Giugno 30, 2008

Si stava meglio quando si stava peggio. Parafrasando il detto popolare per Alitalia: si stava meglio all’epoca di Air-France/Klm che non in questi giorni quando, per salvare l’italianità della compagnia – come disse il nostro Silvionazionale durante la campagna elettorale -, si rischia un taglio di quattromila dipendenti. Duemila in più rispetto al numero prospettato dall’ad della compagnia francese, Spinetta.
A ben guardare, il carrozzone nazionale chiamato Alitalia è un giochino con cui tutti sembrano aver fatto tutto. I sindacati, i dipendenti e in primis Silvio Berlusconi che con l’italianità della compagnia da “preservare” (e la psicosi sulla sicurezza), ha vinto la campagna elettorale e ha fatto fallire la trattativa con Air France.
Se il piano prospettato ieri da Repubblica dovesse avverarsi, infatti, Alitalia potrebbe essere spezzata in due società, una buona (newco), da rilanciare anche a livello internazionale, e una cattiva, da commissariare e caricare di debiti. In tutto questo scenario, quattromila dipendenti Alitalia tornerebbero a casa. Che beffa per i sindacati che cacciarono in malo modo Spinetta. A noi italiani, a parte la coda tricolore dei velivoli di bandiera, cosa resta? Il mottetto: “Menomale che Silvio c’è”.
“Menomale” perché il Silvionazionale pensa concretamente ai problemi del Paese. Ai dipendenti della Magliana, infatti vanno aggiunti quanti sono interessati (in quanto vittime di stupri, usura, etc…) dai circa centomila processi che saranno sospesi dalla blocca-processi (una sorta di indulto-ombra): il Silvionazionale sta calpestando i loro diritti senza troppo riguardo. E che dire poi dei campani? La spazzatura è ancora tutta lì. E’ arrivato l’esercito, è vero, ma per costruire i termovalorizzatori ci vorranno almeno tre anni (“entro Luglio tutta la spazzatura sarà tolta dalle strade”, aveva tuonato il ridente Silvionazionale durante la campagna elettorale, addossando la colpa della crisi campana – vecchia di quindici anni – alle Sinistre). Speriamo almeno che l’inceneritore di Acerra sia ultimato in tempi brevi. “Speriamo”, perché l’ultima gara per l’assegnazione dei lavori andò deserta a causa dei costi e del “rischio camorra”. I militari, adesso, dovrebbero assicurare l’adeguato livello di sicurezza che le società costruttrici da tempo chiedevano. Vedremo come andrà a finire.
Ma torniamo un momento ad Alitalia, cosa prevedeva il piano Air France/Klm? “Poco più di duemila esuberi, praticamente tutti accompagnabili fino alla pensione. [...] Quanto ai soldi: scambio azionario, un miliardo di ricapitalizzazione, mezzo miliardo per le obbligazioni, impegno per tre miliardi di investimenti dal 2009″, sottolinea il ministro-ombra dell’economia, Pierluigi Bersani, in una lettera al direttore, pubblicata oggi da Repubblica.
Il Silvionazionale, durante la campagna elettorale, promise una cordata di fatto inesistente, sostenne le tesi dei sindacati per cui duemila esuberi erano troppi e, di fatto, inficiò la trattativa, spingendo Air France ad abbandonare il tavolo di confronto. La situazione adesso si prospetta però come una grande presa in giro elettorale, un pasticciaccio all’italiana. Uno dei tanti forse, ma tra i più dolorosi per azionisti, piccoli risparmiatori e, soprattutto, dipendenti Alitalia.
EF
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Giugno 28, 2008
Poco fa ho inserito nel lettore cd il disco “Disconnected”, dei Fates Warning. Sulla copertina un uomo e una donna si baciano, o per lo meno tentano di farlo, coperti da due maschere antigas. Pericolo di guerre batteriologiche, terrorismo, scenario da guerra fredda. Ma anche rifiuti, batteri, epidemie. L’associazione di pensieri, ammetto, non è automatica ma uno scenario simile potrebbe essere plausibile se il nostro Paese non si sbriga a mettere un punto alla crisi Campana (ma anche laziale e siciliana).
Da oggi, su ordine del sottosegretario all’emergenz rifiuti Guido Bertolaso, l’esercito presidierà il cantiere del termovalorizzatore di Acerra, nella speranza che Camorra e intimidazioni varie non abbiano la meglio sulla prosecuzione dei lavori. Il sito è stato definito “di interesse strategico nazionale”, quindi ad accesso limitato e presidiato dai militari.
In un caos di rifiuti dove la raccolta differenziata non è mai stata fatta, il dubbio che nasce è: se un termovalorizzatore costruito a norma è capace di bruciare un certo tipo di spazzatura e non altra, e considerando che a Napoli e Caserta non sono mai state differenziate le tonnellate di monnezza non ancora smaltita, cosa finirà bruciato nel termovalorizzatore di Acerra? Risposta: non lo sapremo mai, adesso c’è l’esercito. Retorica? Forse, ma il dubbio è lecito. A questa riflessione premetto che chi scrive è fondamentalmente a favore di un’Italia capace di dotarsi di termovalorizzatori come avviene nel resto del mondo e dell’Europa, dove il ciclo dei rifiuti è completo. Il dubbio su cosa finirà in quelle ciminiere, però, resta.
A presidiare il cantiere ci saranno sessanta uomini della Brigata bersaglieri Garibaldi, appartenenti al II Comando in forza a San Giorgio a Cremano. Insieme a loro anche poliziotti, carabinieri e finanzieri. Secondo indiscrezioni, Bertolaso starebbe anche valutando tutte le possibilità per far ripartire in tempi brevi i lavori. Alcuni mesi fa, infatti, la gara andò deserta.
EF
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Giugno 27, 2008
Riferendosi alle intercettazioni telefoniche (tra il Silvionazionale e Saccà “sì presidente”) pubblicate da L’espresso, il guardasigilli Alfano oggi ha dichiarato: “Ciò che è accaduto testimonia la giusta scelta nel sottoporre al Parlamento un disegno di legge sulle intercettazioni”. Insomma, complimenti a L’Espresso, questo è davvero un autogol del giornalismo.
Pubblicare intercettazioni banali, riguardanti segnalazioni/raccomandazioni che in Italia non sorprendono più nessuno, e poi dare il fianco a critiche pro ddl sulle intercettazioni, è la cosa peggiore che si potesse fare. Il mondo del giornalismo ringrazia e applaude tanta ingenuità.
Se l’articolo che ho sotto gli occhi – quello pubblicato da L’Espresso – avesse svelato fatti di mafia, corruzione o reati finanziari in cui il presidente del Consiglio discuteva chissà quali informazioni “riservate”, allora il diritto di cronaca sarebbe stato giustamente onorato. Ma leggere di veline o attrici per cui il nostro Silvionazionale chiede un’audizione, che notizia può essere? Al massimo si ride sotto i baffi, nulla più. O meglio, qualcosa “in più” c’è: le parole di Alfano. Dopo questa gaffe giornalistica, la politica adesso andrà per la sua strada, tagliando le gambe al diritto di produrre un’informazione completa. Invece di dimostrarsi responsabile e oculato, infatti, il giornalista adesso appare come un onnivoro, capace di pubblicare anche le sciocchezze e che quindi va messo a tacere.
Addirittura Pionati, UdC, si è detto d’accordo su una legge sulle intercettazioni: “Una legge che regoli l’uso e punisca l’abuso delle intercettazioni diviene a questo punto drammaticamente urgente e necessaria”. Insomma, Silvionazionale ha le spalle coperte anche dal vecchio alleato Pierferdinando Casini&Company.
Alcuni obietteranno: e l’affare Bordon? Beh, se il governo fosse caduto a causa di Bordon e dell’affaire RAI, L’Espresso avrebbe avuto tutte le ragioni per pubblicare queste intercettazioni, ma così non è stato, ergo: le chiacchierate di Silvionazionale sono una non-notizia, pubblicate al solo fine di vendere copie.
Insomma, davanti a un Silvionazionale che ha telefonato a un Saccà stracolmo di “sì Presidente, si Presidente”, per “segnalare” due o tre attrici, quale guadagno concreto trae la democrazia nostrana (fatto salvo Alfano&Company) dalla pubblicazione dei loro discorsi e quale il diritto all’informazione? R.S.V.P.
