Maggio 28, 2008

Cinquantatrè. Questo è il numero del silenzio e dei camorristi arrestati lunedì scorso, affiliati al clan dei Casalesi. Tra loro anche un vigile urbano, fratello di Antonio Iovine, uno dei supericercati d’Italia insieme a Michele Zagaria. Meno di una settimana fa, invece, erano finiti in manette numerosi “colleghi ‘ndranghedisti”, sparsi in tutta Italia (in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, in Calabria, in Emilia Romagna…). Eppure di mafia si continua a parlare in sordina. Cinquantatrè arresti, infatti, smettono di essere un numero o una statistica, e diventano un fatto difficilmente ignorabile. Eppure accade. Non se ne parla o se ne “parlicchia”. Le notizie di mafia scivolano nelle pagine interne dei quotidiani, in cronaca. Nel caso del verdetto del maxiprocesso Spartacus, poi, il silenzio è stato totale.
Roberto Saviano, ad esempio, racconta come la notizia del piano di uccidere con un bazooka il pubblico ministero Nicola Gratteri, dell’antimafia calabrese, sia finita in cronaca. Oppure, ancora, ha spiegato come quando nel 2002 venne ucciso il sindacalista Federico del Prete, i clan si fossero informati preventivamente se i giornali avrebbero riportato o meno la notizia. Avuta la certezza che sarebbe stata relegata nella cronaca nera (non in prima), commisero senza troppe remore l’omicidio.
Il problema quindi non è avere o meno la scorta dei carabinieri ma essere protetti da quella che Rosa Capacchione ha definito la “scorta mediatica”, l’attenzione dell’informazione verso chi fa giornalismo antimafia.
E allora, la domanda finale è: perché non si ha il coraggio di mettere in prima pagina un titolo di apertura a caratteri cubitali sull’arresto del fratello di Antonio Iovine? “Cinquantatrè arresti nel casertano: decapitato il clan dei casalesi”. E invece niente. Si mettono in taglio medio notizie e foto riguardanti il blitz in bikini di due giornaliste di Lucignolo, durante il ritiro degli azzurri, ma nulla sulla criminalità organizzata, dimenticando (o forse no!) che le tre maggiori organizzazioni mafiose del nostro Paese, gestiscono un mercato economico da oltre 900 miliardi di euro. Anche questa è notizia, lo è stata, ma relegata sempre nelle pagine interne dei quotidiani.
Buon silenzio a tutti
EF
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Maggio 11, 2008
Menomale che c’è il Tg1. Questa sera, microfono in mano la giornalista della RAI, in diretta da Roma – Ponte Milvio -, ha dato quella che avrebbe voluto avere l’apparenza di una vera e propria notizia, da lanciare durante un tiggì di prima serata: “qui si radunano i ragazzi – affermava la giornalista – verso le sei e mezza si incontrano e decidono come trascorrere la serata”. Dopodichè il microfono passava ad un testimone, un giovane lì accanto che, bottiglia di birra in mano (educativo per i bambini che alle 20 sono davanti alla televisione), affermava che è proprio vero, i ragazzi romani si riuniscono lì ogni sera “ma nel weekend più spesso”. Che anteprima! Che scoop! Per questa NOTIZIA oggi la Rai ha mandato sul posto un operatore, una giornalista, ha creato il collegamento e due servizi correlati, da Milano e Bologna.
Assurdo. Semplicemente.
Per il resto invece la RAI si scusa per le parole di Travaglio che riprende quanto scritto dal bravissimo Lirio Abbate in merito a Schifani. Parlare di mafia no, quella non è notizia, per averla citata bisogna invece chiedere scusa pubblicamente, in prima serata. Se uno dei nostri politici ha avuto conoscenze mafiose (che di per sé non è certo reato, ma non è nemmeno una bella cosa), meglio tacere, non è una notizia. Che si addormentino dunque gli italiani, che si trastullino con i pontemilviesi, che non conoscano null’altro che Moccia e il Bagaglino berlusconputiniano. Dormite italiani, dormite, la mafia non è una notizia, state tranquilli, dormite…
EF
Eccovi un’opinione davvero interessante (di Paolo Pegoraro, cfr. nei commenti), lasciata a margine di questo post:
Vorrei far notare che sul sito del Senato la precedente scheda di presentazione dell’on. Renato Giuseppe Mario Schifani, avvocato, riportava che il suo Collegio di elezione è il n.10, cioè Altofonte – Corleone:
http://www.senato.it/leg/14/BGT/Schede/Attsen/00003939.htm
La pagina è ancora online (per quanto? mah!) ma non più raggiungibile attraverso link interni al sito.
