L’Italia della non-notizia, ovvero: meglio Ponte Milvio della mafia

Maggio 11, 2008

Menomale che c’è il Tg1. Questa sera, microfono in mano la giornalista della RAI, in diretta da Roma - Ponte Milvio -, ha dato quella che avrebbe voluto avere l’apparenza di una vera e propria notizia, da lanciare durante un tiggì di prima serata: “qui si radunano i ragazzi - affermava la giornalista - verso le sei e mezza si incontrano e decidono come trascorrere la serata”. Dopodichè il microfono passava ad un testimone, un giovane lì accanto che, bottiglia di birra in mano (educativo per i bambini che alle 20 sono davanti alla televisione), affermava che è proprio vero, i ragazzi romani si riuniscono lì ogni sera “ma nel weekend più spesso”. Che anteprima! Che scoop! Per questa NOTIZIA oggi la Rai ha mandato sul posto un operatore, una giornalista, ha creato il collegamento e due servizi correlati, da Milano e Bologna.

Assurdo. Semplicemente.

Per il resto invece la RAI si scusa per le parole di Travaglio che riprende quanto scritto dal bravissimo Lirio Abbate in merito a Schifani. Parlare di mafia no, quella non è notizia, per averla citata bisogna invece chiedere scusa pubblicamente, in prima serata. Se uno dei nostri politici ha avuto conoscenze mafiose (che di per sé non è certo reato, ma non è nemmeno una bella cosa), meglio tacere, non è una notizia. Che si addormentino dunque gli italiani, che si trastullino con i pontemilviesi, che non conoscano null’altro che Moccia e il Bagaglino berlusconputiniano. Dormite italiani, dormite, la mafia non è una notizia, state tranquilli, dormite…

EF

Eccovi un’opinione davvero interessante (di Paolo Pegoraro, cfr. nei commenti), lasciata a margine di questo post:

Vorrei far notare che sul sito del Senato la precedente scheda di presentazione dell’on. Renato Giuseppe Mario Schifani, avvocato, riportava che il suo Collegio di elezione è il n.10, cioè Altofonte - Corleone:
http://www.senato.it/leg/14/BGT/Schede/Attsen/00003939.htm
La pagina è ancora online (per quanto? mah!) ma non più raggiungibile attraverso link interni al sito.

Nell’attuale profilo biografico del Presidente del Senato, invece, si dice genericamente che è stato eletto in Sicilia:
http://www.senato.it/presidente/152553/genpagina.htm

Non solo: la precedente scheda biografica è stata sostituita con quest’altra dove, ancora una volta, non si nomina il Collegio corleonese di elezione del nostro:
http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/00003939.htm

Se non dovesse esserci nulla da temere nell’aver «conosciuto» mafiosi, perché nascondere (stiamo parlando di questo) che il proprio Collegio di elezione è Corleone? Stiamo parlando del sito ufficiale del Senato della Repubblica.
Meditate gente, meditate.


Emergenza rifiuti: tutti i costi

Maggio 7, 2008

Emergenza rifiuti

Quello italiano era un dramma annunciato: la mancata risoluzione dell’emergenza rifiuti in Campania e la quasi totale assenza di strategie operative per affrontarla, hanno portato al deferimento del nostro Paese alla Corte di Giustizia europea. Ma non è tutto.

Insieme alla Regione governata da Bassolino, infatti, la Commissione ha inviato un “primo avvertimento” anche al Lazio, per la mancata notifica dei piani regionali di gestione dei rifiuti. L’Europa non si sbaglia: dopo la Campania, il Lazio rischia il collasso dei siti preposti allo smaltimento e diverse sono le problematiche che il neogovernatore Zingaretti dovrà affrontare in materia di rifiuti. Non è ancora stato ultimato, ad esempio, il gassificatore di Malagrotta e si è ben lontani dalle stime del piano Marrazzo che, entro il 2009, intendeva portare la raccolta differenziata al 50 per cento, realizzando 12 siti per il trattamento dei rifiuti umidi e otto strutture per “rivalorizzare” le 700mila tonnellate di combustibile derivato. Piani molto ottimistici, se non addirittura utopici: finora nel Lazio la raccolta differenziata è ferma all’11 per cento, esistono solo sette impianti per la selezione dei rifiuti e appena quattro linee energetiche per la valorizzazione del combustibile.