EF
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Giugno 26, 2008
La Sesta Commissione del Csm ha approvato a maggioranza il parere sul decreto sicurezza, che ora passerà così al vaglio del plenum. Nel documento votato non sarebbero state introdotte modifiche sostanziali rispetto alla bozza già diffusa sugli organi di stampa, in cui si evidenzavano criticità costituzionali della norma ‘blocca-processi’. L’unico voto contrario al parere è venuto in Commissione dal consigliere laico del centrodestra Michele Saponara.
Nel testo licenziato dalla Commissione si sottolinea ancora, secondo quanto si è appreso, il “mancato rispetto del principio della ragionevole durata del processo”, previsto dall’articolo 111 della Costituzione, nella norma con la quale vengono bloccati i procedimenti per i reati meno gravi commessi al 30 giugno 2002 e compresi tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado. Le previsioni contenute nel decreto, inoltre, secondo la Commissione di Palazzo dei Marescialli, porrebbero “delicati problemi di compatibilità con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale”, enunciato nell’articolo 112 della Costituzione. E ancora: nel parere che verrà discusso in plenum, si rilevano “profili di irragionevolezza” sia in relazione allo “spartiacque temporale” coincidente con la commissione del reato al 30 giugno 2002 , sia riguardo alla scelta dei reati per cui va disposta la sospensione dei processi.
Fonte: AGI
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Giugno 26, 2008
Cosa resta del PD? Questa domanda torna spesso nel sottobosco delle cronache politiche nostrane. Da un lato i RED di D’Alema infastidiscono un Veltroni ormai chiacchierato e in balìa dei suoi stessi compagni di partito, dall’altro Parisi spinge per un cambiamento al vertice del PD. Un bel mix. Ufficialmente il partito non è diviso, non esistono correnti, correntine e correntone, ma alle rimostranze dell’ex ministro della Difesa si è adesso affiancato il sempiterno Massimo D’Alema con i suoi RED. Visto da fuori, ammettiamolo, è tutto molto divertente.
Se si usa la lente di ingrandimento, però, le cose cambiano leggermente e dal faceto si cade nel tragico. Tra correnti e fronde interne – più o meno palesate – e con un Di Pietro che ormai appare come l’unico capace di fare opposizione, il Partito Democratico rischia infatti di scomparire. A margine della trovata del ‘governo ombra’, ad esempio, qualcuno si ricorda più quale fosse il programma del PD? Cosa resta delle sue proposte?
A ben vedere, l’unico che davvero è uscito vincitore (Berlusconi a parte) dalle scorse elezioni è stato Di Pietro. Il giustizialista per eccellenza, vera spina nel fianco di Veltroni. L’IdV ha guadagnato più voti che non tutta la sinistra radicale messa insieme, mentre il contributo dato al Partito Democratico è stato marginale. Insomma, Di Pietro c’ha visto giusto mentre Veltroni non sapeva più a che santo votarsi e ha scelto il più grillino del Parlamento per restare a galla, questa è stata la realtà. Lo stato delle cose ormai sta inesorabilmente venendo a galla: Di Pietro si fa forte di un giustizialismo memore di tangentopoli e Veltroni vede vicina la crocifissione politica per mancanza di una solida base e di proposte che sappiano parlare alla gente. L’opposizione, insomma, latita.
All’orizzonte poi ci sono le elezioni europee del 2009 dove, se questo continuerà ad essere “l’andazzo” politico del PD, l’Italia dei Valori farà incetta di voti e il Partito Democratico crollerà drammaticamente sotto il 20%.
Se Di Pietro è discutibile per il suo senso di giustizia “a senso unico”, è pur vero che, in un Paese dove l’onesta è divenuta un concetto molto “elastico” (per usare la stessa definizione di un noto senatore di area centrosinistra), il giustizialismo (q.b.) è forse l’ultimo strumento utile per riportare la politica a una coerenza ormai perduta: la consapevolezza delle leggi. Non ad personam ma pro personam.
EF
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Giugno 26, 2008
Si chiama Salvatore Di Girolamo, 49 anni, l’ultimo imprenditore in odore di mafia, arrestato oggi dalla Squadra Mobile di Trapani. Più che come “business man”, dalle indagini Di Girolamo emerge come un faccendiere alle dirette dipendenze del clan di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande latitante di Cosa Nostra e probabile reggente dell’organizzazione dopo l’arresto di Bernardo Provenzano. Appalti, tangenti, ecomafie (2001), Di Girolamo si occupava un po’ di tutto. Gli inquirenti gli contestano le accuse di associazione mafiosa, corruzione aggravata e turbativa di asta pubblica (riguardante l’appalto dei lavori di costruzione del nuovo cimitero urbano di Marsala, gara del 13 settembre 2001). Il provvedimento è stato richiesto dai magistrati della Dda di Palermo, Roberto Scarpinato e Roberto Piscitello, negli sviluppi dell’inchiesta “Progetto Peronospora”, che tra il 2002 e il 2005 ha già portato a tre distinte operazioni antimafia, riguardanti le infiltrazioni di Cosa nostra nei settori produttivi e nelle istituzioni locali.
Da intercettazioni incrociate con le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, Salvatore Di Girolamo – affermano gli investigatori – si era accreditato come imprenditore del tutto affidabile per le famiglie mafiose della provincia di Trapani, a cui garantiva un pagamento in termini del 10% del valore dei lavori delle gare aggiudicate, in cambio dell’appoggio delle cosche. “Il quadro probatorio delineato nei confronti del Di Girolamo – evidenziano alla Squadra Mobile – si è potuto avvalere, soprattutto, delle informazioni rese da un imprenditore edile, grazie al positivo clima di collaborazione con una parte del mondo imprenditoriale locale, auspicato anche dai vertici regionali di Confindustria” (AGI).
I colletti bianchi si confermano quindi come la nuova versione “amministrativa” della mafia. Imprenditoriale e infrastatale.
EF
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Giugno 25, 2008

Bravo Mr.B., menomale che almeno c’è lui. In questa Italia disastrata e dilaniata dalle mafie, dalle ecomafie, dall’abusivismo e dai rifiuti, il nostro eccelso Mr.B. ci riporta ai fatti di casa sua ricordando, durante l’assemblea odierna di Confesercenti, quanti pubblici ministeri e giudici “si sono occupati del politico Mr.B.: al 2006 sono 789, con il fine di sovvertire il voto degli italiani”. “Non possiamo accettare che un Ordine dello stato – ha continuato Mr.B. – pretenda di calpestare questo diritto (di voto, ndr), cambiando chi è al governo, con accuse folli e infondate”. Folli e infondate, sottolineamolo. Ci sarebbe poi, sempre a detta del nostro Mr.B., una sorta di giustizialismo che lo perseguita, mentre l’opposizione è incapace di capire “il rischio che corre il Paese, una democrazia in libertà vigilata (sic!), tenuta sotto il tacco da certi giudici politicizzati [...] metastasi della nostra democrazia (così li aveva definiti poco prima)”. Una vera opposizione, secondo Mr.B. dovrebbe invece saper leggere la situazione attuale e unirsi alle proposte della maggioranza, lasciando da parte il giustizialismo per il quale, inevitabilmente, il dialogo con l’esecutivo si sarebbe ormai rotto. La platea fischia e il presidente della Confesercenti tenta di placare “il pubblico”. Povero Mr.B., perseguitato dai magistrati, dai giudici e ora anche dai fischi e dai coretti goliardici di altrettanti ideologizzati. Tutti ideologizzati o giustizialisti. O con me o con Mammona, insomma.
Un’unica riflessione: se davvero i processi di Mr.B. sono “folli e infondati”, allora perché non abbandonarsi ad una vittoria in aula tanto scontata quanto eclatante! Una sorta di disfatta della giustizia “di parte”, sbaragliata dall’onestà dell’imputato: Mr.B. si facesse processare, con televisioni e giornalisti al seguito, per poi alzarsi ed esclamare trionfalmente : “avete visto? Ve l’avevo detto!”. Accuse “folli e infondate” non reggerebbero infatti la prova concreta dei fatti, di questo Mr.B. dovrebbe esserne sicuro, lui che per 789 volte è stato quantomeno interpellato da un giudice o da un pubblico ministero. Follia? Infondatezza? Benissimo, caro Mr.B., non mi fa piacere sapere che ogni sabato mattina lo trascorre nell’analisi delle carte processuali ma, se ogni accusa – lo ripeto – è folle e infondata, porti in aula le sue ragioni, senza creare leggi ad personam e non abbia alcun timore! Semplice, chiaro, cristallino, democratico. Non certo giustizialista. Azzarderei: logico.