Nell’attuale profilo biografico del Presidente del Senato, invece, si dice genericamente che è stato eletto in Sicilia:
http://www.senato.it/presidente/152553/genpagina.htm
Non solo: la precedente scheda biografica è stata sostituita con quest’altra dove, ancora una volta, non si nomina il Collegio corleonese di elezione del nostro:
http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/00003939.htm
Se non dovesse esserci nulla da temere nell’aver «conosciuto» mafiosi, perché nascondere (stiamo parlando di questo) che il proprio Collegio di elezione è Corleone? Stiamo parlando del sito ufficiale del Senato della Repubblica.
Meditate gente, meditate.
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Maggio 7, 2008

Quello italiano era un dramma annunciato: la mancata risoluzione dell’emergenza rifiuti in Campania e la quasi totale assenza di strategie operative per affrontarla, hanno portato al deferimento del nostro Paese alla Corte di Giustizia europea. Ma non è tutto.
Insieme alla Regione governata da Bassolino, infatti, la Commissione ha inviato un “primo avvertimento” anche al Lazio, per la mancata notifica dei piani regionali di gestione dei rifiuti. L’Europa non si sbaglia: dopo la Campania, il Lazio rischia il collasso dei siti preposti allo smaltimento e diverse sono le problematiche che il neogovernatore Zingaretti dovrà affrontare in materia di rifiuti. Non è ancora stato ultimato, ad esempio, il gassificatore di Malagrotta e si è ben lontani dalle stime del piano Marrazzo che, entro il 2009, intendeva portare la raccolta differenziata al 50 per cento, realizzando 12 siti per il trattamento dei rifiuti umidi e otto strutture per “rivalorizzare” le 700mila tonnellate di combustibile derivato. Piani molto ottimistici, se non addirittura utopici: finora nel Lazio la raccolta differenziata è ferma all’11 per cento, esistono solo sette impianti per la selezione dei rifiuti e appena quattro linee energetiche per la valorizzazione del combustibile.
Secondo i tempi della Corte di Giustizia europea, comunque, trascorrerà forse un anno prima che venga emessa una sentenza; in caso di pronunciamento negativo, inoltre, verrà aperta una procedura che potrà durare anche 24 mesi prima del giudizio definitivo.
Se nel Lazio l’emergenza è alle porte, in Campania si fa strada il rischio epidemie, dovuto ai cumuli di rifiuti accatastati lungo le strade e alle alte temperature dell’estate.
La crisi, oltre che sanitaria, è però anche economica. Secondo la Corte dei Conti (relazione del 2006, per gli anni 1997-2005), in un decennio di gestione commissariale, per l’emergenza campana sono stati bruciati 856 milioni di euro, 101 solo per l’esproprio dei terreni. Secondo la Commissione d’inchiesta Parlamentare voluta da Prodi nel 2006, inoltre, «è accaduto che nello stesso giorno, siano stati acquisiti e rivenduti e affittati alla Fibe (la società di Impregilo che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti), terreni per un valore quintuplicato». Altri 68 milioni sono stati spesi per conto della Ecolog (società di FS Logistica), che ha spedito su rotaia la spazzatura oltre confine, mentre altri 100 sono stati impegnati per le sole spese di struttura degli impianti che avrebbero dovuto produrre CdR. La via crucis degli sprechi nostrani per l’emergenza e la immondizia non finisce qui. La sola gestione commissariale è costata 282, 127milioni di euro, l’ottanta per cento dei quali previsti per l’attuazione di una raccolta differenziata mai realizzata. Considerando inoltre che il costo annuo degli stipendi dei 2316 lavoratori preposti alla raccolta dei diversi scarti urbani, pesava sulle casse campane per 65 milioni di euro l’anno, è evidente dove siano andati a finire quei soldi. Dulcis in fundo, sono stati 22,4 i milioni di euro incassati, in otto anni, da commissari, subcommissari e personale amministrativo.