immagine di una discaricaSecondo i tempi della Corte di Giustizia europea, comunque, trascorrerà forse un anno prima che venga emessa una sentenza; in caso di pronunciamento negativo, inoltre, verrà aperta una procedura che potrà durare anche 24 mesi prima del giudizio definitivo.
Se nel Lazio l’emergenza è alle porte, in Campania si fa strada il rischio epidemie, dovuto ai cumuli di rifiuti accatastati lungo le strade e alle alte temperature dell’estate.
La crisi, oltre che sanitaria, è però anche economica. Secondo la Corte dei Conti (relazione del 2006, per gli anni 1997-2005), in un decennio di gestione commissariale, per l’emergenza campana sono stati bruciati 856 milioni di euro, 101 solo per l’esproprio dei terreni. Secondo la Commissione d’inchiesta Parlamentare voluta da Prodi nel 2006, inoltre, «è accaduto che nello stesso giorno, siano stati acquisiti e rivenduti e affittati alla Fibe (la società di Impregilo che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti), terreni per un valore quintuplicato». Altri 68 milioni sono stati spesi per conto della Ecolog (società di FS Logistica), che ha spedito su rotaia la spazzatura oltre confine, mentre altri 100 sono stati impegnati per le sole spese di struttura degli impianti che avrebbero dovuto produrre CdR. La via crucis degli sprechi nostrani per l’emergenza e la immondizia non finisce qui. La sola gestione commissariale è costata 282, 127milioni di euro, l’ottanta per cento dei quali previsti per l’attuazione di una raccolta differenziata mai realizzata. Considerando inoltre che il costo annuo degli stipendi dei 2316 lavoratori  preposti alla raccolta dei diversi scarti urbani, pesava sulle casse campane per 65 milioni di euro l’anno, è evidente dove siano andati a finire quei soldi. Dulcis in fundo, sono stati 22,4 i milioni di euro incassati, in otto anni, da commissari, subcommissari e personale amministrativo.
In questo panorama da Sprecopoli tutta italiana, il 2 maggio scorso il supercommissario all’emergenza rifiuti, Gianni De Gennaro, venerdì infine partirà l’ultimo treno per la Germania (non è stato rinnovato il contratto a Ecolog), proprio mentre in 45 comuni la raccolta della spazzatura è ferma fino a data da destinarsi e si cerca di allestire in tempi brevi la discarica nella cava di Chiaiano.

EF

articolo pubblicato anche sul quindicinale PERISCOPIO ON LINE


Giornalisti, operatori e tipografi italiani uccisi da mafie e terrorismo

Maggio 3, 2008

***

In occasione della Giornata della Memoria, celebrata oggi a Roma, in Campidoglio, senza ulteriori commenti riporto i nomi dei giornalisti, operatori e tipografi italiani, che hanno pagato con la vita la dedizione al loro mestiere e alla ricerca della verità. Il fratello di Beppe Alfano, durante l’incontro, ha dichiarato: “ogni giornalista che oggi viene ricordato, è morto perché è stato abbandonato dallo Stato”. Ecco i nomi:

Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Carlo Casalegno, Peppino Impastato, Mario Francese, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Italo Toni, Graziella De Palo, Almerigo Grizl, Guido Puletti, Marco Luchetta, Dario D’Angelo, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Gabriel Gruener, Antonio Russo, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Enzio Malatesta, Carlo Merli, Eugenio Colorni, Ezio Cesarini, Carmine Pecorelli, Alessandro Ota, Marcello Palmisano, Maurizio Di Leo.

EF 


Intervista a Roberto Natale (FNSI), sul futuro dell’informazione

Maggio 1, 2008

Visto l’intervento di Roberto Natale (presidente della Federazione Nazionale della Stampa) ad Annozero di questa sera, ripropongo un’intervista realizzata per il Periscopio, quindicinnale della seconda università di Roma.