EF
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Giugno 24, 2008

Eccovi la lista dei reati sospesi dalla nuova legge “blocca-processi” votata oggi dal Senato della Repubblica. State tranquilli però, adesso ci sarà l’esercito nelle strade per la sicurezza e la privacy non sarà lesa perché non si potrà più intercettare quasi nessuno, criminali compresi. Possiamo dire di essere davvero il Paese della SICUREZZA DELLA PENA.
Iniziamo…
A
– aborto clandestino.
- abuso d’ufficio.
- adulterazione di sostanze alimentari.
- associazione per delinquere.
B
– bancarotta fraudolenta.
C
– calunnia.
- circonvenzione di incapace.
- corruzione.
- corruzione giudiziaria – è quella per cui Mr.B. ha fatto questo decreto.
D
– detenzione di documenti falsi per l’espatrio.
- detenzione di materiale pedo-pornografico.
E
– estorsione.
F
– falsificazione di documenti pubblici.
- frodi fiscali.
- furto con strappo.
- furto in appartamento.
I
– immigrazione clandestina (“pensate, dopo tutte le menate che fanno con la storia dell’immigrazione clandestina, adesso sospendono i processi” – Marco Travaglio).
– incendio e incendio boschivo.
- intercettazioni illecite.
M
– maltrattamenti in famiglia.
- molestie.
O
- omicidio colposo per colpa medica.
- omicidio colposo per norme sulla circolazione stradale vietata.
P
– peculato.
- porto e detenzione di armi anche clandestine.
R
– rapina.
- reati informatici.
- ricettazione.
- rivelazioni di segreti d’ufficio.
S
– sequestro di persona.
- sfruttamento della prostituzione.
- somministrazione di reati pericolosi.
- stupro e violenza sessuale.
T
– traffico di rifiuti.
- truffa alla Comunità Europea.
U
– usura.
V
– vendita di prodotti con marchi contraffatti.
- violenza privata.
Tutti questi, dal momento che sono puniti con pene inferiori ai dieci anni, vengono sospesi.
E’ di oggi anche la notizia secondo cui la Commissione Internazionale dei Giuristi (International Commission of Jurists, l’Icj) ha espresso la sua “preoccupazione” per quelli che considera attacchi del governo Berlusconi all’indipendenza del sistema giudiziario. Il cosiddetto emendamento ‘blocca processi’, inserito nel decreto governativo sulla sicurezza, secondo l’Icj sarebbe contrario proprio alla divisione dei poteri. “La Commissione è preoccupata perché questa misura, apparentemente adottata con obiettivi politici, è contraria ai Principi base delle Nazioni Unite sull’indipendenza del potere giudiziario, che proibisce qualunque interferenza inappropriata e senza garanzie nel processo giudiziario”. Davanti a un’Italia addormentata, che giustifica e spesso difende la furbizia (non raramente con toni ammirati) del premier Sivlio Berlusconi, almeno dall’Europa giungono voci contrarie, le stesse che per ora mancano in Parlamento, nelle piazze, nella coscienza civile nostrana, ormai fin troppo latitante.
EF
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Giugno 24, 2008
La Sala Stampa della Santa Sede depreca ”l’amplissima divulgazione giornalistica di informazioni riservate, non sottoposte a verifica alcuna, provenienti da una testimonianza di valore estremamente dubbio”. Il commento riguarda in particolare la divulgazione di ”accuse infamanti senza fondamento nei confronti di mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi”. E più in generale le notizie di ieri sulla ”tragica vicenda della scomparsa della giovane Emanuela Orlandi, tornata di attualita’ nel mondo della informazione italiana”. ”Colpisce – afferma la nota – il modo in cui ciò avviene. Si ravviva così il profondissimo dolore della famiglia Orlandi, senza dimostrare rispetto e umanità nei confronti di persone che già tanto hanno sofferto”. ”Non si vuole in alcun modo interferire con i compiti della magistratura nella sua doverosa verifica rigorosa di fatti e responsabilità. Ma – precisa la nota – allo stesso tempo non si può non esprimere un vivo rammarico e biasimo per modi di informazione più debitori al sensazionalismo che alle esigenze della serietà e dell’etica professionale’
Fonte: AGI
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Emanuela Orlandi, Marcinkus, Vaticano | Messo il tag: Emanuela Orlandi, Marcinkus, Vaticano |
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Giugno 24, 2008
Leggi, leggine, militari nelle città, processi bloccati, appelli al papa perché modifchi la teologia: confessiamolo, a noi Mr.B. piace. Prodi, a paragone con il redivivo Mr.B., cos’era? Insomma, il confronto è impietoso. Il nostro Mr.B. attacca i magistrati, soffoca i reati minori – quelli che, per intenderci, sono più “a pelle”, danno fastidio alla gente comune – e poi chiude ogni possibilità di intercettare chi compie reati fiscali da miliardi. Come dire: rubi una mela, vai in galera, truffi per miliardi, ti facciamo anche i complimenti e chissà che non ti troviamo anche un bel posto in qualche Ente inutile italiano. E bravo Mr.B., che con una mano dà e con l’altra toglie: il decreto sicurezza, approvato oggi al Senato con 166 voti a favore, 123 contrari ed 1 astenuto, prevede infatti militari in città ma processi penali per pene inferiori a dieci anni (che siano in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado) sospesi per un anno. Praticamente la stragrande maggioranza dei reati che i militari vorrebbero colpire. Sono però esclusi dal rinvio i processi in cui gli imputati sono detenuti (non è il caso di Mr.B.), quelli per terrorismo, contro minori, quelli riguardanti la criminalità organizzata e tutti quelli commessi in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, le cosiddette morti bianche. Bravo Mr.B.
Se sulle truffe finanziarie non è prevista alcun giro di vite, si amplia invece il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena: atti osceni, violenza sessuale (singola e di gruppo), furto, e tutti i delitti commessi in clandestinità (le pene sono anzi aggravate di un terzo) nonché la produzione, la detenzione e il traffico di sostanze stupefacenti. La nuova aggravante di clandestinita’ viene inoltre applicata sia agli immigrati extracomunitari che ai cittadini di Stati membri dell’Unione europea, irregolarmente entrati in Italia. Per gli incensurati, inoltre, non scatteranno automaticamente le attenuanti, attribuite adesso a discrezione del magistrato. Diviene poi un obbligo e non piu’ la facoltà per il pm, la richiesta del rito direttissimo o del giudizio immediato per tutti quei reati che prevedono riti speciali. Mr.B. e il suo amico David M., nel frattempo, sono salvi e numerosi processi sospesi: l’ANM parla di centomila.
Poco sopra parlavo di militari. Saranno circa tremila gli uomini delle Forze Armate che, secondo il decreto approvato oggi, per un periodo di massimo sei mesi e rinnovabile una sola volta, saranno a disposizione dei prefetti delle aree metropolitane o delle zone densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili. Non si potenziano gli apparati di polizia e carabinieri, non si informatizza il sistema burocratico delle Forze dell’Ordine, non si fanno uscire i dipendenti dagli uffici ma si inviano i militari nelle città. Chi uccide un agente in servizio, inoltre, verrà direttamente condannato all’ergastolo.
Attenzione poi ad affittare una casa ad un calndestino. Per il semplice aver dato alloggio ad un immigrato senza permesso di soggiorno, si rischia il carcere da sei mesi a tre anni e la confisca dell’immobile da cui si trarrebbe un “ingiusto profitto”.
Finalmente si inaspriscono le pene per chi non si ferma a prestare soccorso dopo un incidente o guida in stato di ebbrezza: il decreto prevede il carcere da tre a dieci anni e confisca definitiva del veicolo, nonche’ ritiro della patente a chi guida sotto l’effetto di alcool o droghe e causa incidenti mortali o con feriti gravi.
