri vivo, non eri ipocrita. Capezzone. Avevi una coscienza politica e, forse, eri uno degli ultimi che credeva nella politica. Guardati adesso, Capezzone. Cosa sei diventato? Lo sai benissimo, senza bisogno che ti si dica. Ti si legge negli occhi ad ogni intervista. Quando ogni singola parola pronunciata cozza con quanto eri fino a pochi mesi fa. Tutto e il contrario di tutto. Capezzone. Ma la gente non è sciocca, hai sbagliato calcoli. Una telecamera e un sorriso (che più che berlusconiano è ogni volta sempre più imbarazzato, ma alla fine ci farai il callo alla coscienza, se c’è) non ingannano. I voltagabbana si riconoscono da lontano. E cosa pensi che Silvio non sappia cosa sei diventato? I voltagabbana si riconosco da lontano.
Questa riflessione è scaturita dopo aver letto un articolo di un amico e collega dell’Unità, riguardante i giovani del Pd e le primarie. Si faranno a ottobre e potranno partecipare tutti i ragazzi dai 14 ai 29 anni. Bottino finale: la carica di segretario nazionale.
Qualcosa non va, anche solo guardando l’età dei candidati. Che la nostra politica sia viziata da eccessivo “vecchismo”, è evidente. Ma che addirittura si possano candidare i bambini, è folle. Eh già, perché in fin dei conti un bambino di quattordici anni la politica non sa neanche cosa sia. Veltroni, Prodi, Berlusconi, i sindacati, i movimenti. A 14 anni ci si è appena resi conto del mondo. Da oggi si potrebbe anche essere eletti a segretario nazionale giovanile del Pd.
Ma non è tutto. A leggere l’articolo, infatti, ci si rende conto che le divisioni del Pd “minore” rispecchiano in tutto le lacerazioni interne al fratello maggiore. Correntoni della sinistra, radicali. E poi spunteranno anche neo-teodem. Insomma, nessuno che possa dire: sono del Pd perché credo nei valori unitari di questo partito, ognuno si porta dietro un retaggio politico antico che antepone al partito attuale. Ed è inutile, caro Gianluca, che di una candidata si dica: “da buona radicale, si è mostrata sin da subito battagliera”. Perché sono proprio questi veleni interni che rovinano il futuro del partito. E’ proprio il voler a tutti i costi riflettere i modi e le credenze passate sull’attuale partito che non darà alcun futuro al Pd. Manca la colonna vertebrale. Se ci fosse, forse tutti quanti metterebbero da parte correnti, correntine e correntone e assumerebbero una nuova identità forte, quella del Partito democratico.
Guardate questa immagine. Che vi ricorda? Il G8 di Genova? Forse…e invece no. Siamo a Chiaiano. Dove dovrebbe essere attivata a breve la maxidiscarica voluta dal nostro Silvionazionale per risolvere l’emergenza rifiuti di Napoli. Che illusione. La vera emergenza, infatti, la Campania non ce l’ha a Napoli, dove la gente calpesta brecciolino e strade ben asfaltate. La crisi è nelle terre coltivate e nelle falde acquifere avvelenate che nessuno sa più come bonificare. L’emergenza non si risolve togliendo dalla strada i sacchetti di spazzatura. Nemmeno mandando l’esercito – che ormai tra Napoli e Caserta è di casa – si risolve bonificando le terre o, nei casi estremi, non utilizzandole più. E invece, un po’ ovunque, si continua a fare finta di nulla: si sopprimono le pecore avvelenate dalla diossina e non si bonificano i campi dove queste pascolavano e brucavano l’erba. Si sequestrano i siti ma poi tutto resta sulla carta perchè i terreni vengono nuovamente coltivati. Un’assurdità.
Non si illudesse il Governo, di risolvere l’emergenza campana con le discariche. Quella è solo una parte. Il resto è sottoterra. E per chiudere l’emergenza – quella vera, quella che non sempre si vede ma uccide – chissà, forse serviranno secoli.
“Sistematicamente i cittadini qualsiasi, il cosidetto popolo sovrano, approvano ciò che il capo del Governo suggerisce,e più si tratta di proposte demagogiche, illusorie e magari forcaiole, più le sottoscrivono con tendenza all’unanimità [...] i governi che promettono sicurezza finiscono quasi sempre in dittatura: dura o morbida?”. Questo il giudizio di Giorgio Bocca in un editoriale pubblicato su L’espresso di questa settimana. Come dargli torto? In poche parole ha tracciato la descrizione precisa e puntuale della mentalità dilagante nel nostro Paese, dove il senso civico si è ritirato al proprio cortile e quanto accade al di là interessa poco.
