
Quattro anni fa moriva in Iraq Enzo Baldoni, un giornalista freelance al seguito della Croce Rossa, dove era anche volontario (gruppo di Milano). Il suo corpo non è mai stato ritrovato, pochi se ne sono occupati. Forse nessuno.
EF

Quattro anni fa moriva in Iraq Enzo Baldoni, un giornalista freelance al seguito della Croce Rossa, dove era anche volontario (gruppo di Milano). Il suo corpo non è mai stato ritrovato, pochi se ne sono occupati. Forse nessuno.
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Napoli, 24 ago. – Nelle prime ore della mattinata, a Margherita di Savoia (FG), nel lido ‘Baia degli Angeli’, i Carabinieri del nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna (competente sulla provincia napoletana) e della Compagnia di Cerignola hanno arrestato Vincenzo Marrazzo, 43 anni, a capo dell’omonimo clan camorristico operante nell’area di Sant’Antimo, Casandrino e Grumo Nevano (paesi dell’area Nord dell’hinterland partenopeo). Marrazzo si era allontanato il 25 maggio scorso dalla casa di lavoro di Isili (Nu) dove era stato assegnato per un anno in applicazione di misura di sicurezza disposta dal Tribunale di Sorveglianza di Cagliari. Nella circostanza sono stati deferiti in stato di libertà i proprietari e gestori del lido. L’arresto è stato eseguito grazie a prolungato servizio di osservazione e pedinamento partito in nottata dalla provincia di Napoli. L’operazione si colloca nell’ambito di articolata attività di indagine condotta dei Carabinieri di Napoli per il contrasto a fenomenologie criminali riconducibili ai clan camorristici operanti a Sant’Antimo ed aree limitrofe, contrapposti militarmente per il predominio delle attività illecite e responsabili di numerosi fatti di sangue nell’area tra cui, ultimo, l’omicidio di Verde Francesco, 58 enne, ‘il Negus’, gia’ a capo dell’omonimo clan egemone nell’area e tradizionalmente contrapposto ai Ranucci ed ai Marrazzo, ucciso in un agguato mafioso il 28 dicembre a Casandrino.
Fonte:AGI

“I due turisti non dovevano trovarsi lì”, con queste parole ieri il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, ha commentato la disgrazia accaduta ad una coppia di cicloturisti olandesi: lei stuprata, lui rapinato e malmenato a bastonate. La colpa, insomma, è loro.
Ecco cosa ha dichiarato il nostro Alemannodellacapitale a Repubblica: “Se due turisti vengono a Roma in bicicletta e si vanno ad accampare in un posto abbandonato da dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati, ebbene è difficile garantire loro la sicurezza“.
Caro sindaco Alemanno, innanzitutto a Roma non dovrebbero esistere posti ABBANDONATI DA DIO E DAGLI UOMINI, soprattutto con i militari in città. Secondo poi, le parole hanno una loro importanza. Quei pastori sono diventati un BRANCO DI IMMIGRATI solo dopo aver commesso la violenza – fatto da condannare senza alcuna remora -, ma prima, cos’erano? I censimenti, i militari, la polizia…insomma: dov’erano? Terzo: se a commettere la violenza fossero stati degli italiani? Romani magari? Cosa avrebbe detto?…E se fosse stato in campagna elettorale, con Veltroni sindaco di Roma, Lei e la Sua giunta non avrebbero cavalcato l’onda del risentimento per aver ragione della sinistra? Visti i precedenti, è probabile. Invece adesso la colpa dell’evento è dei turisti e, forse, di dio…ma anche un po’ degli uomini: ERA UN POSTO DIMENTICATO DA DIO E DAGLI UOMINI. Bene, caro sindaco, mi faccia sapere, per favore, quali altri sono i posti della nostra città DIMENTICATI DA DIO E DAGLI UOMINI. Credevo che con il nuovo Patto per Roma sicura, non ce ne fossero più. O forse invece, la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Magari la chieda a Silvio.