GIORNALI, QUALE FUTURO? PARLA ROBERTO NATALE (FNSI)

Dal rinnovo del contratto giornalistico alla paventata legge sulle intercettazioni, dal rapporto tra giornali e pubblicità al ‘total audience’, abbiamo intervistato il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Roberto Natale, per capire quali siano le prospettive future di una professione che sta cambiando: il giornalismo.

Presidente Natale, cosa vi aspettate dall’incontro del 10 aprile con gli editori?
<Il contratto giornalistico è scaduto alla fine del febbraio 2005. Il dato positivo però è che finalmente gli editori hanno accettato di tornare al tavolo della trattativa, sebbene questo non assicuri un esito positivo del confronto. Le difficoltà sono diverse e riguardano spesso anche la definizione stessa dei problemi: noi parliamo di “multimedialità e innovazione”, gli editori ci rispondono invece con la “flessibilità e la mobilità”. Come sindacato dei giornalisti siamo invece convinti che i due termini abbiano davvero poco in comune. Andremo dunque al confronto con la fermissima intenzione di “tenere il tavolo”, soprattutto sul tema della multimedialità e dell’innovazione, a nostro giudizio fondamentali per il futuro del giornalismo.
C’è stato poi un mutamento del sentire comune nei confronti della multimedialità che impone, nei fatti oltre che nei tempi, un aggiornamento del contratto del 2001. All’epoca, infatti, l’articolo 4 lacerò il sindacato e molti temevano che l’innovazione tecnologica avrebbe travolto il settore; nulla di tutto questo si è verificato e oggi la multimedialità viene vissuta dai giornalisti più giovani come un’opportunità che non lede la loro professionalità. È indubbio quindi che diversi fattori siano cambiati e vadano quindi regolamentati e inseriti anche nel contratto>.

Il direttore del New York Times sostiene che a causa di internet il giornale nella versione cartacea sarebbe sparito. È ancora una teoria fondata?
<Credo che anche il direttore del New York Times abbia fatto parziale retromarcia e io stesso non considero imminente la fine delle edizioni cartacee dei quotidiani. Il problema semmai è che anche in Italia si sta affermando il ‘total audience’, una concezione per cui gli editori vendono agli inserzionisti pubblicitari il loro pubblico. Il ‘total audience’ analizza di continuo i dati relativi ai diversi organi di informazione, appartenenti a un dato gruppo editoriale, vendendo poi ai pubblicitari un pacchetto di attenzione e pubblico. Questa pratica non riguarda solo l’aspetto pubblicitario ma anche i contenuti>.

Auspica una nuova legge sui finanziamenti pubblici alla stampa?
<La proposta di cancellare i finanziamenti pubblici non è percorribile. I fondi devono essere mirati alle iniziative editoriali che, non affrontando temi ‘sensibili’, hanno bisogno di un apporto in più. Fino a oggi, infatti, per ragioni politiche o parapolitiche, sono state finanziate anche entità editoriali inesistenti>.

Cosa pensa della proposta di far finanziare i giornali di partito, direttamente dai partiti stessi?
<L’atteggiamento dei politici continua a non piacerci e restiamo preoccupati. Ravvisiamo invece consonanze pericolose nei programmi del Popolo delle Libertà e del Partito Democratico e se l’atteggiamento delle forze politiche nella prossima legislatura rimanesse lo stesso, la nostra risposta sarebbe dura. I sindacati dei giornalisti hanno contribuito a far finire su un binario morto il DdL Mastella. Alla camera il testo fu votato da tutti i parlamentari tranne sette, che si astennero. La nostra protesta fece in modo che, tanto il senatore Casson che il presidente della commissione giustizia Cesare Salvi, apparisse chiara la necessità di profonde modifiche. Bisogna difendere il diritto di cronaca dei cittadini di conoscere alcune vicende che, se fosse stato in vigore il DdL Mastella, non sarebbero mai venute alla luce, come ad esempio lo scandalo del calcio, le scalate bancarie, “vallettopoli”. Se la politica dovesse insistere nel perseguire un provvedimento del genere, rischierebbe di dare elementi ulteriori all’antipolitica, dando l’impressione di voler nascondere sotto il tappeto la polvere e la sporcizia di certi rapporti tra politica ed economia. I politici hanno dei doveri di correttezza rispetto alle quali non possono invocare le stesse garanzie di un privato cittadino. Quando un politico fa un’iniziativa che considera di interesse pubblico, vuole telecamere e taccuini, non si può pensare che l’informazione sia limitata solo a questo. Questi sono casi in cui la difesa dei diritti della persona non c’entra nulla. Come sindacato dei giornalisti siamo sensibilissimi ai temi della deontologia però in questa vicenda delle intercettazioni c’è stato chi ha tentato di far passare come diritto alla riservatezza una richiesta di decretazione di malaffare politico>.