Fa un paragone Bocca: mette a confronto Bettino Craxi con Silvio Berlusconi. Non a caso i due si conoscevano. Ma, a mio avviso, fa un errore quando afferma che avevano la medesima intenzione: “quando sarò stabilmente al governo, penserò a sistemare i ladri”. Fosse vero, allora saremmo a posto. Chi scrive, infatti, è stato tra quelli che, pur non avendo votato il Silvionazionale, davanti alla sua vittoria così schiacciante ha tirato un sospiro di sollievo e ha pensato: finalmente qualcuno che ha la possibilità di prendere decisioni difficili per rimettere “a norma” l’Italia. Ma così non è stato. Il nostro Paese, al contrario, si sta destrutturando. E non da solo: grazie alla politica.
Quel sorriso silvionico - tanto glamour e nazionalpopolare – è lo stesso del 1994. Sempre quello. Ed anche i propositi e il pallino di una giustizia che è meglio depotenziare - Così come le forze dell’ordine - sono sempre gli stessi.
Complice di questa mancata presa di “coraggio politico” è anche la cittadinanza che – come scrive Saviano – vive “in una grande bonaccia, micidiale perché stringe tutto in un’immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi”. Accade tanto per la camorra quanto per la politica. Gli italiani ormai non si sorprendono più di nulla, e la politica lo sa benissimo. Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia con delega alla gestione dei fondi ingenti, non si dimette se chiamato in causa in questioni di rilevanza penale da un pentito colluso con la camorra. Idem Luigi Cesaro, leader del Pdl campano. O ancora, Nicola Ferraro, consigliere regionale e leader locale dell’Udeur. L’Italia nostra andrà a fondo lentamente e morirà senza accorgersene perché gli italiani stessi sono incapaci di reagire. La cittadinanza è come una rana cotta viva in un calderone: se si accende il fuoco, morirà lentamente e senza rendersene conto. E sarà stato un suicidio collettivo. Guai a chi lo definirà “inconsapevole”.
Per la politica, la motivazione addotta da Antonio Di Pietro è che tutti tacciono sulle colpe dei colleghi, per evitare che si concretizzi il detto ”oggi a te domani a me”: meglio tacere. Un immobilismo freddo, morto a priori, da cui non si esce. La voce di chi denuncia, insomma, torna indietro come una eco fastidiosa a cui si risponde frettolosamente “ma sì, tanto ci aspettiamo di tutto”. La dinamica è la stessa ben nota ai sub: l’eco colpisce le orecchie da tutti i lati, da qualsiasi parte giunge la stessa risposta, il nulla, l’indifferenza che uccide.
Si dirà che sono morti nell’adempimento del loro dovere, i due poliziotti che oggi hanno perso la vita in un incidente avvenuto durante un inseguimento nei pressi di Casapesenna, nel casertano. Il terzo agente che era nella volante è invece ricoverato in gravi condizioni. A scatenare la folle corsa una macchina – probabilmente una Panda nera ritrovata a 6km dal luogo dell’incidente – che non si era fermata all’alt degli agenti.
Il dato drammatico di tutta la vicenda è che i poliziotti sono morti soli. Abbandonati dallo Stato che in quei posti invia centinaia di agenti quando avviene qualche strage particolarmente rilevante, ma non attua politiche concrete e organiche di recupero del territorio e sopratutto del senso del bene comune. Un’utopia, direte. Eppure sarebbe giusto tentare.
Un’ultima domanda: ma la ‘ndrangheta e Cosa Nostra in questi giorni se le sono dimenticate? Perché sembra non ne parli più nessuno. Eppure proprio oggi sono stati sequestrati beni per 500mila euro al clan Bellocco, da parte della Guardia di Finanza di Gioia Tauro.