EF

Vi ricordate le passeggiate domenicali di Romano Prodi? Sprizzavano tranquillità da tutti i pori. Quasi apatia. Quella tranquillità tutta italiana, come se il Paese potesse andare avanti da solo, per forza di inerzia. Nel centro di Bologna, Prodi passeggiava occhieggiato da qualche curioso, con educate strette di mano.
Nulla a che vedere con il nostro Silvionazionale, che si immerge nella calca estiva e va a fare compere come un qualsiasi italiano medio e corre a passare la carta di credito o a chiacchierare con i venditori a campo dei fiori. Tutto un altro stile. Uno “stile bandana” direi. Eh già perché, in fondo, Silvio quella bandanuccia bianca immortalata dalle tv di mezzomondo se la porta dentro, nel modo di fare. Un ganzo. Soprattutto in mezzo alla gente.
Due passeggiate, insomma, che dicono anche la differenza tra due modi di fare politica e di affrontare gli elettori. E come verrà guardato adesso Prodi, ora che si è ritirato dalla vita di palazzo? In giro per Bologna pochi riconoscimentie, pochi autografi. Non certo la messe di mani protese che si presenta al nostro Sivlionazionale ogni volta che mette il naso fuori di casa. Foto in coppia, autografi, promesse…bravo Silvio. Se non ci fossi, a chi correremmo dietro?
EF
L’hanno arrestato i carabinieri della compagnia di Casal di Principe mentre, con moglie e figli, festeggiava l’Assunta a Mondragone, in viale Margherita. Come se niente fosse.
Sfuggito alla cattura il 1 luglio scorso, stando alla tranquillità con cui si aggirava per il paese, di “latitante” aveva solo la qualifica. Il suo nome è Cesare Tavoletta, 35 anni, appartenente all’omonoma fazione da anni in guerra con il clan Bidognetti e adesso rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, uno di quegli stabili che – si dice da più parti – sarebbe stato costruito proprio da imprese in odore di camorra. Pardon, di Camorra.
Sulla testa di Tavoletta – riconosciuto nella folla da un carabiniere libero dal servizio – pendevano due mandati di cattura spiccati dalla Dda per estorsione e illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso nel mercato del noleggio dei videopoker. E la sottolineatura “aggravata dal metodo mafioso”, dice tutto.
EF
Vacanza lampo, appena un giorno di mare e due di viaggio. Sono stato nel Salento, a Santa Maria di Leuca. Oggi di nuovo in redazione.
Beh, dopo questa “vacanza” sono sempre più convinto che nostro Paese stia rasentando la follia, che non abbia più rispetto per nessuno e guardi solo al proprio cortiletto.
Da molti considerato una delle parti più belle d’Italia, il Sud viene letteralmente invaso da quanti spesso lo invocano con l’epiteto “terronia”. Milanesi, veneti, e combriccola nordesca varia. Ad agosto si verifica una vera e propria calata di persone che si comportano come se il Meridione fosse di diritto territorio loro.
Durante i fuochi d’artificio di Ferragosto, ad esempio, all’indirizzo di uno dei fuochisti che accendevano le micce – in perfetto accento milanese – dietro di me ho sentito esclamare: “Figa, che sfigato quello lì, guardalo corre da una parte all’altra…che sfigato”.
Non è certo da una battuta che nasce questo mio post ma da una situazione che, acuita forse anche da certi toni politici a dir poco irresponsabili, sta spezzando l’Italia a livello “interiore”, di spirito.
Durante un lungo periodo di permanenza in quel di Milano, mi sentii dire “Le lampadine del parco giochi del LunEur (a Roma), vanno avanti grazie a noi milanesi”. E potrei citare molti altri “detti” popolari nei confronti del Sud. Poi però al Sud si va in vacanza, lo si tratta come fosse il cortiletto di casa.