L’Italia è un Paese democratico e libero dal punto di vista dell’informazione?
<Non metto l’Italia nel novero dei Paesi dittatoriali, ma abbiamo comunque dei problemi seri. Una riforma sull’editoria, una sull’Ordine dei giornalisti, oltre ad una riforma seria della legge sulle intercettazioni, possono contribuire al miglioramento della situazione nel nostro Paese. Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla cerimonia di accensione della fiaccola olimpica: la tv cinese realizzò una differita di 45 secondi che sembrava invece una diretta. Tutto il mondo ha esecrato questa cosa. A me è tornato in mente ciò che avvenne in occasione del concerto del 1 maggio, nel 2003. L’allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo, impose che la diretta del concerto andasse in onda con alcuni secondi di ritardo, in modo che se qualche artista avesse proferito dichiarazioni polemiche contro il governo Berlusconi, ci sarebbe stato il tempo di tagliare. Come sindacato dei giornalisti protestammo vivamente. Questo fatto dà l’idea che anche in casa nostra c’è ancora molto che non va>.

EF e AP

Pubblicato il 10.04.08 sul Periscopio


Libertà d’informazione: il caso della Russia e della Turchia

Maggio 1, 2008

giornale russo

Putin questa volta ha detto “basta”, la stampa stava effettivamente creandogli un po’ troppi fastidi e quindi è stato meglio metterla a tacere o meglio, mandarle un “avvertimento”.Dopo lo scoop pubblicato dal Moskovskij Korrespondent, in merito ad una presunta relazione tra Putin e l’ex ginnasta Alina Kabayeva, infatti, ieri la Duma ha votato una prima bozza di legge (mancano ancora due letture parlamentari) per mettere a tacere ulteriormente la stampa. La scusa ufficiale è la necessità di proteggere la dignità della persona, nei fatti è un bavaglio a giornali e televisioni che rischiano adesso di chiudere bottega con molta facilità. Sconcertanti anche i dati della votazione: su 340 votanti, un unico deputato si è opposto al provvedimento proposto dal leader dei Nashi putiniani, il ventiquattrenne Robert Schlegel.
Secondo la legge è prevista la sospensione e la chiusura per le testate che abbiano “diffuso informazioni false e deliberatamente dannose all’onore e alla dignità” della persona, tutto questo in via preventiva, le vie legali sarebbero successive. Insomma, in Russia la diffamazione è equiparata al reato di terrorismo.

A fronte di una brutta notizia, ne segnalo una positiva: in Turchia il premier Tayyp Erdogan è riuscito a far approvare una modifica all’articolo 301 del codice penale, quello che regola la libertà di stampa. La notte scorsa, dopo otto ore di dibattito, il partito Akp è riuscito a far modificare il testo: non si parla più di offesa all’identità turca ma allo Stato turco, mentre le pene sono state alleggerite, passando da tre a due anni di carcere. Un primo passo verso un’informazione libera e democratica, in un Paese che ancora stenta a divenire concretamente europeo.