Insomma, finalmente una buona notizia: Beatrice Borromeo ha lasciato Annozero. Quella che Bruno Vespa, oggi su La Stampa (pag. 49) definisce una “giovane e promettente valletta” dotata di un “cervellino”, ha tolto le tende. La notizia è positiva soprattutto per i telespettatori, costretti ogni giovedì a sorbirsi la vocina di una persona che non riusciva a fare un’intervista come diocomanda. Interrompeva sempre e sembrava quasi non ascoltasse le risposte degli intervistati. Come dire: io devo fare le domande e basta. E poi ve la ricordate in veste di inviata speciale a Chiaiano? Si sentiva quasi preda dei lupi, o almeno il suo volto esprimeva una sensazione di paura mista a schifo. Tanfo, camorra e gente normale fanno forse questo effetto a chi è di sangue blu. E chissà, se un giorno la Borromeo leggerà questo post, dirà che queste parole sono frutto di quella che i romani chiamano una sonora “rosicata”. Ma non è così. Metto le mani avanti. Il tutto nasce da una question tremenda: perché una che non sa essere giornalista – le mie sono opinioni del tutto personali – e forse nemmeno ha mai fatto mezza scuola in tal senso, è stata per due anni ad una trasmissione con Michele Santoro? Rispondete voi. Per quanto mi riguarda sono solo contento di non avere più l’orticaria quando seguo Annozero. Tra Travaglio, Vauro e Santoro, era l’unica macchietta. Benvenga la Granbassi, che per lo meno non si atteggia e ha un suo stile. Curioso il mondo della scherma: la Vezzali omaggia Berlusconi (“Cavaliere da lei mi farei veramente toccare”) mentre la Granbassi se ne va con Santoro. E poi lo chiamano fioretto a squadre.
Il colonnello ceceno Sulim Yamadayev, ex comandante del battaglione Vostok, è stato ucciso oggi pomeriggio in un agguato nel centro di Mosca. Yamadayev, i cui uomini hanno combattuto anche in Ossezia del Sud contro i georgiani, era da tempo in conflitto con il presidente ceceno Ramzan Kadyrov.
Uno grida alla guerra civile, l’altro minimizza. E allora il primo alza il telefono, chiama il maestro e si lamenta. Questa è, in sintesi, la dinamica del battibbecco avvenuto ieri tra il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e il suo omologo alla Difesa, Ignazio La Russa. Motivo del contendere? La Camorra. Un argomento su cui, ammettiamolo, litigare con questi toni è quantomai assurdo.
E alla fine c’è finito in mezzo anche il nostro Silvionazionale. Che si sarà visto squillare il telefonino con un Maroni infuriato che chiedeva giustizia: “La Russa mi ha smentito!”. A margine di tutto questo c’erano le telecamere e tutto l’apparato mediatico davanti al quale la nostra politica trascolora quotidianamente. “Nessuno strappo con Maroni”, si affrettava a dichiarare La Russa. Ma intato il vetro si era rotto e la frase era stata detta. Eh già perché non è tanto il “litigio di maggioranza” a preoccupare, quanto gil estremi che sono stati toccati. Maroni: “siamo in presenza di una vera e propria guerra civile che la Camorra ha dichiarato allo Stato”. La Russa: “Non parlerei di guerra civile perché sembra quasi di dare una patente, non dico di legittimità ma di importanza extracriminale alla Camorra. Credo quindi che il vecchio termine di ‘guerra tra bande’ sia adatto anche a questa fase”.
E adesso ragioniamo. Se è vero che entrambi i ministri hanno esagerato è pur vero che tra le due dichiarazioni quella di La Russa appare la più grave ed inqueitante. Dopo decenni di guerra alle mafie, nel 2008 il ministro della Difesa avanza la proposta che tutto questo sia solo una “guerra tra bande”. Vengono quasi in mente i bambini che si tirano i gavettoni o i ragazzi della Via Pal. No, è molto di più ed è molto più grave. Non si tratta di una sfumatura lessicale, di un’arbitrarietà interpretativa ma di un vissuto quotidiano che sta affossando l’Italia. Che uccide. Che avvelena. Che corrode. La camorra non è una banda.
E rischia, infine, di diventare uno show, un qualcosa di falsato dalla televisione. Uno spettacolo.
Per carità, che il film Gomorra sia candidato agli Oscar è una cosa davvero interessante e positiva ma attenti a non spettacolarizzare dei criminali che non sono novelli Al Capone da maxischermo. Sono dei vigliacchi che sparacchiano contro innocenti seduti fuori da una lavanderia. La camorra non è una banda.
E se lo Stato italiano, involontariamente, favorisse i Casalesi? L’ipotesi, purtroppo, è palusibile.