Colpa di tutto questo è sicuramente anche della classe politica nostrana che, invece di indicare vie di risoluzione delle tensioni, le inquadra in precisi programmi politici, le sfrutta al solo fine del voto. E’ bello urlare che al Sud sono terroni? Benissimo, creiamo un partito di gente che urla che al Sud sono terroni. La situazione è però anche figlia di un disagio strutturale che subisce l’onere mafioso. Un’economia che debba scendere continuamente a patti con chi vive e specula attraverso la mafia – e non è certo li Sud ma la politica che lo governa – non potrà mai viaggiare ai ritmi della Tav o della fiera di Milano. Anche se, ammettiamolo (non come Chiamparino disse di Torino: “qui la ‘ndrangheta non c’è!) le mafie esistono anche al Nord. Ma sono gestite. Al nord fanno affari, mentre nel Meridione scaricano le scorie, il “resto”. Il Sud Italia da sempre è un gran bel castello fatto di slogan elettorali lanciati al vento in cui nessuno crede più. Rifiuti, mafia, camorra e silenzio. Con tutte queste “cose” buttate in una badcompany come il Meridione, è facile far volare alto il Nord. Eppure, come accade per una arcinota badcompany nostrana, si promettono sempre fondi strutturali, soldi a pioggia, finanziamenti e stati di emergenza, senza mai risolvere nulla.
Un giorno mi sono chiesto: se dall’Italia la mafia sparisse all’improvviso, cosa accadrebbe? Il Paese crollerebbe? Forse sì…certamente ci sarebbe una rivoluzione e forse al Sud le vere energie (che abbondano) supererebbero chi ad oggi dà dello “sfigato” ad un fuochista che chissà quanti sacrifici ha fatto per correre da una miccia all’altra sul molo di Santa Maria di Leuca.
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Non si placa lo scontro tra il Governo e gli editorialisti del settimanale Famiglia Cristiana. A prendere la penna per difendere la linea del periodico paolino è stato questa volta Beppe Del Colle, in un editoriale in edicola il 20 agosto prossimo.
Ci auguriamo, scrive il giornalista, che «non si riveli mai vero il sospetto che stia rinascendo da noi, sotto altre forme, il fascismo». Le critiche sono tutte per le norme sul censimento dei nomadi: «Abbiamo definito “indecenti” le politiche del ministro Maroni sui bambini rom perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall’altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza del tutto esposto alla criminalità».
Respinte al mittente, cioè al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi (Pdl), anche le accuse di “cattocomunismo”. «Non siamo cattocomunisti – scrive Del Colle – tantomeno criptocomunisti come dichiarato dal loquacissimo Gasparri e da altri politici (Rotondi, Bertolini, Quagliariello), senza argomenti». Giovanardi, secondo il giornalista, non avrebbe «nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale».
Del Colle ricorda poi i temi cardine del giornale: divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, Dico, diritti della famiglia. Lo spirito critico di Famiglia Cristiana, prosegue, «non è mai cambiato. Critichiamo il Governo come abbiamo fatto con tutti i governi quando ci sembrava giusto e cristiano farlo». Come una scure sul botta e risposta di questi giorni, cala infine la chiusura dell’editoriale: «E ora basta».
La politica fa registrare reazioni da entrambi i poli. Primo tra tutti, Giovanardi risponde che «di fascista oggi in Italia ci sono soltanto i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe Del Colle». Più moderato il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, «continuerò a leggere Famiglia Cristiana senza farmi condizionare più di tanto». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ironizza: «Riportino in avanti l’orologio, non esiste nessuna limitazione a dire sciocchezze». Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, annuncia querela nei confronti del direttore del settimanale, don Antonio Sciortino, per le espressioni usate durante un’intervista rilasciata ieri al quotidiano La Stampa. «Sono rammaricato – ha dichiarato Gasparri – per una caduta di stile di una persona travolta da un crollo di vendite documentato anche dal Sole 24Ore». Dall’opposizione, Giorgio Merlo (Pd) sottolinea come «chi osa criticare l’azione del Governo di destra viene bollato come comunista».