EF


Le sorprese del contribuente: i ricavi della fabbrica della coscienza

Aprile 30, 2008

tasse

Facendo un giro sul sito del Corriere della Sera on line, ho letto che l’Agenzia delle Entrate ha messo in rete l’elenco (2005) dei redditi dichiarati di tutti i contribuenti italiani. A parte che la pubblicazione in sé mi ha lasciato del tutto sconcertato ma, leggendo l’articolo, ho scoperto quanto guadagnava il buon Beppe Grillo: 4.272.591 euro - 356.049,25 al mese -, sono rimasto allibito. Mi sono chiesto se i “grillini” che campano con 1000 euro al mese e del grillo acquistano Dvd, libri e magliette, lo sapessero. Dopo aver letto e riletto (stentavo a crederci) quei numeretti scritti in piccolo sul sito, ho allora digitato l’indirizzo della mitica pagina beppegrillo.it per vedere cosa ne dicesse il celebre nostro: un intero post sosteneva la pericolosità dell’elenco, adducendo come giustificazione la possibilità per i criminali di sapere quanto guadagna ognuno di noi. Come se Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra avessero bisogno del sito dell’Agenzia delle Entrate. Ottima giustificazione. Nella testa però mi risuonava sempre la cifra appena letta: quattromilioniduecentosettantaduemilacinquecentonovantuno euro di reddito imponibile. Altro che informazione libera, giornalai corrotti e grandi gruppi editoriali potenti: questo è business! Io avrei bisogno di tre vite per guadagnare tutti quei soldi. Purtroppo però non ho un sito con editori affermati alle spalle né un palco da cui urlare, sono un precario insomma. 4.272.591 lo riscrivo e ribadisco: questo è business, è uno stipendo degno dei grandi politici e dei grandi imprenditori. Un tempo Grillo portava avanti battaglie “e basta”, dopodiché hanno inziato ad arrivare i Dvd, i libri e tutto il resto…business. E allora tutto mi è sembrato sempre meno sincero. E allora fare V2-Day, urlare contro la Casta e contro i grandi gruppi è facile. Grillo guadagna più dei contributi pubblici dati al Foglio (circa tre milioni e mezzo di euro), a Europa (3.613.912,92), alla Padania (4.028.363,82), poco meno de L’Unità, del Manifesto (4 milioni 441mila…), dell’Avvenire (6milioni 300mila…). Guadagna otto volte più dei contributi dati a mensili come Left (509.129), Carta (517 mila euro circa) o a Famiglia Cristiana (312mila euro l’anno). Se poi confrontiamo questi numeri con i dati di un giornale come Nigrizia, il confronto è impietoso: 4 milioni e passa contro 45mila euro. I dati sono presi dal sito del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria. Il business del giustizialismo, mentre noi restiamo in fondo, sotto al palco.

Come fanno notare diversi grillini sul sito del comico, non ci sarebbe da scandalizzarsi per la pubblicazione dell’elenco: fino a ieri bastava andare negli uffici comunali per avere tutti i dati. Altro che Camorra, ‘Ndranghedta, Cosa Nostra e rapine in villa: non si tengono i miliardi in casa (non siamo mica tutti poggiolini). La critica da muovere al provvedimento è invece un’altra ed è sociale: adesso chiunque potrà andare a farsi i fatti del vicino nelle pause di lavoro. Tutto ciò sa più di frustrazione spettacolarizzata che non di reale operazione di trasparenza. E’ come se si volesse mettere i cittadini uno contro l’altro, basandosi sul fattore economico, per una sorta di voyerismo deviato. Chiedo dunque: se fino a poco tempo fa era sufficiente andare negli uffici comunali per avere i dati di qualsiasi persona, che senso ha avuto oggi mettere on line le stesse liste?

EF

Aggiornamento: questa sera alcuni commentatori del blog di Grillo parlavano di censura. Mi sono fatto un giro in rete e guardate cosa ho scoperto.

Da un commento lasciato da Mario Pisciotta a questo post (leggete nei commenti), ne riporto una parte: “Relativamente al consenso che Beppe Grillo si crea sul suo sito eliminando gli “scomodi” e’ vero:ne ho avuto esperienza diretta, mi inibi’ il nick e NON potei piu’ inviare alcun commento (attualmente li mando, ma con un altro nick) [...]“.