Le recenti politiche del Governo sulla sicurezza sono state tutte mirate al contrasto dell’immigrazione clandestina e proprio sulla Domitiana si concentra la maggior parte dello spaccio di droga, condotto in molti casi da immigrati non in regola. E sarebbe proprio lo spaccio che starebbe sfuggendo dalle mani dei clan a provocare queste esecuzioni sommarie a scopo “dimostrativo”. Ma tutto questo sangue a chi è indirizzato? Ai clandestini o allo Stato che i clandestini dice di volerli espellere?
Vi chiedo allora: visto che la clandestinità in Italia non è reato ma un’aggravante e visto che ormai chi è beccato senza permesso di soggiorno viene rispedito a casa, non può accadere che i militari e la polizia ripuliscano anche le strade dai clandestini che fanno concorrenza ai casalesi nello spaccio di droga e che alla fine l’equilibrio venga (involontariamente) ristabilito proprio dallo Stato?
Alfonso Cesarano, 35 anni, già agli arresti domiciliari, è stato fermato oggi con l’accusa di essere uno dei 6-7 sicari che hanno partecipato al doppio agguato di giovedì scorso nel casertano. Secondo gli investigatori il commando che ha agito a Castelvolturno e a Baia Verde sarebbe lo stesso e farebbe capo ad Antonio Cirillo, detto “o sergente”, e a Gisueppe Setola, scarcerato nell’aprile scorso per una grave patologia all’occhio e poi resosi latitante. Ma c’è dell’altro. Gli inquirenti hanno infatti contestato a Cesarano anche l’accusa di strage aggravata dalla finalità mafiosa e dal metodo terroristico. La sparatoria di Castelvolturno, infatti, sarebbe stata un’azione dimostrativa che avrebbe diversi punti in comune con le modalità di numerosi attentati terroristici. Un po’ come il vecchio motto del “colpirne uno per educarne cento” e far capire che non ci si oppone all’avvento di nuovi capi, dopo il vuoto lasciato dai numerosi esponenti coinvolti e condannati dal processo Spartacus.
“La finalità del clan dei casalesi – ha dichiarato all’Ansa il procuratore aggiunto della Dda di Napoli, Franco Roberti - è quella di indurre tutti a non collaborare più con la giustizia, ai commercianti a piegarsi alle richieste di estorsione e le varie etnie a sgomberare il campo perché danno fastidio ai casalesi”.
La madre e la moglie di Cesarano, intanto, starebbero testimoniando l’innocenza del loro congiunto, sostenendo che non si sarebbe mai allontanato da casa.
A Castelvolturno sono infine arrivati i 400 agenti promessi dal Viminale (160 poliziotti, 160 carabinieri e 80 finanzieri), schierati con l’obiettivo di presidiare in modo capillare il territorio e – questo è stato detto ma senza troppa enfasi – rimandare in patria tutti gli immigrati clandestini della zona. Come dire: la legge in questo caso potrebbe indirettamente aiutare i casalesi, togliendo dalle strade concorrenti scomodi nel traffico di stupefacenti.
“Essere o non essere, questo è il problema”, scriveva Shakespeare. Ed è un po’ quello che mi chiedo anche io in merito al mio futuro. Quale? Quello nel giornalismo.
Il mestiere che sto tentando di imparare lo sognavo fin da piccolo e uno dei punti a favore della mia vita – se mi guardo indietro – è di averci provato. Non avrò rimpianti. Eppure esiste un MA che avvolge come un enorme dubbio tutta la vicenda e riguarda il COME. Il “come” più intimo della mia futura (spero) professione.
Mi spiego meglio. Tutti i più grandi giornali, ormai, centellinano i corrispondenti e si affidano alle agenzie stampa, le uniche che – quando non traducono le sorelle straniere – mandano ancora qualcuno sul posto dove è avvenuto un fatto. La maggior parte dei giornalisti – o presunti tali – invece, leggono da dietro lo schermo di un pc i resoconti delle agenzie e lo sforzo maggiore che compiono è quello di riscriverli in un italiano discreto oppure di cambiare qualche parola oppure ancora, e siamo all’assurdo, di copiarli e incollarli così come sono.