Il Superiore per la provincia Italia della Società San Paolo, don Ampelio Crema, dichiara: «I nostri editoriali da sempre denunciano problematiche che la politica lascia per strada. Nel numero scorso di Famiglia Cristiana, ad esempio, abbiamo lodato la cura Brunetta, ma nessuno ne ha parlato».
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Pubblicato oggi a pagina 16 de Il Sole 24 Ore
I bastardi, quelli che non ci mettono mai la faccia ma eseguono solo ordini altrui, sono tornati a colpire. Non come a Roma, dove i piromani per imbecillità intrinseca danno fuoco alle automobili, ma come si fa a Napoli. Dove se ti brucia la moto o la macchina non è il sollazzo di un annoiato borghese “figlio di papà”, ma è la Camorra che ti lancia un segnale.
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Oltre al Mangano Berlusconprevitiano, in Sicilia ce ne fu un altro, Angelo Mangano, vicequestore di Palermo nel 1966, che permise la riapertura delle indagini sul “suicidio” del giornalista Cosimo Cristina, trovato morto lungo i binari ferroviari in contrada Fossola alle 15.30 del 5 maggio 1960. Nelle tasche del cronista ventiquattrenne (nato l’11 agosto 1935) vennero rinvenuti alcuni biglietti che palesavano l’intento di togliersi la vita. Noto in tutta Termini Imerese per aver denunciato gli interessi dei boss locali – Giuseppe Panzeca, Emanuele Nobile ed il termitano Santo Gaeta – Cristina era nell’occhio del ciclone per alcune querele che lo videro sempre colpevole, seguite alle denunce da lui fatte dalle pagine del suo giornale, Prospettive Siciliane.
Crisi economica (il giornalista venne licenziato dall’azienda in cui lavorava poco prima del “suicidio”), diversi processi a carico e una sostanziale “terra bruciata” che il paese gli aveva fatto attorno, convinsero in breve tempo le autorità che si fosse trattato di suicidio. Non venne fatta alcuna autopsia – se non diversi anni più tardi -, la magistratura si fidò dei soli biglietti trovati in tasca ai pantaloni di Cosimo Cristina senza neanche predisporre una perizia calligrafica. Una denuncia di un amico del giornalista, Giovanni Cappuzzo, riguardante alcune pressioni perché abbandonasse Cristina al suo destino, non vennero apporofondite ma anzi, definite “esagerate”, non si cercò di capire con chi il giornalista aveva trascorso le ultime ore di vita. Nulla.
L’autopsia venne disposta ed eseguita solo alla riapertura del fascicolo, dopo il rapporto del Mangano ma – il 3 ottobre 1966 – avallò, con poca scientificità (cfr. “Gli insabbiati”, di Luciano Mirone, ed. Castelvecchi, pp. 41-44) e sorpresa di tutti la tesi del suicidio, nonostante numerose contraddizioni contenute nella perizia (cfr. ivi).
I magistrati scrissero: “il suicidio è conclamato non solo dalle risultanze delle indagini a suo tempo esperite, ma anche e soprattutto dai suoi più approfonditi accertamenti, nonché dai biglietti scritti dal Cristina e rinvenuti sul suo cadavere, che provano IN MODO UNIVOCO la sua determinazione, poi attuata, di togliersi la vita. ne consegue che la denuncia contenuta nel rapporto Mangano appare destituita di ogni fondamento” (ivi, p.45).
A questo si aggiunga che non venne mai interrogato neanche il macchinista del treno che investì Cristina né venne stilato un rapporto da parte dei Carabinieri, scartando da subito l’ipotesi che si potesse trattare di un delitto.
Da più parti, sul web, oggi si parla di “suicidio mafioso”, ma il processo non è comunque mai stato riaperto. Cosimo Cristina non ebbe nemmeno un funerale – per i suicidi non era previsto -. Il suo corpo venne caricato su un carro e portato all’obitorio. Una voce scomoda che in molti contribuirono a far dimenticare.