Novità anche sul versante del 416-bis: aumentano di due anni le pene per l’associazione mafiosa, e l’articolo è esteso anche alle mafie straniere. Sono inoltre previsti la confisca dei patrimoni mafiosi in via definitiva e i mafiosi gia’ condannati non potranno piu’ avvalersi del gratuito patrocinio. Su questo provvedimento resta però il dubbio sollevato dal settimanale Left: la confisca dei beni è ancora vincolata ai provvedimenti personali nei confronti del mafioso oppure può viaggiare su un binario separato?
Tra luci e ombre, insomma, Mr.B. ha operato la stretta sul versante sicurezza e in mezzo ha infilato anche le sue beghe giudiziarie che, con la sicurezza, francamente hanno poco a che fare. Speriamo rinunci alla sospensione (il decreto prevede questa possibilità) ma se non lo farà, arriverà sicuramente in soccorso il lodo-Schifani, riveduto e corretto dal ministrombra Ghedini e controfirmato dall’autorevolissimo guardasigilli Alfano.
EF
PARTICOLARI:
Dichiarazione del senatore Felice Belisario (IdV) al termine della votazione in Senato: “In questa legislatura – dice – assistiamo e assisteremo ancora ad attacchi violentissimi nei confronti della magistratura: si sta realizzando il disegno piduista, cioè la magistratura asservita al potere esecutivo” (AGI)
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416-bis, Berlusconi, Ghedini, PD, Silvio, clandestini, decreto sicurezza, lodo Schifani, mafia, militari in città, opposizione, salva-processi, sicurezza | Messo il tag: 416-bis, Berlusconi, clandestini, decreto sicurezza, Ghedini, lodo Schifani, mafia, militari in città, opposizione, PD, salva-processi, sicurezza, Silvio |
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Giugno 24, 2008
In Campania i termovalorizzatori sono quattro, ma non è tutto oro quello che luccica: il primo, ad Acerra, è in fase di costruzione, il secondo e il terzo sono “in fase di avviamento”, rispettivamente a Santa Maria La Fossa e a Salerno; il quarto dovrebbe sorgere ad Agnano, nella zona Ovest di Napoli. A darne la notizia, ieri, il sindaco della città partenopea Rosarusso Iervolino: “Napoli Nord ha la discarica di Chiaiano, Napoli Est ha avuto la centrale di Vigliena e Napoli Ovest avrà questo ’servizio’”. La Iervolino che ha tracciato la mappa di una Napoli sventrata dai rifiuti, dalle cave e da ’servizi’ poco graditi dai cittadini: il termovalorizzatore.
Si scatenano anche le municipalità. La X in particolare, dove dovrà sorgere il termovalorizzatore, con il suo presidente, Giuseppe Balzamo (PD): “L’area è sottoposta a quattro vincoli: urbanistico, perché è considerata zona paesaggistica, della Sopraintendenza ai Beni Culturali, dei parchi e in più si trova a poca distanza dall’Oasi degli Astroni”. Spazzatura ovunque, insomma, ma nessuno vuole né discariche né i termovalorizzatori. Colpa dei vari pecorariscani e beppegrilli. Aizzano la popolazione per restare sull’onda dell’antipolitica e far soldi o raccogliere voti, senza raccontare che a Vienna e a Tokyo (e non solo), ad esempio, un termovalorizzatore ce l’hanno in città, accanto alle case, con annessa piscina (a Tokyo). Questione di serietà istituzionale e informativa.
I rifiuti sono un business e il maggior numero di persone deve guadagnarci, questa la situazione nel nostro Paese, dove la gestione della spazzatura fattura quanto le telecomunicazioni, le società di smaltimento invece di diminuire aumentano e la spazzatura è sempre lì, anzi, aumenta anche quella.
Se in Italia ci sono 3.500 aziende che si occupano di ‘monnezza’, in Francia le prime quattro coprono l’80% del mercato. Le prime due, poi, sono multinazionali: Suez e Veolia. Negli USA i giganti del rifiuto sono tre ma tra poco si ridurranno ulteriormente, perchè Wai e Republic stanno dando vita a una fusione da oltre 6 miliardi di dollari. In Italia, senza contare le municipalizzate, siamo a 3.500, giova ricordarlo.
Ma non è tutto: mentre nel nostro Paese parliamo di discariche da creare, scovare e scavare, il resto del mondo cerca di farle sparire sfruttando le cosìdette ‘filiere’: dell’acciaio, del vetro, della palstica, dell’alluminio, del legno. Il riciclo permette, infatti, di risparmiare gran parte dell’energia che servirebbe alla produzione ‘ex-novo’ dei manufatti. Esiste poi una filiera anche per le sostanze tossiche. La Ste, una società di Padova, aveva infatti acquisito, alcuni anni fa, un brevetto americano per trasformare sostanze tossiche in vetro, fibre per uso industriale e gas per combustione. Ha realizzato impianti in Giappone, negli Stati Uniti e in Giappone: in Italia la burocrazia ha bloccato ogni possibile progetto.
La Repubblica di ieri, inoltre, pubblicava un’interivsta a un dirigente dell’Enea, Ermanno Barni, con cui è utile chiudere questa breve riflessione: “All’estero il ciclo dei rifiuti è ovunque completo. Diciamo che fatto 100 il contenuto di un cassonetto, un 50% è materiale recuperabile e riusabile. vetro, legno, carta, etc. L’altro 50% va messo in un termovalorizzatore, ossia un inceneritore di nuova generazione, brucia e si trasforma in energia e calore. Il residuo è il 10% della quantità di partenza. E quel 10% può ancora essere dimezzato: se ne fanno degli inerti che funzionano bene per fare il fondo delle strade: all’estero si fa, in Italian non si può, bisogna usare rocce e sabbia di cava (con tutti il business criminale che gira attorno alla gestione delle cave in Italia, ndr EF’s Blog). Alla fine – conclude Barni – resta appena un 5% di materia completamente inerte e quella va portata in discarica. [...] In Italia portiamo in discarica il 54% dei rifiuti di partenza”.
Le amministrazioni e i vari grilli e grillini riflettano.
EF
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Giugno 23, 2008

Emanuela Orlandi sarebbe stata prelevata da Renatino De Pedis su ordine di monsignor Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior (Istituto per le Opere Religiose). Tenuta prigioniera in una casa del centro infine uccisa e il suo corpo, chiuso dentro un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica.
Questa la ricostruzione fatta da Sabrina Minardi ex moglie del calciatore Bruno Giordano e amante del boss della Magliana Enrico De Pedis, detto ‘Renatino’ e che, quindici giorni fa, è stata sentita dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai pm Andrea De Gasperis e Simona Maisto, titolari dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza, avvenuta 25 anni fa a Roma.
La testimone, pur ammettendo di aver fatto uso a lungo di droga e psicofarmaci, rivela circostanze da sottoporre ad accertamenti.
“Renato mi portò a pranzo in un ristorante a Torvaianica, da ‘Pippo l’Abruzzesè – racconta – aveva un appuntamento con questo Sergio che portò quel bambino: Nicitra; il nome non me lo ricordo. Portò, dice lui, il corpo di Emanuela Orlandi. Io non lo so che c’era dentro i sacchi perché rimasi in macchina. Dice che, però, era meglio sterminare tutto, lui la pensava così. Sterminare tutto così non ce stanno più prove, non ci sta più niente. Lui mi disse che dentro a quella betoniera ci buttò quei due corpi”.
La supertestimone, quindi, parla anche di un secondo corpo che, a suo dire, sarebbe quello di Domenico Nicitra. Il bambino di 11 anni era figlio di Salvatore, imputato al processo per i delitti commessi dalla banda della Magliana. Scomparve il 21 giugno 1993 assieme allo zio Francesco, fratello del padre.
Ma le date non tornano. La Orlandi scomparve il 22 giugno dell’83. Di Domenico Nicitra, invece, si persero le tracce il 21 giugno 1993. E De Pedis allora era già morto: venne ammazzato il 2 febbraio del ‘90.