In questo panorama da Sprecopoli tutta italiana, il 2 maggio scorso il supercommissario all’emergenza rifiuti, Gianni De Gennaro, venerdì infine partirà l’ultimo treno per la Germania (non è stato rinnovato il contratto a Ecolog), proprio mentre in 45 comuni la raccolta della spazzatura è ferma fino a data da destinarsi e si cerca di allestire in tempi brevi la discarica nella cava di Chiaiano.
EF
articolo pubblicato anche sul quindicinale PERISCOPIO ON LINE
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Maggio 3, 2008

In occasione della Giornata della Memoria, celebrata oggi a Roma, in Campidoglio, senza ulteriori commenti riporto i nomi dei giornalisti, operatori e tipografi italiani, che hanno pagato con la vita la dedizione al loro mestiere e alla ricerca della verità. Il fratello di Beppe Alfano, durante l’incontro, ha dichiarato: “ogni giornalista che oggi viene ricordato, è morto perché è stato abbandonato dallo Stato”. Ecco i nomi:
Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Carlo Casalegno, Peppino Impastato, Mario Francese, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Italo Toni, Graziella De Palo, Almerigo Grizl, Guido Puletti, Marco Luchetta, Dario D’Angelo, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Gabriel Gruener, Antonio Russo, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Enzio Malatesta, Carlo Merli, Eugenio Colorni, Ezio Cesarini, Carmine Pecorelli, Alessandro Ota, Marcello Palmisano, Maurizio Di Leo.
EF
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Alessandro Ota, Almerigo Grizl, Beppe Alfano, Carlo Casalegno, Carlo Merli, Carmine Pecorelli, Cosimo Cristina, Dario D'Angelo, Enzio Malatesta, Enzo Baldoni, Eugenio Colorni, Ezio Cesarini, Gabriel Gruener, Giancarlo Siani, Giovanni Spampinato, Giuseppe Fava, Graziella De Palo, Guido Puletti, Ilaria Alpi, Italo Toni, Marcello Palmisano, Marco Luchetta, Maria Grazia Cutuli, Mario Francese, Maurizio Di Leo, Mauro Rostagno, Mauro de Mauro, Miran Hrovatin, Peppino Impastato, Raffaele Ciriello, Walter Tobagi, giornalismo, libertà di stampa | Messo il tag: Alessandro Ota, Almerigo Grizl, Antonio Russo, Beppe Alfano, Carlo Casalegno, Carlo Merli, Carmine Pecorelli, Cosimo Cristina, Dario D'Angelo, Enzio Malatesta, Enzo Baldoni, Eugenio Colorni, Ezio Cesarini, Gabriel Gruener, Giancarlo Siani, giornalismo, Giovanni Spampinato, Giuseppe Fava, Graziella De Palo, Guido Puletti, Ilaria Alpi, Italo Toni, libertà, libertà di stampa, mafia, Marcello Palmisano, Marco Luchetta, Maria Grazia Cutuli, Mario Francese, Maurizio Di Leo, Mauro de Mauro, Mauro Rostagno, Miran Hrovatin, Peppino Impastato, Politica, Raffaele Ciriello, terrorismo, Walter Tobagi |
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Maggio 1, 2008
Visto l’intervento di Roberto Natale (presidente della Federazione Nazionale della Stampa) ad Annozero di questa sera, ripropongo un’intervista realizzata per il Periscopio, quindicinnale della seconda università di Roma.