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La Cina non sapeva? Putin sorrideva sornione durante la celebrazione dell’apertura dei Giochi Olimpici mentre i carriarmati russi entravano in Georgia. Applausi e bombe. Negli stessi minuti in cui le delegazioni sfilavano nello stadio di Pechino, le agenzie stampa battevano la notizia: ”Oltre dieci soldati russi uccisi”, il che vuol dire sia 11 che 300. Una strage di giovani. La Farnesina annunciava di star prendendo contatti con gli italiani in Georgia.
Il casus belli sarebbe stato un bombardamento georgiano sulla capitale sudosseta a cui avrebbero reagito i militari russi – tecnicamente caschi blu - travolti dalla prima offensiva georgiana. Peccato che di norma l’ONU e i suoi caschi blù raramente abbiano sparato, i russi invece sono entrati di forza in Georgia con un centinaio di carriarmati. Lo chiamano peacekeeping.
Il presidente georgiano Saakahvili ha dichiarato che l’invasione «Non è più solo una questione della Georgia. E’ in gioco l’America, i suoi valori». Come dire: la NATO in cui chiediamo di entrare faccia qualcosa.

La Russia ha intanto organizzato un comando operativo a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del nord, per le operazioni di «assistenza alle forze di pace russe e ai civili». A riferirlo l’agenzia Interfax che ha specificato: a capo del comando è stato nominato il generale Vladimir Bolderiev, comandante delle truppe di terra. A margine dei combattimenti sarebbero per ora centinaia le vittime civili.
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Le talpe hanno iniziato a trivellare il sottosuolo e il problema dei milioni di metri cubi di terreno da stoccare è diventato inderogabile per la società Metro C.
«Fino ad oggi abbiamo smaltito terre e rocce prodotte dagli scavi per la nuova metropolitana in due discariche gestite da privati – spiega l’ingegner Francesco Rotundi, direttore generale di Metro C -, la prima si trova sulla via Ardeatina, in località Porta Medaglia, la seconda è a Civita Castellana». L’obiettivo però è dar vita ad un ciclo di trasporto e smaltimento gestito in proprio, per strutturare un sistema in grado di ridurre al minimo i tempi tecnici: «I soggetti esterni – continua Rotundi – non sempre lavorano su turni coincidenti con i ritmi dei nostri cantieri. Inoltre, di notte o in caso di forti piogge non è possibile trasportare i materiali di risulta in discarica. E questo si ripercuote sulla tabella di marcia dei lavori».
Per fare fronte a questo problema, la settimana scorsa Metro C ha depositato presso la Regione Lazio, la Provincia di Roma e gli uffici del comune di Monterotondo, una richiesta di giudizio di compatibilità ambientale riguardante una cava dismessa in località Monte Uliveto, a Monterotondo. Il sito, con una superificie complessiva di 59.500 metri quadrati, dovrebbe contenere oltre un milione di metri cubi di terra (per la precisione, 1.085.000) e rientra all’interno di una «riqualificazione ambientale attraverso un progetto di discarica» che verrebbe attrezzata e messa in sicurezza. Per avere un’idea delle dimensioni, la quantità di terra sversata avrà un volume quasi pari a quello di Monte Testaccio, e sarà circa un quarto del totale dei materiali che si prevede di estrarre (4.300.000 metri cubi) per l’intera realizzazione della metropolitana.
Il progetto è ora all’esame della Regione per la valutazione di impatto ambientale (Via). Secondo il Dipartimento Regionale del Territorio, la procedura richiederà almeno tre mesi. Seguirà la Conferenza dei servizi. Il vicesindaco di Monterotondo, Paolo Bracchi, promette tempi brevi, tanto più che il progetto «è una risorsa per il Comune». Ma fa sapere che «vista la frequenza dei passaggi, i camion diretti alla cava non dovranno attraversare le strade comunali». Auspica inoltre che «una quota della riempitura venga concessa ad imprese locali». E infine, che «Metro C assicuri il ristoro ambientale».