V2-Day di Torino: io c’ero

Aprile 26, 2008

V2 DAY di beppe grillo

Menomale che c’era Marco Travaglio, l’unico che durante il V2-Day ha espresso concetti sensati. L’autore di “Se li conosci li eviti” si è forse reso conto che Grillo questa volta ha davvero esagerato con il “vuotismo”. Urlare un sonoro Vaffa a tutti i nostri quotidiani, ai loro direttori e a tutto il mondo dell’informazione, dev’essere stato troppo anche per l’ottimo Travaglio. Marco ha così ricordato alla folla che esistono numerosi giornalisti indipendenti e ha fatto i nomi di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella nel Corriere della Sera/RCS oppure Lirio Abbate ne La Stampa. “E’ vero che l’Ordine dei giornalisti non funziona”, ha poi dichiarato Travaglio, “ma sarebbe una gran cosa se funzionasse per davvero. Dei tre referendum quello che in assoluto sostengo di più è l’abolizione della Gasparri”.

Insomma, per il resto della manifestazione Grillo urlava e la gente stava ad ascoltare, si beveva tutto come fosse stato oro colato e verità divina. Un ragazzo mi ha addirittura detto “Io credo solo a lui, Grillo è il mio idolo”.
Caro Beppe, non ti fanno paura tutte queste persone che vivono delle tue parole e del tuo carisma? E se un giorno scoprissero che tutte le firme raccolte ieri sono inutili e che tu, con tutti gli avvocati che ti ritrovi, lo sapevi quasi certamente? Cosa direbbero?
Una volta sul palco, infatti, hai detto “speriamo solo che qualche costituzionalista non inventi storie costituzionali per annullare le firme”.

Che bugia. Non esistono costituzionalisti antigrillo e la legge che rende tutte le firme nulle risale al 1970 (n° 352, Art. 31), quando Grillo ancora non era sull’onda dell’antipolitica e nessuno voleva fermarlo (ma è davvero poi così?). Il dubbio che sorge allora è che dietro a tutta questa iniziativa - pensata ad arte per poter dire che lo Stato va contro Grillo -, ci sia una fine manovra socio-pubblicitaria per continuare ad essere il paladino dell’antipolitica. Un’ultima cosa che rende l’idea: una persona dello STAFF di Grillo mi ha risposto: “la legge non la conosco, ma se le firme sono valide bene, altrimenti in Italia di chiacchiere se ne fanno tante…”. Come dire: se valgono ce le teniamo, altrimenti è stata solo una delle tante iniziative da furbetti “all’italiana”. Peccato quelle firme dicano la fiducia delle persone.

Grillo ha poi sostenuto che tutti i giornalisti sono corrotti e tutti i giornali preda di banche e grandi gruppi: meglio dunque non leggerli proprio. E da chi informarci allora? Da Grillo? Avere un’unica fonte di informazione non è anch’essa disinformazione? Rispondetemi voi. Le persone con cui parlavo mi ribattevano “ma io leggo il suo blog”, da dove viene questa fiducia completa? Vi siete mai chiesti veramente chi è Grillo e chi c’è dietro Grillo? Andate a leggere questo sito, vi svelerà un po’ di cose

Che l’informazione italiana soffra di gravi e pesanti limitazioni, è fuor di dubbio, gridare la necessità di una riforma radicale è altrettanto giusto, ma istigare la folla a non leggere più alcun quotidiano e a seguire esclusivamente il grillo parlante di turno, è un’azione altrettanto ‘disinformatica’ che nega il pluralismo. Chi segue Grillo, infatti, non va a fare troppi giri in rete per cercare una propria verità, si affida al blog del capo e stop.

EF 


Grande Fratello 2008: l’illusione della verità

Aprile 22, 2008

GF logo

L’hanno definito “il più vero” tra tutti gli abitanti della Casa, il suo nome è Mario Ferretti, (ex) muratore e vincitore dell’edizione 2008 del Grande Fratello italiano. Premio finale: 500mila euro. Il più vero e anche il più ricco.

Davanti a tutto questo grande spettacolo, mi chiedo come si faccia a rintracciare oltre lo schermo la verità e la sincerità della persona. Vorrei capire quando un individuo è vero o finto in televisione e quando nella realtà. Insomma, quali sono i criteri di autenticità alla base del GF? Ne esistono?

Temo infatti che in una realtà senza più stimoli, la dimensione televisiva stia letteralmente rendendo ciechi i propri telespettatori. Le vicende d’oltreschermo vengono avvertite come mentalmente contigue, al punto che se ne cerca la veridicità dimenticando gli specchi finti, le telecamere, i microfoni e le gag studiate a tavolino, quasi si stesse fisicamente in quella casa perfetta, sempre pulita, dove non c’è mai nulla da fare se non sedersi su un divano e far scorrere i minuti.