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Circostanze che hanno portato la famiglia della Orlandi a prendere le distanze da queste dichiarazioni: “Non riteniamo attendibile quanto affermato dalla testimone ascoltata nei giorni scorsi dai magistrati della Procura di Roma” hanno fatto sapere tramite i loro legali. La sorella di Emanuela chiede le prove: “Senza quelle – spiega Natalina Orlandi – non credo alla presunta testimone. Emanuela non è andata via spontaneamente, siamo sicuri di questo e quindi qualcuno è davvero a conoscenza di ciò che è accaduto. Mi chiedo se non sia arrivato, e già da tempo, il momento che questo qualcuno venga fuori e si liberi la coscienza”.
Stando al racconto della testimone, poi, Emanuela prima di essere uccisa sarebbe stata tenuta prigioniera in un appartamento nei pressi della circonvallazione Gianicolense. La teste avrebbe partecipato a numerosi spostamenti della ragazza prelevandola dalla sua prigione. In un caso, l’avrebbe anche accompagnata ad un incontro con un uomo, indicato come “un sacerdote”.
Accadde sei, sette mesi prima del presunto omicidio della figlia del commesso della Casa Pontificia. “Arrivai al bar del Gianicolo in macchina”, dice la super testimone ai giudici. “Renatino mi aveva detto che avrei incontrato una ragazza che dovevo accompagnare al benzinaio del Vaticano. Arriva ’sta ragazzina: era confusa, non stava bene, piangeva e rideva insieme. All’appuntamento c’era uno che sembrava un sacerdote: scese da una Mercedes targata Città del Vaticano e prese la ragazza. A casa domandai: A Renà, ma quella non era… Se l’hai conosciuta, mi rispose, è meglio che te la scordi. Fatti gli affari tuoi”.
Non è la prima volta che il nome di Emanuela Orlandi viene collegato alla banda della Magliana. Una telefonata anonima giunta negli anni scorsi durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” rivelò che i resti della ragazza erano nella basilica di Sant’Apollinare a Roma: “Se volete saperne di più su Emanuela Orlandi, guardate nella tomba di De Pedis”, tumulato nella chiesa, nonostante i suoi trascorsi, per le offerte che aveva fatto alla parrocchia. E un pentito della banda, un anno fa, disse ai magistrati della Procura di Roma che in carcere, all’epoca della scomparsa della quindicenne, girava insistente la voce che la pista dei “lupi grigi” collegata all’attentatore di Giovanni Paolo II Alì Agcà, non c’entrava niente nel rapimento. “Se diceva – disse Antonio Mancini – che la ragazza era robba nostra, l’aveva presa uno dei nostri”.
Oggi, intanto, ci sarà il vertice tra la Procura e la Squadra Mobile per fare il punto sulle indagini alla luce delle ultime rivelazioni.
Fonte: Repubblica Roma
AGGIORNAMENTO:
Le Forze dell’Ordine, in serata, hanno perquisito la sede dell’AGI – la prima a dare la notizia dei nuovi particolari sul caso Orlandi – alla ricerca delle copie dei testi degli interrogatori. Evviva la libertà di stampa in Italia.
Gli articoli dell’AGI: Clicca qui
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Giugno 22, 2008

Le polemiche sul giudizio di incostituzionalità dato dal Csm sul decreto sicurezza, sarebbero immotivate o per lo meno campate in aria. Lo ha fatto sapere oggi il senatore Nicola Mancino al termine del colloquio con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Solo domani, infatti, la sesta Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduta da Mario Volpi, prenderà in considerazione le osservazioni messe appunto dai due correlatori designati dalla Commissione, i consiglieri Pepino e Roia. Il resto, dunque, sono opinioni.
Silvio Berlusconi, nel frattempo, continua a dire che, contro i magistrati, “la gente è con me”, e non ha tutti i torti. Lo seguono in molti, una composta fila indiana di persone che paradossalmente sostengono l’incostituzionalità dei magistrati. Alcuni giorni fa mi è capitato di ascoltare una trasmissione radiofonica – “La Zanzara”-, andata in onda su Radio24. Un ascoltatore ha pronunciato un convinto intervento a difesa del presidente del Consiglio, sostenendo che Berlusconi era stato eletto dal popolo, i giudici no, loro “sono stati messi lì da un concorso e non li ha votati nessuno”. Ergo, bisogna ignorare i magistrati e tutto il potere giudiziario e dar retta solo a chi è stato scelto dai cittadini. Ma torniamo indietro alla campagna elettorale. Ricordate quali furono i cavalli di battaglia che travolsero un Veltroni sognatore ma incapace di proporre soluzioni concrete agli italiani? Una cordata Alitalia mai palesata, un’emergenza sicurezza gonfiata e una crisi rifiuti che, a tutt’oggi, non accenna a migliorare. Prendendo una per una tutte queste motivazioni, potremmo quindi sostenere che neanche il voto popolare è del tutto legittimo.
Alitalia vivacchia, “forte” di un prestito da 300milioni di euro su cui l’Europa ha avanzato numerosi dubbi (vedrete se tra qualche tempo non verrà fatta, a spese nostre, la medesima operazione a favore delle Ferrovie dello Stato che hanno denunciato, a rigor di cronaca, un buco analogo al prestito Alitalia), eppure nessuna cordata si è ancora vista in giro. Voci, ipotesi, nulla più. Durante la campagna elettorale, però, i sindacati si erano presentati con arroganza davanti ad Air France, convinti che i dirigenti parigini avrebbero tremato per l’opzione “Mr.B. e i suoi compagni”. Nulla di tutto questo. Un flop. Un buco nell’acqua. Un bluff. Nessuna cordata. L’italianità della compagnia nazionale è ancora sul lastrico. Il problema, comunque, si ripresenterà.
Curiosa e tutta berlusconiana anche l’emergenza sicurezza. Berlusconiana perché sembra fatta apposta per un servizio serale di Studio Aperto o del più educativo Lucignolo: pattuglioni misti agenti-militari, dove i secondi dovranno combattere la microcriminalità e i primi convalidare gli eventuali arresti. Tutto molto di scena ma ben poco concreto. Insomma, ve lo immaginate un fante armato di un pesantissimo fucile da guerra, elmetto e tutto il resto dell’equipaggiamento, inseguire uno scippatore? Ma ancora migliore è la valutazione oggettiva dei dati: su un contingente di oltre 350mila agenti (355.126, per la precisione, tra Carabinieri, Polizia, forze municipali), schierare tremila militari significa contribuire per meno dell’1% all’efficienza delle forze dell’ordine. Una goccia nell’oceano. Se poi, come fa notare un’inchiesta de l’Espresso, a Roma sono stati sospesi gli straordinari per la polizia municipale durante le ore notturne, allora si comprende bene che i fantomatici pattuglioni potranno al massimo rimpiazzare i suddetti agenti o poco più.
Tralascio, per non cadere nel baratro sentimentale, la questione delle intercettazioni (che riguarda in realtà anche i verbali di interrogatorio e le ordinanze di custodia cautelare), con cui la democratura berlusconiana sta per mettere il silenziatore a inchieste, giornalisti (oltre al carcere è prevista la sospensione dall’Ordine anche prima della condanna) e magistrati. Sempre nel pacchetto sicurezza si dovrebbe poi inserire la norma salva-premier, che andrebbe a sospendere per un anno tutti i processi in corso fino al giugno 2002. Una follia: per salvarne uno se ne mandano allo sbaraglio 100mila. La vicenda Mills è ormai a tutti nota e non mi soffermerò qui a descriverla. Mi piace solo riprendere quanto ha dichiarato Umberto Bossi, e cioè che il nostro “Mr.B.” ha troppa paura “di finire in galera”.
In un’Italia in cui la volontà di censura viene fatta passare per tutela della privacy, infine, l’opposizione si frammenta e – salvando Di Pietro – il Partito Democratico va allo sbaraglio (basta vedere le ultime dichiarazioni di Parisi, quasi un Berlusconibis).
Il caso italiano è insomma curioso: ultimamente chi non ha la maggioranza sceglie il suicidio politico, salvo accorgersi troppo tardi di aver solo elemosinato un po’ di attenzione dall’esecutivo e aver abbandonato il Paese a una feroce democratura.