Tra gli interlocutori chiamati a pronunciarsi sulla fattibilità del progetto, l’Azienda Regionale per l’ambiente (Arpa), che dichiara però di non essere stata ancora chiamata in causa.
Insieme alla discarica di Monterotondo, infine, la società “Metro C” prevede la realizzazione di un Piano di Recupero Ambientale in località Maglianella. Una zona, quest’ultima, recentemente nel mirino del nucleo operativo ecologico (Noe) dei carabinieri, proprio per lo smaltimento illegale di rifiuti da costruzioni e demolizioni (vedi il Sole-24 Ore Roma del 16 luglio 2008). «Il Piano per la gestione delle terre, che ha integrato il progetto originario della Metro C presentato nel 2003 – conclude Rotundi – prevede che il materiale di risulta (esclusivamente terra e rocce da scavo, ndr) sia utilizzato per riempire le cave e riqualificare la zona».
L’unico problema sembra essere il completamento dell’iter degli atti autorizzativi: «Metro C è pronta da subito ad iniziare l’opera di riqualificazione ma manca il via libera della Regione Lazio che, dalla Conferenza dei servizi del 29 maggio scorso, sta ancora predisponendo una risposta». «La differenza rispetto ai materiali che saranno smaltiti a Monterotondo – conclude il direttore generale – è minima.
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Pubblicato sul Sole24Ore del 06.08.08 – inserto Laziale, pagina 9

Recentemente negli Stati Uniti in 300 si sono messi in fila per comprare l’intera città di Whites City, nel New Mexico. Valore commerciale circa 5 milioni dollari e una particolarità: è una ghost town, una città fantasma. Qualche casa, un paio di alberghi, negozi, un ufficio postale e poco altro. Ma non accade solo in America. Secondo il rapporto «1996/2006 – Eccellenze e ghost town nell’Italia dei piccoli comuni», diffuso oggi da Confcommercio-Legambiente, 1.650 città rischiano di diventare città fantasma da qui a otto anni a causa di un fenomeno di desertificazione definito «disagio abitativo». Inoltre 4.395 comuni verseranno in condizioni disagiate. La causa? Mancanza di servizi alle persone e alle imprese, basso tasso di natalità e immigrazione, incapacità ad attrarre nuovi capitali.
Secondo il rapporto, le future ghost town costituiscono un quinto dei comuni italiani, pari a un sesto del territorio nazionale. Vi risiede, almeno per ora, il 4,2% della popolazione, con 560mila residenti over 65, il 20% in più rispetto alla media italiana. Poche possibilità di un impiego lavorativo, poca fluidità sociale. A confermare questa tendenza sono anche i dati relativi all’immigrazione: nelle 4.395 potenziali città fantasma risiede appena il 4,6% degli stranieri presenti sul territorio nazionale, che preferiscono invece metropoli più favorevoli dal punto di vista lavorativo. Qui è anche critica la situazione scolastica: in soli sette anni, il numero degli alunni delle scuole materne è passato dal 15,3% del totale nazionale al 9,6 per cento.
Per Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, il rapporto «descrive un Paese a diverse velocità, in cui chi è in ritardo non recupera». Per Sangalli «quella delle eccellenze è una nicchia che fortunatamente ancora contribuisce allo sviluppo delle economie locali». Per Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e deputato del Pd, per uscire dalla crisi è quindi necessario che le istituzioni considerino «i comuni con meno di 5mila abitanti non un’eredità del passato ma protagonisti del futuro del Paese».
L’economia dei piccoli centri appare quindi sostanzialmente ferma e legata al sistema produttivo primario: i depositi bancari sono pari a 20,2 miliardi di euro – appena il 2,9% degli oltre 690 miliardi del totale nazionale – e vi si registra il 24,3% delle partite Iva agricole. «Ogni contribuente – spiega il rapporto – traduce in reddito 68 euro contro i 100 della media nazionale». Dal punto di vista turistico la situazione non è migliore: l’affluenza è pari al 6,8% del totale nazionale.