GIORNALI, QUALE FUTURO? PARLA ROBERTO NATALE (FNSI)
Dal rinnovo del contratto giornalistico alla paventata legge sulle intercettazioni, dal rapporto tra giornali e pubblicità al ‘total audience’, abbiamo intervistato il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Roberto Natale, per capire quali siano le prospettive future di una professione che sta cambiando: il giornalismo.
Presidente Natale, cosa vi aspettate dall’incontro del 10 aprile con gli editori?
<Il contratto giornalistico è scaduto alla fine del febbraio 2005. Il dato positivo però è che finalmente gli editori hanno accettato di tornare al tavolo della trattativa, sebbene questo non assicuri un esito positivo del confronto. Le difficoltà sono diverse e riguardano spesso anche la definizione stessa dei problemi: noi parliamo di “multimedialità e innovazione”, gli editori ci rispondono invece con la “flessibilità e la mobilità”. Come sindacato dei giornalisti siamo invece convinti che i due termini abbiano davvero poco in comune. Andremo dunque al confronto con la fermissima intenzione di “tenere il tavolo”, soprattutto sul tema della multimedialità e dell’innovazione, a nostro giudizio fondamentali per il futuro del giornalismo.
C’è stato poi un mutamento del sentire comune nei confronti della multimedialità che impone, nei fatti oltre che nei tempi, un aggiornamento del contratto del 2001. All’epoca, infatti, l’articolo 4 lacerò il sindacato e molti temevano che l’innovazione tecnologica avrebbe travolto il settore; nulla di tutto questo si è verificato e oggi la multimedialità viene vissuta dai giornalisti più giovani come un’opportunità che non lede la loro professionalità. È indubbio quindi che diversi fattori siano cambiati e vadano quindi regolamentati e inseriti anche nel contratto>.
Il direttore del New York Times sostiene che a causa di internet il giornale nella versione cartacea sarebbe sparito. È ancora una teoria fondata?
<Credo che anche il direttore del New York Times abbia fatto parziale retromarcia e io stesso non considero imminente la fine delle edizioni cartacee dei quotidiani. Il problema semmai è che anche in Italia si sta affermando il ‘total audience’, una concezione per cui gli editori vendono agli inserzionisti pubblicitari il loro pubblico. Il ‘total audience’ analizza di continuo i dati relativi ai diversi organi di informazione, appartenenti a un dato gruppo editoriale, vendendo poi ai pubblicitari un pacchetto di attenzione e pubblico. Questa pratica non riguarda solo l’aspetto pubblicitario ma anche i contenuti>.
Auspica una nuova legge sui finanziamenti pubblici alla stampa?
<La proposta di cancellare i finanziamenti pubblici non è percorribile. I fondi devono essere mirati alle iniziative editoriali che, non affrontando temi ‘sensibili’, hanno bisogno di un apporto in più. Fino a oggi, infatti, per ragioni politiche o parapolitiche, sono state finanziate anche entità editoriali inesistenti>.
Cosa pensa della proposta di far finanziare i giornali di partito, direttamente dai partiti stessi?
<L’atteggiamento dei politici continua a non piacerci e restiamo preoccupati. Ravvisiamo invece consonanze pericolose nei programmi del Popolo delle Libertà e del Partito Democratico e se l’atteggiamento delle forze politiche nella prossima legislatura rimanesse lo stesso, la nostra risposta sarebbe dura. I sindacati dei giornalisti hanno contribuito a far finire su un binario morto il DdL Mastella. Alla camera il testo fu votato da tutti i parlamentari tranne sette, che si astennero. La nostra protesta fece in modo che, tanto il senatore Casson che il presidente della commissione giustizia Cesare Salvi, apparisse chiara la necessità di profonde modifiche. Bisogna difendere il diritto di cronaca dei cittadini di conoscere alcune vicende che, se fosse stato in vigore il DdL Mastella, non sarebbero mai venute alla luce, come ad esempio lo scandalo del calcio, le scalate bancarie, “vallettopoli”. Se la politica dovesse insistere nel perseguire un provvedimento del genere, rischierebbe di dare elementi ulteriori all’antipolitica, dando l’impressione di voler nascondere sotto il tappeto la polvere e la sporcizia di certi rapporti tra politica ed economia. I politici hanno dei doveri di correttezza rispetto alle quali non possono invocare le stesse garanzie di un privato cittadino. Quando un politico fa un’iniziativa che considera di interesse pubblico, vuole telecamere e taccuini, non si può pensare che l’informazione sia limitata solo a questo. Questi sono casi in cui la difesa dei diritti della persona non c’entra nulla. Come sindacato dei giornalisti siamo sensibilissimi ai temi della deontologia però in questa vicenda delle intercettazioni c’è stato chi ha tentato di far passare come diritto alla riservatezza una richiesta di decretazione di malaffare politico>.