La questione del COME è però duplice. E chiama in causa, in entrambi i casi, il futuro prossimo venturo. Se si decide infatti di “divenire” un freelance, cioè un giornalista pagato ad articolo, si fa la fame. Se si inizia invece a sperare in un qualche posto interno alla redazione (circostanza di per sé più unica che rara), allora si finisce a guadagnare molto ma a percepire anche della cosidetta “indennità di desk”. In due parole. a stare dietro ad uno schermo. Fermi, a sintetizzare agenzie o a creare le pagne. E a riscuotere una “indennità”, proprio perché trascorrere 12 ore seduti ad una scrivania non è il massimo. Essere o non essere, dunque, resta un problema. Insoluto.
L’ultima domanda, infine, riguarda il giornalismo di inchiesta. Dov’è finito? Quando qualcuno ne fa, ecco che piomba nelle redazioni la polizia o la finanza. E pochi gridano allo scandalo. Di contro, però, se nessuno scrive articoli d’inchiesta, i giornalisti vengono definiti “venduti al potere”. Il dilemma resta ancora forte come prima: essere o non essere? Che poi si potrebbe tradurre in: vedere o non vedere? Conoscere o sentir dire? Approfondire o lasciar correre?
Qualsiasi risposta io tenti di darmi, c’è sempre un pezzo fuori posto che mi lascia perplesso. Non che tutto debba sempre essere perfetto – la fortuna dell’uomo è la sua imperfezione – ma diciamo che il gap tra come il giornalismo è e come dovrebbe essere, in questi anni è enorme. La mia impressione è che insieme al senso critico e alla politica, ormai si stia perdendo anche l’anima della penna, dell’indagine, dell’approfondimento CRITICO. Tutto questo è racchiuso in quel monosillabo avversativo “MA” di cui sopra. Il giornalismo comodo, quello che si limita a seguire la politica senza metterla in crisi, che frequenta i salotti bene e stringe mani colpevoli di eccessiva ipocrisia civile, non credo sia giornalismo. Scrivere di tutte queste cose e vantarsene è facile come bere un bicchier d’acqua. Il mettersi in gioco è ben diverso. Il fornire punti di vista esterni, difficili, scomodi, veritieri, è ben altra cosa. Ma quale dei due è oggi considerato giornalismo in questo Paese? Non voglio rispondere. Davanti a quanti si sentono arrivati solo perchè hanno ormai un posto fisso o frequentano i potentati locali e poi garbatamente ne scrivono, resto però francamente interdetto. Non ammirato. Dove sta la bravura? Qualcuno mi risponda per favore. E mi chiedo se non sia io ad avere un’idea deviata della professione. Anche Montanelli, Biagi e tutti i grandi del nostro giornalismo seguivano la politica ma avevano il coraggio di manifestare le loro idee con forza e convinzione. Oggi di tutto questo restano solo le inorgoglite frequentazioni, manca lo spirito critico che, se c’è, spesso viene ridotto al silenzio dall’autocensura preventiva. Essere o non essere, questo è il problema. E potrebbe divenire un cancro tremendo per la nostra già debilitata democrazia.
Li hanno ammazzati mentre tutta Italia attendeva una risposta sull’offerta della Cai per Alitalia. Sei immigrati di orgine africana e un italiano sono stati uccisi con 130 colpi di pistola in una sartoria di Castelvolturno, probabilmente per motivi legati al traffico di stupefacenti sul litorale domitio. A sparare un kalashnikov, una pistola calibro 9×21 e una 9×19. Poco prima, ad appena cinque chilometri di distanza, in località Baia Verde, era stato ucciso il gestore di una sala giochi, Antonio Celiento. Stessa dinamica e simile volume di fuoco: una sessantina di colpi, di cui 20 esplosi in pieno volto. E mentre la Polizia indagava sul primo omicidio, il commando – forse lo stesso per entrambi gli episodi – scatenava l’inferno sul gruppo di africani.
E oggi a Castelvolturno un gruppo di immigrati ha frantumato le vetrine di alcuni negozi e rivoltato diverse automobili in mezzo alla strada: «Vogliamo giustizia – urlavano – non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false». Sangue, rivolte, proteste. Sembra che ormai quella tra la camorra e la comunità immigrata sia una guerra dichiarata. Sullo sfondo forse un chiarimento di conti legato al pizzo, una delle principali fonti di sostentamento per i boss latitanti.
Per gli ex partiti o quelli extraparlamentari, lasciate un commento. Non si può sapere attualmente se riuscirebbero a tornare in Parlamento e quindi nel redigere il sondaggio mi sono basato su elementi meramente pratici.