Mario Ferretti, insomma, ha vinto perchè - ripetiamolo - è stato “il più vero” di tutti. Esiste quindi anche in televisione una percezione del falso all’interno dell’apparenza. Un’intuizione scomoda per la quale quanto vediamo potrebbe essere mero spettacolo e non vita ipotetica. Proprio questo scarto, questo discrimine di fondo, è valso 500mila euro al fortunato, al “più vero di tutti”, l’Highlander della nostra tv. Ma non solo. Mario Ferretti è stato anche quello che meglio si è fatto conoscere, in modo sarkosziano, dal proprio pubblico, illudendolo di essere così come lo si percepiva. Ansia di verità, dunque, che esprime una voglia intrinseca di sincerità nei rapporti umani, di superamento delle barriere sociali che costringono ognuno a una ‘distanza di sicurezza’ dal prossimo. Anche nell’oltreschermo, essere veri equivarrebbe allora all’essere capaci di farsi conoscere per quello che si è. L’illusione però è dietro l’angolo: per esser “veri” è necessario apparire “non-falsi”. Eppure lo spettatore non se ne accorge, anzi. Si spulciano le situazioni, i gesti e le parole alla ricerca di quanto è definibile come sincero perché si “desidera” trovarlo da qualche parte.
Cosa accadrebbe, però, se nel GF non si verificassero i soliti e sempre uguali innamoramenti, le litigate, i piagnistei, gli abbracci, tutte e sole le situazioni/cliché (e non altre, troppo umane) all’interno delle quali si cerca una qualche reazione che esprima ’sincerità’ ? Se tutto fosse realmente un reality, identico alle vicende familiari degli spettatori, lo guarderebbero ancora?

Risposta banale. No. E infatti accade il contrario, l’esatto opposto di quanto ci si aspetterebbe da un ‘reality’. Nel GF lo spettatore non riconosce casa propria - avvertita non come la vita vera ma come un’esistenza sofferta - e si attacca al televisore a commentare o commemorare le altrui vite polistirolesche. Si ricerca la verità, espressa in una nuova forma di sincerità umanamente televisiva e dignitosa, capace di scacciar via le angosce per il collega che in ufficio straparla alle spalle di tutti o per un parente insopportabile. Al GF la vita è come la si vorrebbe (davvero?). Non ci sono problemi di soldi, malattie, bollette da pagare ma anzi divani, piscine, specchi su ogni parete (che, si sa, moltiplicano gli ambienti). Lì dentro, ammettiamolo, è più facile essere sinceri. Ma allora la verità di una persona dov’è? Nel marito nervoso perché deve fare i conti con la quarta settimana e lo stipendio che manca o nel (ir)reality televisivo dove il problema più complesso è una litigata al limite del burlesco?

Secondo i dati di Endemol, su 14 puntate sono stati in media 5.503.000 (un gran bel partito di governo!) gli italiani incollati al teleschermo a seguire vicende che non conoscono recessioni economiche, rialzi del petrolio, ignorano la politica e la Storia che si svolge all’esterno (a favore di una minima e fittizia interna) e le semplici quotidianità di ogni giorno. Cinque milioni e mezzo di italiani, insomma, hanno deciso di regalare un miliardo di vecchie lire a chi, in questo contesto, ha saputo essere “il più vero di tutti”.

EF


Quattro buone ragioni contro il V2-Day di Beppe Grillo

Aprile 21, 2008

Il sito NO EIKON pubblica un’interessante pagina dove controbatte al referndum contro i giornalisti del prossimo V2-Day di Beppe Grillo. Prendendo spunto dal sito, ecco alcuni buoni motivi per non firmare.