L’Italia è un Paese democratico e libero dal punto di vista dell’informazione?
<Non metto l’Italia nel novero dei Paesi dittatoriali, ma abbiamo comunque dei problemi seri. Una riforma sull’editoria, una sull’Ordine dei giornalisti, oltre ad una riforma seria della legge sulle intercettazioni, possono contribuire al miglioramento della situazione nel nostro Paese. Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla cerimonia di accensione della fiaccola olimpica: la tv cinese realizzò una differita di 45 secondi che sembrava invece una diretta. Tutto il mondo ha esecrato questa cosa. A me è tornato in mente ciò che avvenne in occasione del concerto del 1 maggio, nel 2003. L’allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo, impose che la diretta del concerto andasse in onda con alcuni secondi di ritardo, in modo che se qualche artista avesse proferito dichiarazioni polemiche contro il governo Berlusconi, ci sarebbe stato il tempo di tagliare. Come sindacato dei giornalisti protestammo vivamente. Questo fatto dà l’idea che anche in casa nostra c’è ancora molto che non va>.
EF e AP
Pubblicato il 10.04.08 sul Periscopio
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FNSI, Roberto Natale, giornalismo, informazione | Messo il tag: Annozero, FNSI, giornalismo, informazione, Roberto Natale |
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Maggio 1, 2008

Putin questa volta ha detto “basta”, la stampa stava effettivamente creandogli un po’ troppi fastidi e quindi è stato meglio metterla a tacere o meglio, mandarle un “avvertimento”.Dopo lo scoop pubblicato dal Moskovskij Korrespondent, in merito ad una presunta relazione tra Putin e l’ex ginnasta Alina Kabayeva, infatti, ieri la Duma ha votato una prima bozza di legge (mancano ancora due letture parlamentari) per mettere a tacere ulteriormente la stampa. La scusa ufficiale è la necessità di proteggere la dignità della persona, nei fatti è un bavaglio a giornali e televisioni che rischiano adesso di chiudere bottega con molta facilità. Sconcertanti anche i dati della votazione: su 340 votanti, un unico deputato si è opposto al provvedimento proposto dal leader dei Nashi putiniani, il ventiquattrenne Robert Schlegel.
Secondo la legge è prevista la sospensione e la chiusura per le testate che abbiano “diffuso informazioni false e deliberatamente dannose all’onore e alla dignità” della persona, tutto questo in via preventiva, le vie legali sarebbero successive. Insomma, in Russia la diffamazione è equiparata al reato di terrorismo.
A fronte di una brutta notizia, ne segnalo una positiva: in Turchia il premier Tayyp Erdogan è riuscito a far approvare una modifica all’articolo 301 del codice penale, quello che regola la libertà di stampa. La notte scorsa, dopo otto ore di dibattito, il partito Akp è riuscito a far modificare il testo: non si parla più di offesa all’identità turca ma allo Stato turco, mentre le pene sono state alleggerite, passando da tre a due anni di carcere. Un primo passo verso un’informazione libera e democratica, in un Paese che ancora stenta a divenire concretamente europeo.
EF
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Russia, Turchia, giornalismo, informazione, libertà di stampa, stampa | Messo il tag: Duma, Erdogan, esteri, giornalismo, informazione, libertà, libertà di stampa, Politica, Putin, Russia, stampa, Turchia |
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