CAI ha ritirato l’offerta su Alitalia. Il nostro Paese non ha più una compagnia di bandiera e oltre 20.000 dipendenti finiranno disoccupati. Socialmente ed economicamente è un disastro. Eppure, tutto questo mi fa tornare alla mente quanto si racconta degli anni ‘70: una politica incapace di trasmettere ai cittadini ideali forti, politici deboli e poco autoritari, una situazione occupazionale critica e prospettive per il futuro quasi nulle. Al vertice, una massoneria deviata, una lobby di potenti che manovra la comunicazione e le forze dell’ordine. Sono forse stato estremo, ma il mio timore è che la tensione sociale porti a mostri abominevoli quali si sono visti negli anni ‘70-’80.
L’Alitalia fallisce dopo anni di indecisioni in cui questo carrozzone è servito per tutti gli usi e i consumi, soprattutto elettorali. L’impressione è che si tratti di una sorta di diluvio universale, un evento definitivo, simbolo dell’incapacità politica dei leader nostrani da dieci anni a questa parte. Almeno.
State bene attenti a quanto accadrà adesso: la causa del disastro sarà attribuita o ai sindacati o ai piloti. A ognuno le sue colpe, dirà il buon Silvionazionale. Senza ricordare invece agli italiani che forse una colpa, in primis, ce l’ha anche lui: di aver fatto fallire la trattativa con Air France. Un tavolo di confronto inficiato proprio dalle promesse del premier che permisero ai sindacati di fare la voce grossa quando invece avrebbero dovuto tacere e ringraziare. Caro Silvio, se 20.000 persone da oggi sono in mezzo a una strada, è anche colpa tua. Chissà che non risolverai anche questa emergenza con discariche e militari.
In relazione alla revisione del reclutamento e della formazione iniziale dei docenti, e considerato anche il blocco del X ciclo delle Siss (le scuole di specializzazione per l’insegnamento), il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha, infatti, proposto l’inserimento, in sede di conversione del decreto legge «Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università», di un’apposita norma che salvaguardi le aspettative di alcune categorie di docenti attualmente esclusi dalle graduatorie a esaurimento.
Nel caso specifico, questa disposizione – spiega il ministero – consentirà l’inserimento, in occasione dell’aggiornamento biennale delle graduatorie d esaurimento da effettuarsi per gli anni scolastici 2009-2010 e 2010-2011, agli abilitati Ssis del IX ciclo, agli abilitati che hanno frequentato i corsi biennali abilitanti di secondo livello a indirizzo didattico (Cobaslid) attivati nell’anno scolastico 2007-2008 e ai docenti che si abilitano a seguito della frequenza del I corso biennale di secondo livello finalizzato alla formazione dei docenti di educazione musicale e di strumento musicale.
Analogo inserimento a pieno titolo viene garantito a coloro che nell’anno accademico 2007-2008 erano iscritti al corso di laurea in Scienze della formazione primaria e ai corsi quadriennali di didattica della musica, in occasione dell’aggiornamento biennale successivo al conseguimento del titolo di abilitazione.
Con questa norma questi docenti potranno essere inseriti a domanda nella graduatoria a esaurimento in coda a coloro che risultano già inclusi.
Sergio Orsi, fratello di quel Michele Orsi trucidato dalla camorra a Casal di Principe perché non parlasse con i magistrati, ha rifutato lo status di pentito e quindi anche il conseguente programma di protezione. Una mossa che ha lasciato di stucco giudici e investigatori che proprio da lui attendevano importanti conferme. Primo tra tutti un riscontro sulle accuse lanciate dall’altro re dei rifiuti, il faccendiere Gaetano Vassallo, che – secondo quanto anticipato da L’espresso – l’avrebbe chiamato in causa per una presunta tangente pagata all’attuale sottosegretario all’economia, Nicola Cosentino. Dopo le smentite della politica e la solidarietà bipartisan al funzionario tremontiano, proprio Orsi si è affrettato a prendere le distanze dalle dichiarazioni di Vassallo: “Un episodio totalmente destituito di ogni fondamento. Non ho mai consegnato soldi all’onorevole Cosentino”. Ma i magistrati adesso vorranno vederci chiaro.