1 - Abolire l’Ordine dei Giornalisti significa deresponsabilizzare l’informazione (e chi scrive) davanti alla legge. Per farci operare pretendiamo che il medico sia iscritto all’Ordine dei Medici e abbia superato un esame di Stato… per avere un’informazione seria no?!? Fare giornalismo non significa infatti fare la semplice cronaca di un avvenimento ma chiama in causa anche lo stile, la capacità di contestualizzare la notizia e dargli solide basi critiche e culturali. Chi decide, ad esempio, cosa sia o non sia notizia? Ricordiamoci infatti che la testimonianza quasi mai equivale alla notizia. Il singolo dà una visione particolare e soggettiva di un evento, ben diversa dalla descrizione del fatto completo.

2 - Nel 1981 il finanziamento pubblico ai giornali venne creato per garantire un effettivo pluralismo dell’informazione (erano gli ultimi anni della P2) e sostenere tutte quelle testate che non cavalcavano l’onda delle notizie ma trattavano argomenti meno ”commerciali”. Se togliessero i finanziamenti oggi resterebbero solo i grandi gruppi editoriali dei vari Caltagirone, Berlusconi, ecc…

3 - Le notizie reperibili sulla rete sono spesso delle “bufale”, caratterizzate dal soggettivismo di chi scrive. Le informazione disponibili su internet hanno tutte la stessa dignità, come dire che c’è tutto e il contrario di tutto.

4 - Chi ha deciso l’argomento del V2-Day? Beppe Grillo o una consultazione oculata con i suoi grillini? Credo il primo, che ha semplicemente cavalcato l’onda populista dei luoghi comuni. Un’iniziativa verticale insomma, assai poco democratica.

A quanti accusano i giornalisti di essere corrotti, rispondo quindi che non si tratta di corruzione ma di precariato. Chi ha un contratto a tempo determinato, sicuramente non mette in evidenza informazioni ’scomode’ o indigeste al suo stesso direttore. Togliendo i finanziamenti pubblici ai giornali, invece, si acuirebbe maggiormente la forza dei pochi gruppi economico-imprenditoriali (con conseguenti interessi in politica) che già oggi gestiscono i giornali, facendo quindi scomparire tutte le testate minori di controinformazione (che certo non godono di buona salute nel nostro Paese).

Forza Grillo, ripensaci!

EF


Gli spari di Sivlio

Aprile 19, 2008

Il gesto di Silvio

Silvio spara, per finta, a una giornalista russa. Una roba da nulla, uno scherzetto goliardico. Mani parallele, occhietto vispo, due dita a mo’di pistola e poi via, il pollice si alza e si abbassa come un grilletto. Davanti a lui Natalia Melikova, giornalista della Nezavsinaya Gazeta, ’colpevole’ di aver fatto una domanda riguardante la sfera personale del presidente Putin. Imbarazzo, silenzio e poi Silvio che mima lo sparo. Avrà pensato ad Anna Politkovskaja mentre fingeva i due colpi di pistola? Oppure interpretava un modo ‘democratico’ di chiudere la bocca ai giornalisti? Nel generale imbarazzo, Putin ha risposto allo scherzo con un sorriso bonario, da vecchio compagno di giochi.

Il gesto di Silvio però riflette anche una concezione deviata dell’informazione, avvertita come semplice accompagnatrice dei gesti di un presidente. Per capire come da molto ormai, forse per paura di perdere il posto, tanta parte della nostra informazione sia stata accondiscendente nei confronti di Sivlio, basta guardare la campagna elettora appena conclusa. Invece di chieder conto dei candidati che a vario titolo sono stati immischiati in vicende di mafia, la domanda più cattiva rivolta al leader della PdL è stata “quale politica terrete nei confronti dell’emergenza umanitaria del Tibet”? Allora ci si chiede: cosa avrebbero chiesto Enzo Biagi o Indro Montanelli se fossero stati loro davanti a Silvio? Probabilmente purtroppo, la nostra democrazia mediatica che addormenta le menti, non avrebbe in qualsiasi caso permesso un tale confronto. Eppure, il fatto resta: il Tibet contro il silenzio sulla mafia e le leggi ad personam.

Campagna elettorale sottotono, giornalisti che stanno bene attenti a non essere eccessivamente ’scomodi’ e un futuro premier che, goliardicamente, finge di sparare a una giornalista. Il primo passo verso una democrazia guidata e un’informazione latitante.

EF