Ben lontane dal pericolo desertificazione, invece, le amministrazioni di 2.048 comuni – quasi tutti nelle zone della Pianura Padana, nel Nord Est e nelle regioni centrale di Marche, Toscana e Umbria – che negli anni hanno realizzato “decentramenti produttivi” in grado di sfruttare al meglio le potenzialità territoriali, consentendo una maggiore diffusione del benessere. In testa c’è l’Emilia Romagna, con il 51,4% di comuni “eccellenti”, seguono Lombardia, Piemonte e Veneto. All’ultimo posto la Basilicata, con un solo comune “virtuoso”. Questa parte di Italia fa registrare il 22% delle denominazioni certificate (Dop e Igt) e con 119.202 aziende si colloca al primo posto in Europa.
EF
Pubblicato sul sito de Il Sole24Ore il 06.08.08
Oggi il Censis ha scoperchiato il pentolone degli orrori: in Italia più morti per incidenti sul lavoro che in seguito a omicidi.
Nel 2007, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro nel nostro Paese, di cui 609 per infortuni stradali, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro (in itinere) o in strada durante l’esercizio dell’attivitá lavorativa. Se si escludono questi ultimi, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005). Le città italiane, inoltre - sempre secondo il Censis - sono tra le più sicure d’Europa. A che pro dunque i militari per le strade? Per inseguire chi? La microcriminalità? Facciamo il passo ulteriore, combattiamo seriamente la macrocriminalità che gestisce, di riflesso, la micro e gli appalti. Altrimenti è uno specchietto per le alloddole. Ancora meglio: inviamo i militari nei cantieri in modo che possano vigilare su imprese ed operai, per far rispettare le regole sulla sicurezza.
EF
Li hanno ammazzati con trentacinque colpi di pistola, un ‘esecuzione in pieno stile camorrista. A cadere sotto i colpi di almeno cinque sicari con il volto coperto da caschi integrali, due immigrati albanesi a Castelvolturno, nel casertano, freddati alla mezzanotte di ieri fuori dal locale Kuban Club. Si chiamavano Ziber Dani (40 anni) e Arthur Kazani (36).
Indagano i carabinieri di Mondragone. Secondo gli inquirenti, comunque, non è da escludere che la camorra abbia voluto dare un segnale alla comunità nigeriana, da tempo coinvolta nello spaccio di stupefacenti sul litorale domizio. Una delle due vittime, Kazani, aveva infatti precedenti penali per spaccio e associazione a delinquere.
Sui quotidiani nazionali di domani difficilmente troverete la notizia. Forse una breve, forse il silenzio. Non giova al buon nome del pacchetto sicurezza di Maroni che proprio qualche giorno fa visitava Casal di Principe. Intanto oggi, a Napoli, i militari schierati dal governo hanno sequestrato cd taroccati.
EF

Certo è che, dopo i tagli in finanziaria alle forze dell’ordine e non so quante volanti in meno sul territorio, questa ha tutta l’aria di essere un’enorme presa per i fondelli. Durerà sei mesi, rinnovabile di altri sei.
La Russa oggi ha chiaramente detto che gli italiani vogliono “percepire” la sicurezza e proprio di questo si tratta. Evviva la sincerità. Di una percezione, di un’impressione che - si sa - è del tutto soggettiva. Percepire non equivale all’oggettivare. Se fossi un poliziotto a cui avessero decurtato gran parte dei fondi per svolgere in modo decoroso la mia professione, mi sentirei abbastanza preso in giro dall’arrivo dei militari. Come qualcuno ha commentato sul sito di Repubblica, abbiamo la Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Polizia, La Polfer, la Polizia Municipale…insomma: a che servono i militari? A capire che le suddette forze sono state gestite male? Può darsi.