EF
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Giugno 19, 2008

“Siamo riusciti ad evitare le scarcerazioni per scadenza dei termini, tutti gli ergastoli e l’impianto accusatorio sono stati confermati”. Queste le parole con cui il pg Francesco Iacone ha commentato oggi la sentenza del processo Spartacus, letta nella sorvegliatissima aula bunker di Poggio Reale, che ha ribadito i giudizi di primo grado per Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, Francesco Bidognetti e per i latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine: carcere a vita. Sette gli ergastoli per ben dieci omicidi, a Francesco Schiavone, tre a Francesco Bidognetti per altri sei omicidi, due ad Antonio Iovine e uno a Michele Zagaria. Alcune le differenze rispetto alla sentenza del 2005: carcere a vita anche per Gisueppe Diana (anch’egli latitante), mentre Giuseppe Russo ha visto ridotto l’ergastolo a 30 di reclusione.
Ad ascoltare la sentenza contro la camorra casertana che per anni ha gestito imprese edili nel Nord Italia, investito nel ground zero di Manhattan e negli ecoreati, anche lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, minacciato insieme alla collega del Mattino, Rosaria Capacchione e al giudice Cantone, da una lettera dei latitanti Iovine e Zagaria, letta durante un’udienza del processo Spartacus. In quella stessa occasione i due boss si appellarono, per bocca del loro difensore, alla legge Cirami. “E’ solo l’inizio di una battaglia – ha sottolineato Saviano – ma ora guai a fermarci”. A questa sentenza, non è un’esagerazione, probabilmente hanno contribuito anche le pagine del suo libro-denuncia, “Gomorra”, così come l’omonimo film in questi giorni nelle sale. Il clamore sollevato dai suoi articoli e da quelli di altri bravi giornalisti, come Rosaria Capacchione, non ha lasciato soli i giudici. “Il mio pensiero – ha continuato Saviano – ora va solo ai caduti e alle stragi di questi anni per mano dei Casalesi”, l’ultimo alcuni giorni fa: Michele Orsi.
Lungo l’elenco delle altre condanne: 14 vanno da due a 30 anni di reclusione e riguardano Pasquale Apicella (30 anni in primo e secondo grado), Antonio Basco (26 anni in primo grado, 21 in secondo), Luigi Diana (16 anni), Dario De Simone (15 anni, collaboratore di giustizia), Nicola Pezzella (15 anni, 25 in primo grado), Franco Di Bona (14 anni, anche lui pentito), Carmine Schiavone (cugino di ‘Sandokan’ e pentito, 10 anni e sei mesi), Guido Mercurio (9 anni), Corrado De Luca (9 anni, 30 in primo grado, latitante), Alberto Di Tella (4 anni, collaboratore di giustizia), Giuseppe Quadrano (4 anni, anche lui pentito), Vincenzo Della Corte (3 anni e 3 mesi, in primo grado 3 anni e sei mesi), Vincenzo Schiavone (2 anni, 4 anni in primo grado; concesso anche il beneficio della sospensione condisionale della pena).
L’inchiesta da cui è scaturito il processo Spartacus prese le mosse nel lontanissimo 1993, su inziativa della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ed andò avanti fino al 1998. Le indagini ruppero il silenzio che circondava una realtà come quella camorristica, per troppi anni ignorata e lasciata vivere come se niente fosse. Erano gli anni delle grandi inchieste, di una politica che tremava e che certo aveva altro a cui pensare che non la mafia: salvare se stessa. L’indagine fece luce su 18 omicidi eccellenti, tra cui quello del boss Antonio Bardellino e sulla nascita del variegato clan dei Casalesi, retto dalle famiglie Bidognetti, Schiavone e Zagaria, nell’agro-aversano. Impressionanti i numeri: più di mille imputati per diversi tronconi di inchieste, suddivise tra le procure di Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Seicentotrenta udienze, oltre 600 testimoni e 77 capi di imputazione. Dopo 11 giorni di camera di consiglio, la sentenza di primo grado venne letta il 15 settembre 2005, dalla corte presieduta da Raffaele Magi: dei 95 imputati, 21 furono condannati all’ergastolo per omicidio, altrettanti furono assolti e dieci morirono durante l’iter dibattimentale. La sola sentenza, depositata nel giugno 2006, occupa 3.200 pagine.
Il processo di secondo grado, quello concluso oggi, è iniziato tre anni fa e ha giudicato 16 omicidi commessi tra il gennaio 1988 e l’ottobre 1991. Tra gli imputati c’erano 36 persone appartenenti al clan dei Casalesi, cinque di loro sono latitanti eccellenti: Mario Caterino, Corrado De Luca, Raffaele Diana, Antonio Iovine, Michele Zagaria, tra i trenta latitanti più pericolosi d’Italia. Altri cinque imputati, invece, hanno concordato la pena con l’accusa.
Come dice Saviano però, questa è solo una battaglia e con la Camorra, per quanto ferita, non bisogna mai abbassare la guardia.
EF
Per approfondimenti: Il testo “Questa corte condanna – Spartacus, il processo al clan dei Casalesi”, ed. Ancora del Mediterraneo, 392 pp, 15 euro.
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Casale di Principe, Caserta, Gomorra, Spartacus, camorra, casalesi, edilizia, mafia, processo Spartacus, rifiuti, roberto saviano | Messo il tag: camorra, Cantone, Casale di Principe, casalesi, Caserta, edilizia, giudice Cantone, Gomorra, mafia, processo Spartacus, rifiuti, roberto saviano, Rosaria Capacchione, saviano, Spartacus, Uncategorized |
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Giugno 18, 2008
Si e’ conclusa con l’incriminazione di quattro persone l’indagine sull’uccisione di Anna Politkovskaja, la giornalista critica del Cremlino assassinata il 7 ottobre del 2007. Nessuna delle persone che finiranno sotto processo e’ pero’ accusata di aver compiuto materialmente l’omicidio o di averlo commissionato. Tre incriminati, ha fatto sapere la Commissione di indagine, sono Sergei Khadzhikurbanov, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, mentre una quarta persona, il funzionario dei servizi segreti Pavel Ryaguzov, e’ accusata di abuso di potere ed estorsione. Il presunto killer, Rustam Makhmudov, resta latitante. Il direttore della Novaya Gazeta, il giornale per il quale lavorava la Politkovskaya, ha detto che l’inchiesta non si puo’ affatto considerare conclusa dato che sia il mandante che l’esecutore materiale non sono stati assicurati alla giustizia.
Fonte: AGI
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Anna Politkovaskaja, FSB, Medvedev, Novaja Gazeta, Putin, Russia | Messo il tag: Anna Politkovaskaja, FSB, Medvedev, Novaja Gazeta, Putin, Russia |
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Giugno 17, 2008
I cadaveri galleggianti e incagliati nelle reti, gonfi e riversi a pancia in su, li avranno ripescati quasi come si fa con i tonni. Erano uomini e sono annegati a largo della costa meridionale della Sicilia. Le loro sagome si intuivano appena, disperse tra le onde, scontornate dai morsi dei pesci. In Italia li chiamiamo clandestini. Partono dalla Libia con il miraggio del sogno europeo e nella migliore delle ipotesi finiscono in un centro di permanenza temporanea (CpT) sovraffollato, sporco, molto simile ai bagni penali di fine Settecento, oppure in mano alle organizzazioni criminali nostrane.
Sono uomini ma non per la burocrazia, non per le mafie internazionali, non per il mare, che ne inghiotte a centinaia. Un enorme, gigantesca, tomba silenziosa chiamata Mediterraneo.
Dell’ultima traversata finita in tragedia, una delle tante per cui il nostro mare è ancora il centro del mondo, si è avuta notizia solo ieri ma sarebbe partita dalle coste libiche almeno dieci giorni fa. Il bilancio racconta una strage: 40 persone annegate e oltre 100 dispersi, che in mare equivale molto probabilmente a “morti”.
Nonostante una denuncia fatta ne giorni scorsi dal quotidiano Il Manifesto, fino a oggi nessuno aveva fatto parola dei barconi partiti dalle coste libiche e di cui non si era avuta più notizia. Imbarcazioni diverse, medesimo naufragio. Nove giorni fa, infatti, la nave della Marina Militare “Sirio”, aveva ripescato 13 cadaveri che galleggiavano tra le onde, di cui tre in avanzato stato di decomposizione e quindi vittime di un naufragio anteriore, probabilmente lo stesso denunciato dalla Marina libica che aveva recuperato poco prima altre vittime del mare, tutti egiziani, e aveva allertato Il Cairo. Da quel naufragio sarebbero sopravvissuti in tre su circa 150 persone. Tutti affogati, tutti a vario titolo “dispersi”. Un viaggio della morte costato a ogni migrante circa duemila euro, pagate al mafioso locale.