Imputato per truffa e turbativa d’asta (in alcuni casi a favore del clan Bidognetti) davanti al gup di Napoli, Enrico Campoli, nell’inchiesta del pm Alessandro Milita, Orsi non ci sta a figurare come pentito di Camorra e vuole difendersi liberamente. Fino a oggi, fanno sapere dalla Dda, avrebbe rilasciato solo dichiarazioni difensive, senza mai avviare una concreta collaborazione. I 180 giorni di protezione temporanea concessi a quanti vogliono pentirsi, non avrebbero portato ad alcuna accusa da parte di Sergio Orsi.
Il procedimento, giova ricordarlo, è lo stesso che vede coinvolto anche il deputato del Pdl Mario Landolfi, in merito alla gestione del consorzio di bacino Eco4, creato per la gestione dell’emergenza rifiuti nel casertano.
Se fossi il migliore amico di me stesso, non mi invierei mai una cosa simile. Né inviterei un mio amico a compilare sudetto modulo. Per due motivi: perché nessuno mi assicura che quanto risponde sia vero, ma soprattutto perché quelle risposte segnerebbero il fallimento della nostra amicizia. Dimostrerebbero la mia incapacità a conoscerlo, rivelando un me stesso superficiale, poco attento e fondamentalmente egoista. La risata, come scrive il sito, ci può stare. Ma davanti a una birra, non davanti allo schermo di un pc, ridacchiando della buona fede altrui.
Non sarà Commissione Amato, sarà Commissione Marzano. È stato lo stesso ex presidente del Consiglio ad annunciare la sua rinuncia al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nel corso di un incontro ieri sera al Campidoglio. E insieme, Amato e Alemanno, hanno individuato nell’attuale presidente del Cnel, Antonio Marzano, una figura istituzionale in grado di guidare la cosiddetta Commissione Attali per Roma, promossa dal Comune, dalla Provincia e dalla regione Lazio.
Amato, nel corso del faccia a faccia con il sindaco, durato circa un’ora e mezza, si è detto rammaricato per la decisione ma ha spiegato che le ultime polemiche, seguite ai giudizi espressi nei giorni scorsi da Alemanno sul fascismo, hanno dimostrato che con lui alla guida, la Commissione rischiava di diventare il parafulmine della diatriba politica nazionale, smarrendo il senso originario per cui era stata pensata.
Rammarico per la decisione di Amato è stato espresso in serata anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Mi dispiace – ha detto il premier – che abbia scelto di rinunciare. Non era una decisione da prendere, soprattutto da uno come lui che è sempre stato indipendente dal contorno della sinistra».
A fronte di numerosi auspici di conciliazione, la decisione di Amato era comunque nell’aria. Da giorni infatti circolavano nei corridoi della sede del Partito democratico indiscrezioni secondo cui un rifiuto da parte dell’ex premier veniva dato per certo. E le prese di posizione di uomini anche molto vicini a Veltroni, contrarie alla commissione, hanno reso l’operazione sempre più difficile.
Non è servito neanche il pressing di Alemanno, del vertice di An e dello stesso Fini, che nei giorni scorsi aveva invitato i giovani della destra a riconoscersi «nei valori dell’antifascismo». Seguito a stretto giro di posta dal sindaco di Roma che confermava le parole del presidente della Camera. L’ultimo tentativo chiarificatore Alemanno l’ha infine tentato ieri pomeriggio. Lasciando fuori dalla porta le polemiche politiche, il sindaco di Roma ha dichiarato che il nome di Amato era stato scelto «non in quanto politico di sinistra, visto che non ricopre più una posizione politica, ma per costruire una commissione che lasci spazio alla società civile, per elaborare strategie per lo sviluppo della città». E inutili sono state anche le – sempre meno – voci favorevoli provenienti dal centro-sinistra. Ad alzare il livello della polemica politica, infine, nel pomeriggio di ieri è intervenuto anche Massimo D’Alema che durante la festa provinciale del Pd di Modena è tornato sul nodo del giudizio storico sul fascismo. «Ciò che ha detto Fini è importante. Ma pur riconoscendo il valore delle sue affermazioni sul fascismo – ha proseguito l’ex ministro degli Esteri – si ha la sensazione che ogniqualvolta Fini prenda una posizione illuminata, lo faccia più a titolo personale che non come leader di una destra che non sembra molto influenzata dalle sue aperture». Prima ancora c’erano stati i duri attacchi al Governo e alla maggioranza da parte di Veltroni, durante la Summer School del Pd a Cortona.
A guidare la commissione dunque, una nomina istituzionale di alto livello, libera da qualsiasi possibile appiglio polemico di natura politica.
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Tony Capuozzo
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