Di Pietro, per quanto ultimamente discutibile, oggi ha parlato di pantomima da Cinecittà. Beh, non mi sento di dargli torto. Da privato cittadino non voglio che sia soddisfatta una mia “percezione” ma che si venga a capo di problemi “reali”. Italianibravagente, pensate!
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La creazione di una banca dati generale unica sulla presenza degli stranieri in Italia, una conferenza che illustri le nuove tecniche di rilevazione biometrica per l’identificazione, la visita di una delegazione parlamentare presso il campo profughi di Aden, nello Yemen. Queste le proposte che l’onorevole Margherita Boniver presenterà a settembre al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di cui ha assunto la presidenza.
«Il nostro sarà un organo consultivo che affiancherà il governo in materia di leggi sull’immigrazione – ha dichiarato la Boniver –. Una delle prime proposte che farò ai membri del Comitato sarà la creazione di una banca dati unificata, gestita dal Viminale, sulla presenza degli stranieri nel nostro Paese. Il limite attuale – ha continuato – è che le rilevazioni vengono eseguite da organismi diversi e questo impedisce di avere una panoramica del fenomeno».
Secondo la Boniver, inoltre, «il trattato di Schegen non va rinegoziato ma è necessario rimeditarlo alla luce dei nuovi impegni in materia di lotta all’immigrazione clandestina che gli Stati europei hanno in agenda. Se ben governata – ha concluso – l’immigrazione è una risorsa preziosa per qualsiasi Paese».
Tra le proposte anche la visita di una delegazione parlamentare presso il campo profughi di Aden «per far sì che i colleghi si rendano conto delle condizioni di vita di questa gente».
Le recenti critiche europee all’Italia sul censimento dei nomadi, infine, secondo la Boniver «sono venute da politici di sinistra che banchettano sul danno d’immagine causato all’Italia. Sul fronte interno si è trattato di un disastro comunicativo del governo».
EF
Pubblicato su Il Sole24Ore del 02.08.08, pagina 12
(a causa di un difetto della pagina “I miei articoli”, alcuni pezzi li inserisco in homepage).
Leggo su internet una notizia e mi salta alla mente un atroce dubbio: il presidente del Senato, Renato Schifani, alla fine ha querelato Marco Travaglio per aver riportato – in piena prima serata su “Che tempo che fa” – le affermazioni contenute nel volume “I Complici”, a firma di Lirio Abbate? Non se ne è saputo più nulla. O meglio: l’autore del saggio, Lirio Abbate, è stato querelato dal presidente del Senato? Non se ne è saputo più nulla.
Per chi non avesse seguito la vicenda, Travaglio riportò alcune notizie per cui Renato Schifani, circa vent’anni fa, avrebbe avuto rapporti con persone poi rivelatesi in odore di mafia. Da qui il caso mediatico che trasformava in notizia non l’informazione data dal giornalista de L’Unità ma la querelle successiva nata contro Travaglio. Il dato curioso era che fino a quel momento quasi nessuno conosceva il libro “I complici, tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento” così come pressoché sconosciuto era il suo autore, Lirio Abbate.
Oltre a rivelare l’aspetto mistificatore dei nostri media che hanno subito spostato l’attenzione dall’informazione riguardante la seconda carica dello Stato alla querelle contro Travaglio, la vicenda ha evidenziato il fatto che se un fatto viene pubblicato in un libro ma non compare in televisione, praticamente non esiste. Con alcune eccezioni, vedi Gomorra. Querela a parte, quindi, alcuni mesi fa una notizia che avrebbe potuto effettivamente essere meditata dagli italiani è stata stravolta e tutto si perso in una bolla di sapone.
Un’ultima osservazione che esula: non avete mai pensato che la visibilità e il successo che ha fatto Saviano, siano un modo molto nobile e subdolo per mettere a tacere una delle poche voci concrete del nostro giornalismo? Pensateci: adesso non potrà certo andare in giro in Vespa seguendo i camorristi ed un libro accurato e vissuto come Gomorra, forse, non potrà più essere scritto.
EF