Nessuna notizia, inoltre, dei sei dispersi che erano sul barcone spezzatosi due giorni fa contro le gabbie per i tonni, 56 miglia a sud di Malta. Un peschereccio italiano, il “Gambero”, ha salvato dalle acque 28 somali intirizziti dal freddo e stremati, tutti avvinghiati come alghe alle gabbie da pesca. La stessa scena si è ripetuta ieri, sempre in acque maltesi: un peschereccio ha trascinato una gabbia dove stavano aggrappati 26 migranti.
EF
Pubblicato sul periodico on line PERISCOPIO
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Giugno 10, 2008

Io sto con Rosaria Capacchione. Soprattutto dopo aver letto il reportage dal titolo “Camorra a occhio nudo”, pubblicato oggi da Il Foglio, a firma di Daniele Raineri. Senza troppi giri di parole, scrivo subito un’impressione: che il giornalista sia stato fermo ad osservare, riconoscendo la camorra “in absentia”, in ciò che a suo giudizio non si vede e sorprendendosi perché nessuno gli si sia presentato con un sonoro “piacere, appoggio i camorristi”. Secondo Raineri, tutto sa di camorra: l’architettura dei palazzi, i citofoni senza nome, i portoni di ferro senza fessure, le finestre murate. Quella è camorra. Non certo i fatti – che (anche) lui smentisce – riportati in un articolo del 3 giugno scorso, dalla giornalista de Il Mattino di Napoli, Rosaria Capacchione, sotto scorta per le minacce ricevute dai boss durante un’udienza del processo Spartacus. I caroselli di automobili descritti dalla giornalista, quelli no, non sono mai esistiti. Falsi perché nessuno li ha confermati.
La DDA di Napoli ha effettivamente smentito l’articolo pubblicato da Il Mattino, l’ANSA anche e di seguito tutti gli altri. Mi chiedo allora di quale tipo siano stati caroselli di automobili di cui ha parlato la Capacchione. Bandieroni, manifesti, carri in tipico stile carnevalesco? No, solo alcune persone su una macchina che strombazzavano e mimavano pistole. Nulla più, certo non un carosello organizzato e colorato, certo non un festival. Appena pochi minuti di macchina, tirata in seconda marcia per il paese e qualche urla. Chiamarlo carosello, insomma, forse è troppo. Appellarsi alle parole, però, è utile quando si vuole negare un fatto. Un carosello vero e proprio fa scalpore, dura molto, attira persone. Raineri non ha pensato che la gente, in certi posti, fa finta di non vedere.
A tutta pagina veniva inoltre descritto (spero ironicamente) Casal di Principe come la Svizzera: strade perfette, gente laboriosa nei campi e ciclisti atletici che pedalano per la città. Chi scrive è stato su quelle strade e sa che non è così, per questo sono quasi certo sia un’ironia.
Tornando alla Capacchione, cito testualmente il giornalista fogliante: “Il giorno dopo l’omicidio, Il Mattino ha scritto di caroselli in macchina dei clan, con clacson e mani a forma di pistola in piazza. Gli abitanti e pure le forze dell’ordine smentiscono: nulla di nulla. Pare una cafonata per chi amministra questo tipo di giustizia, fatto di intimidazioni e omicidi, in modo puramente utilitaristico, senza passione, come per appianare una sporgenza o sciogliere un contratto di affari che oramai non si sa più come risolvere altrimenti. La Camorra non strombazza, tantomeno dopo essersi ritagliata questo pezzo di cuneese a venti chilometri da Napoli”. Qui termina la (lunga) citazione. “Gli abitanti smentiscono”, scrive Raineri. Ingenuità: alcuni cittadini di Casal di Principe, davanti alle telecamere di Annozero, hanno affermato che “i boss della Camorra non esistono” e “l’unico boss è Dio”. Insomma, chi non parla quando assiste a un omicidio o sostiene che la Camorra non esiste, difficilmente confermerebbe di aver visto caroselli di automobili e assassini esultanti. Per mantenere un minimo di ordine, inoltre, anche le forze dell’ordine negano e le voci ufficiali con loro. Che affronto se davvero le auto fossero passate a pochi metri dai finanzieri a suon di clacson! Anche per pochi istanti…
L’articolo de Il Foglio, certo, non è tutto negativo. Chi scrive si è focalizzato su un punto in particolare e la mia resta una visione parziale e soggettiva. In un altro passo del pezzo, infatti, Raineri fa il confronto tra il territorio casertano e l’Iraq. Azzeccatissimo: “Gli ideologi di Al Qaeda in Iraq – scrive Raineri – spiegano ai loro uomini: non è importante che la zona nostra diventi impermeabile al passaggio degli americani [...], tutti i territori sovrani si devono rassegnare a essere violati di continuo nel proprio spazio [...] è importante che la gente del posto continui a essere leale e obbediente e rispettosa con l’emiro e l’organizzazione e le sue leggi”. Sacrosanto. Poche parole che inquadrano la situazione casertana. E allora, perché smentire così frettolosamente l’articolo della Capacchione? I caroselli non si sarebbero verificati perché nessuno dice di averli visti: è un po’ troppo poco per negarli. Anche in Iraq molti fatti vengono passati sotto silenzio, eppure accadono.
EF
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Giugno 10, 2008

Le indagini su omicidi, pedofilia, reati finanziari, corruzioni varie, malasanità ed altri tipi di illeciti – ad eccezione di quelle su mafia e terrorismo -, potrebbero presto non potersi più avvalere delle intercettazioni telefoniche, a causa di un prossimo decreto del governo Berlusconi. Ma è solo colpa di un Mr.B. spaventato? E’ davvero nato tutto dalla divulgazione della telefonata tra il premier e Saccà? Certamente no.
Il decreto sulle intercettazioni, infatti, è una decisione assolutamente bipartisan: se non ci fosse stato Mr.B. al governo, sicuramente c’avrebbe pensato Veltroni. Un giro di vite in questo senso era nell’aria e se ne sono dette di tutti i colori, pur di giustificare il provvedimento che imbavaglierebbe i giornali e bloccherebbe le indagini, riportando le tecniche investigative indietro di decenni.
Guardando alla scena politica nostrana poi, l’unico che sembra davvero fare Opposizione con la maiuscola, è Antonio Di Pietro. Con tutti i suoi difetti (un grillismo malconcio, ad esempio) e il suo passato per certi aspetti discutibile, l’ex magistrato è l’unico che oggi dica le cose come stanno, dritto sul muso di Berlusconi. Per il resto resta il velo velenoso del bipartisanismo, una sorta di “volemose bene” tutto italiano che si regge in bilico, per ora a malapena. Napolitano oggi ha inoltre auspicato che, «tenendo conto del lavoro degli anni precedenti, si raggiunga una larga intesa sulla formulazione» del decreto, in via di approvazione forse già nel CdM di venerdì prossimo.
Alfano, invece, neoministro della giustizia che dice di voler dialogare con l’ANM, ha lanciato la bomba mediatica: “almeno 100mila italiani sono intercettati”. E’ sinceramente inutile tentare di ammorbidire l’opinione pubblica – come è stato fatto in precedenza con la questione sicurezza -, facendo leva sul terrore della privacy violata e creando una nuova in-sicurezza proveniente da una magistratura impazzita. Saccà che accetta le “segnalazioni” proposte da Mr.B. sono un fatto, non una violazione. Il re che straparla di prostitute, è una notizia. I medici che discutono di operazioni inutili, eseguite solo per ricavarne ulteriori guadagni, truffando il SSN, sono un fatto non una violazione della privacy. Ed è sacrosanto pubblicare gli atti quando questi sono resi pubblici dai magistrati stessi. Non è neanche vero che le intercettazioni costano troppo. Secondo i dati riportati da Marco Travaglio, che su queste cose solitamente è esattissimo, in Italia ci siano 165 procure che in un anno avrebbero speso 240 milioni di euro, cioè – continua Travaglio – meno di quattro euro a testa per ogni cittadino. “Privacy”, “125.000 intercettati”, “costi troppo alti”: fumo negli occhi. La verità è che senza intercettazioni Antonio Fazio sarebbe ancora al suo posto, idem Ricucci (che forse si sarebbe comprato anche il Corriere della Sera) e idem come sopra tutti gli scandali, finanziari e non, stroncati proprio grazie alle intercettazioni telefoniche.
L’errore però è a monte e riguarda solo in parte i giornalisti. Quando viene reso pubblico un dossier, infatti, la magistratura dovrebbe inserire negli atti solo le notizie rilevanti ai fini del dibattimento e, invece, per risparmiare tempo, il contenuto delle intercettazioni spesso non viene vagliato ma inserito così com’è stato trascritto, divenendo automaticamente consultabile e pubblicabile. A questo punto il giornalista dovrebbe avere il buon senso di non spiattellare in prima pagina la vita privata delle persone ma le regole editoriali, cinicamente basate sullo strillo e sull’audience, spesso sono impietose e più grandi di chi è chiamato a scrivere il pezzo. Anche se questa non è una giustificazione, la colpa – ab origine – non è tutta del giornalista.
Minacciare il carcere, gridare davanti a una platea di imprenditori che sui reati finanziari non si intercetterà più nessuno, mettere il bavaglio ai giornali e alle indagini, non è dunque il modo migliore per rispondere a un’esigenza sicuramente viva -quella di limitare l’uso delle intercettazioni per tutelare la privacy – ma che non deve essere una scusante per censurare informazione e magistrati. Le intercettazioni, insomma, devono restare uno strumento al servizio delle autorità, biognerebbe semmai regolamentare le regole di pubblicazione e prima ancora di creazione dei fascicoli processuali.
EF
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Giugno 10, 2008

Marina Petrella, 54 anni, aderisce alle Brigate Rosse nel 1976, mentre è impiegata come segretaria nell’istituto scolastico “Bruno Buozzi” di Roma.
Imputata nel processo Moro-ter, viene scarcerata per decorrenza dei termini prima della condanna all’ergastolo (6 marzo ‘92, Corte d’assise di Roma). I giudici la riconoscono colpevole dell’omicidio di un agente di polizia, di tentato sequestro e tentato omicidio, di sequestro ai danni di un magistrato, di rapina a mano armata e di diversi attentati. Il processo si conclude con 153 condanne, 26 ergastoli e e 20 assoluzioni. Quando il 10 maggio del ‘93 la condanna diventa definitiva, Marina Petrella è gia’ latitante in Francia, ricettacolo e riparo di ex-terroristi, grazie alla “dottrina Mitterrand”.
La situazione cambia nel giugno del 2003, quando l’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli, e il suo omologo transalpino, Dominque Perben, concordano un “giro di vite” che interesserà gli ex br rifugiati in Francia: per dodici di loro, Petrella compresa, la magistratura italiana chiede l’estradizione.
Sposata in carcere con il brigatista Luigi Novelli e con una figlia di 10 anni a carico, nata dalla relazione passata con un algerino, Marina Petrella viene arrestata dalla polizia francese il 21 agosto di quest’anno ad Argenteuil. A tradirla un controllo stradale. Il successivo, la Petrella compare davanti al tribunale di Pontoise che conferma lo stato di fermo sulla base del mandato di arresto emesso dall’Italia. Ieri il “sì” all’estradizione, da parte del tribunale di Versailles. Inutile dire che contro la decisione verrà fatto ricorso alla Corte di Cassazione.
EF
Commento: sulla mancata estradizione di Marina Petrella
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Pubblicato da eftorsello
Giugno 6, 2008
Vi propongo un articolo pubblicato ieri sul periodico PERISCOPIO.

“La criminalità organizzata è responsabile di molti traffici compreso quello dei rifiuti tossici e questi rifiuti tossici in gran parte sono arrivati dal nord, ne sia consapevole l’opinione pubblica di quelle regioni” Queste le parole con cui ieri il capo dello Stato, in occasione dell’inaugurazione di un’aula alla memoria del giornalista Giancarlo Siani, presso l’università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è tornato sul binomio criminalità organizzata e rifiuti in Campania. “Nessuno dimentichi mai la corresponsabilità e il dovere di tutti a partecipare al riscatto di Napoli – ha continuato il presidente, ricordando il giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985 – perché non esistono due città, una bella e una brutta.iste Napoli e c’è un’unica comune responsabilità che riguarda tutti i cittadini e le istituzioni”.
Napolitano ha poi promesso che si spenderà per potenziare gli uffici giudiziari partenopei e per realizzare le misure più urgenti.I segnali di presenza dello Stato non si fermano comunque solo al capo dello Stato. Domani, infatti, una delegazione del Partito Democratico incontrerà il capo del Viminale per illustrargli iniziative e proposte da adottare contro la criminalità. Per sabato è inoltre previsto un viaggio a Caserta e a Casal di Principe, da parte del capo dell’opposizione, Walter Veltroni, insieme con il ‘ministro ombra’ (dell’interno), Marco Minniti, e gli ex-prefetti Serra e De Sena, oggi parlamentari.
Nel PdL, invece, l’atmosfera non è delle migliori. Il presidente dei senatori, Maurizio Gasparri, ieri si è affrettato nel rinnovare la sua fiducia a Mario Landolfi e Nicola Casentino, i due deputati chiamati in causa dall’imprenditore Michele Orsi, trucidato domenica scorsa a Casal di Principe con 18 colpi di pistola. “Non ho dubbi sulla moralità dei due deputati – ha dichiarato Gasparri – e non c’è alcun imbarazzo nel Popolo delle Libertà”. La giornata di oggi, invece, durante il voto del decreto Alitalia, i deputati del PdL si sono scagliati contro l’onorevole Francesco Barbato (Italia dei Valori), reo di aver accusato, pur senza nominarlo direttamente, Mario Landolfi (AN): “in questo Parlamento – ha tuonato Barbato – vi ho indicato un deputato che la mattina sta a Montecitorio e la sera armeggia con i camorristi”. Al grido “Fuori! Fuori!” si sono quindi scatenati i deputati della destra, in difesa del loro collega di partito.
Mentre nei saloni della politica si litigava, a Casale di Principe oggi si sono svolti i funerali di Michele Orsi. Una celebrazione blindata, con posti di blocco ogni 300 metri e circa 200 agenti tra investigatori della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, inviati nella città casertana per presidiare il territorio e dare la caccia ai latitanti. Dopo i caroselli dei giorni scorsi, denunciati da Il Mattino di Napoli, anche oggi si sono registrati festeggiamenti: alla stessa ora delle esequie di Orsi, infatti, mentre la città si stringeva attorno all’imprenditore ucciso, a pochi metri di distanza, nella chiesa di piazza Villa, parrocchia del Santo Spirito, si festeggiavano le nozze di Carmine Schiavone, figlio dell’omonimo boss, detto Sandokan. La sposa è una ragazza di Casal di Principe, figlia di un imprenditore locale. “Fino ad oggi non è ancora reato celebrare un matrimonio”, ha dichiarato don Mario Vaccaro, il sacerdote che ha officiato il rito.
Durante il funerale di Michele Orsi, invece, don Delio Pellegrino non ha mai nominato la camorra, chiamando i clan semplicemente “questi”: “Se questi hanno pensato in questo paese di poter controllare tutto e tutti – ha tuonato don Delio – hanno sbagliato; se hanno pensato di poter spegnere la voglia di vivere, si sbagliano perche’ Gesu’ parla a loro. Allora, se vogliamo che il sangue di Michele non sia stato versato inutilmente, è necessario creare una coscienza sociale, civile ed ecclesiale. C’e’ bisogno della collaborazione di tutti – ha continuato il parroco -, a incominciare dallo Stato che non deve limitarsi a presenze formali, ma deve reagire con atti giudiziari e con fatti. Qui – ha concluso il parroco – c’e’ anche tanta brava gente”.
EF
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Casale di Principe, Napolitano, camorra, casalesi, mafia, michele orsi, rifiuti | Messo il tag: camorra, Casale di Principe, casalesi, mafia, michele orsi, Napolitano, rifiuti |
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